Su invito di una persona che si trova in una condizione di reclusione
psichiatrica mettiamo a disposizione i nostri indirizzi email con
l’intento di raccogliere testimonianze, racconti, scritti e narrazioni
di coloro che si ritrovano in strutture psichiatriche come SPDC (Servizi
Psichiatrici Diagnosi e Cura), REMS (Residenze per l’Esecuzione della
Misura di Sicurezza) o Strutture Residenziali Psichiatriche chiuse.
Gli obiettivi principali sono innanzitutto dare voce a chi non ne ha,
riuscendo possibilmente a mettersi/li in relazione ed inoltre rendere
pubbliche tali testimonianze (con il consenso della persona e
rispettandone l'anonimato) attraverso un'eventuale pubblicazione quanto
più possibile periodica.
Rete Assemblea Antipsichiatrica
Per info o invio testimonianze:
assembleaantipsichiatrica@inventati.org - https://assembleareteantipsichiatrica.noblogs.org/blog/
antipsichiatriapisa@inventati.org
mercoledì 15 maggio 2024
RACCOLTA TESTI PERSONE RINCHIUSE in STRUTTURE PSICHIATRICHE
sabato 27 aprile 2024
2024, una storia
Riceviamo e pubblichiamo:
SOLIDARIETÀ ANTIPSI/ANTI-INPS
Scriviamo
questo testo per rompere il silenzio su quanto sta accadendo ad un
compagno, per portargli la nostra solidarietà e complicità, e per
condividere la sua storia, consapevoli che come la sua ce ne sono molte
altre.
Un
compagno che percepisce una pensione di invalidità sta subendo la
ritorsione di vedersela quasi totalmente sottratta perché l’INPS, a
seguito della verifica dei requisiti – a posteriori – per il reddito di
cittadinanza percepito tra il 2021 e il 2022, ritiene non ne avesse
diritto.
Si parla di una cifra complessiva di 7000 euro.
Per
riavere i soldi indietro l’INPS intende però, da maggio, decurtargli
quasi il 90% dell’invalidità, rischiando così di compromettere un intero
percorso di emancipazione.
Inutile
dire quanto questo metterebbe seriamente in difficoltà la quotidianità
del compagno, che da anni non solo lotta per la sua autodeterminazione,
ma contro un paradigma medico-psichiatrico in cui senza una rete sociale
o un welfare familiare, non si ha nessuna reale scelta.
Non
possiamo accettare che per riavere il reddito di cittadinanza lo Stato
sottragga ad una persona tutta l’invalidità prelevandogli quel poco che
le permetteva a malapena di fare fronte alle necessità primarie.
Durante
la pandemia le difficoltà sono state tante, e così il compagno, come
tante persone, ha fatto domanda per il reddito di cittadinanza, on-line.
Ma le insidie della digitalizzazione sono infinite, basta una crocetta o
una dichiarazione scorretta, che l’onere è tuo.
Per
qualche tempo il compagno ha potuto sperimentare una vita più
indipendente e autonoma, dalla famiglia, dai servizi. La verifica
retroattiva a posteriori irrompe nella sua vita con quella violenza
secca che solo la burocrazia statale è in grado di esprimere ed
esercitare.
A
questo mondo chi non ce la fa a stare al passo della cultura
capitalista e lavorista ultra competitiva dominante è spronato ad
adeguarsi con il bastone o con la carota alle misure assistenziali,
obbligato a dimostrare il proprio status di ‘persona bisognosa’ tra
servizi e procedure spesso mortificanti e impersonali, in cui
barcamenarsi non è affatto scontato. Servizi spesso lontani anche dalla
condizione sociale delle persone ‘utenti’, che giustamente tendono a
volersene sbarazzare con il rischio però di non vedersi più riconosciuta
alcuna forma di diritto a condizioni di inserimento lavorativo o di
lavoro ‘protetto’ nè alcun tipo di tutela.
Al
momento, per quanto il debito non si possa cancellare, il compagno sta
tentando ogni via possibile per fare in modo che l’invalidità non sia
colpita in modo così importante, tra colloqui con figure e operatori del
sistema sanitario, affinchè un’ingiustizia del genere non passi
inosservata, e sportelli sociali non istituzionali che offrono anche
servizi di patronato, per la possibilità di avviare anche un ricorso.
Consapevoli
che non ci vanno a genio nè i servizi istituzionali paternalisti nè
l’impatto che il progressivo abbandono delle misure di welfare e di
sostegno ha su chi vive sulla propria pelle stigma e discriminazioni,
condividiamo quanto sta accadendo al compagnx perchè pensiamo ci
riguardi tuttx e chiamiamo alla solidarietà.
strappi@canaglie.org
https://antipsi.noblogs.org/post/2024/04/22/solidarieta-antipsi-anti-inps/
venerdì 28 luglio 2023
UN GIORNO TIPO NELLA RESIDENZA PSICHIATRICA AD ALTA PROTEZIONE. “CURA”, O “CONTENIMENTO”?
dal Collettivo Artaud:
Riceviamo e pubblichiamo questo scritto su come i reclusi in una residenza psichiatrica ad alta protezione trascorrono le giornate. Sotto il link dove potete trovare il racconto con i disegni.
UN GIORNO TIPO NELLA RESIDENZA PSICHIATRICA AD ALTA PROTEZIONE. “CURA”, O “CONTENIMENTO”?
Come sono trascorse le giornate dai detenuti in una residenza psichiatrica ad alta protezione? E’ presto detto; sebbene la detenzione in ospedale sia assai meglio rispetto a quella sperimentata in carcere, la vita in una struttura psichiatrica forense, è essenzialmente sonno e attesa. Una estenuante attesa di ciò che forse arriverà mai più per nessuno dei detenuti: il ritorno alla vita “normale”.
Le strutture psichiatriche ad alta protezione, più che dei luoghi di cura, sembrano cronicari senza via d’uscita. I servizi di salute mentale di zona, muovono intense resistenze a riprendere in cura sul territorio il folle una volta che questo è entrato nel circuito forense. Vi sono folli detenuti nel circuito forense da 4, 8 o 12 anni, talvolta a causa di reati bagatellari.
Tra le 08:00 e le 08:30 c’è la sveglia. Si può fare la doccia, cambiarsi d’abito, e riordinare il letto. Alle 08:30 noi detenuti siamo ammassati nel locale di disimpegno dell’area notte, per essere quindi tradotti nei locali dell’area giorno. Osservarci deambulare attraverso il cortile del comprensorio medico è patetico. Ci spostiamo alla spicciolata, ciondolando e strascicando i piedi, come un gruppo sparuto di folli dimenticati dal mondo. I ventri, prominenti come botti, ballonzolano su piedi che paiono sfuggire la presa del terreno come se sferici, oscillando attaccati a gambette che paiono di gomma. Ci muoviamo muti, tristi, contriti e avviliti, come vergognosi della nostra misera condizione. La struttura ci omaggia gli abiti, nel caso che noi non si abbia una famiglia che possa provvedere. Siamo ben vestiti, degli abiti sicuramente non ci possiamo lamentare! Quanto ai farmaci, il discorso è diverso: non c’è nessuno di noi che scampi i pesanti effetti collaterali degli psicofarmaci che ci somministrano con abbondanza. Questi abbracciano tutto lo spettro ammissibile: sindrome metabolica, diabete, discinesia, tremori Parkinson-simili, acatasia.
Molti detenuti all’ergastolo bianco hanno la sensazione di essere caduti in un pozzo nero senza uscita. Senza prospettive di vita innanzi, è facile abbandonare ogni speranza e ogni velleità. Autostima e fiducia in se stessi crollano presto.
Negli ampi e spaziosi locali dell’area giorno, puntualmente, tra le 08:30 e le 09:30 è distribuita la colazione: latte, the, caffè d’orzo e fette biscottate. Pare di essere ad un punto di ristoro della Croce Rossa. Nell’infermeria attigua al refettorio che svolge anche funzioni d soggiorno, ci somministrano gli psicofarmaci del mattino, e scegliamo cosa mangiare per il pranzo e la cena dell’indomani. Dopo due o tre anni di reclusione, il vitto, sempre uguale a se stesso, non si gusta più: si ingurgita come per dovere. Nella struttura ospedaliera in cui siamo reclusi comunque il cibo è assai meglio di quello scadente somministrato in carcere. Abbiamo anche la possibilità di scelta tre tre diverse portate!!! Una volta alla settimana, il sabato, un gruppo di detenuti cucina per tutti i reclusi. Possiamo allora sperimentare per vitto qualcosa di diverso e saporito, di insolito e vivificante.
Tra detenuti della struttura forense ad alta protezione si tende a socializzare poco. Forse in quanto ristretti in spazi limitati e privati delle libertà, tendiamo a mantenere fra di noi detenuti la massima riservatezza.
Tra le 09.30 e le 12:00, non sappiamo cosa fare e come impegnare il tempo; assonnati e intontiti dai farmaci, deambuliamo nell’area giorno. Qualche recluso talvolta cerca di sdraiarsi a dormire sul pavimento dei locali, o d’estate sul prato, ma questo non è consentito dal regolamento. Spesso, in molti, appoggiano il capo al tavolo del refettorio, sulle braccia conserte, e dormono seduti. I meno sedati fanno qualche partita a carte, seguono qualche trasmissione televisiva, o leggono il giornale.
Diversi detenuti della comunità hanno contatti scarsi o nulli con il mondo esterno a quello reclusorio. Guardare la televisione o ascoltare musica sui cellulari sono le principali vie di evasione e di contatto con il mondo.
Alle ore 12:00 puntuale, arriva cigolando il carrello con i contenitori termici del pranzo, inviato dalla cucina dell’ospedale. Per me il pranzo è il momento più triste della giornata. Per non disturbare gli operatori che lo somministrano, siamo incolonnati davanti al gabbiotto del cibo, zitti, muti, avviliti. Una volta avuto il vitto, silenziosi trasciniamo i piedi e ci spostiamo a sedere ai tavoli del refettorio. Consumiamo il pasto in silenzio, senza parlare, e senza convivialità. Come chi deve. I farmaci mettono fame: mangiamo con fretta e voracità, ingurgitando i bocconi ma senza gustare. Alle 12:30, puntualissimi, sparecchiamo. I detenuti di turno lavano le stoviglie, puliscono tavoli e pavimento del refettorio. I detenuti che non sono di turno nelle pulizie attendono in cortile, deambulando muti su gambe che paiono molle di gomma, oppure seduti ai tavoli di plastica del cortile, ascoltando musica. Tra le 13:30 e le 14:00 ci somministrano gli psicofarmaci. Siamo quindi aggruppati sullo spiazzo asfaltato, e spinti a muoverci dagli operatori attraverso il cortile del comprensorio medico verso l’area notte, come una dolente mandria di barcollanti e tremebondi ebeti sconfitti.
Nel rapporto con il detenuto, l’operatore dedica molta energia a spiegare opportunità e necessità della reclusione. Nel disegno, una operatrice che spiega come per tornare liberi è necessario “molto tempo”.
Tra le 14:00 e le 16:00, dormiamo. Non più accasciati con la testa reclinata sulle braccia conserte appoggiate sui tavoli, ma nei comodi letti. Capita raramente di non avere sonno o di avere voglia di muoversi nella struttura, blindata e chiusa, dell’area notte. Per lo più, il soggiorno dell’area notte è quasi completamente deserto: i farmaci che ci somministrano paiono dosati per farci dormire tutti 14 ore al giorno abbondanti, nessuno escluso. Alle 16:00, a fatica, gli operatori psichiatrici ci svegliano e ci fanno scendere dai letti. Ci riuniscono nei locali di disimpegno per condurci nuovamente all’area giorno. La raggiungiamo attraverso il cortile inerbito e alberato del complesso ospedaliero. Ci muoviamo silenziosi e scuri, ombrosi, barcollanti, ancora una volta in muta attesa di qualcosa che non arriva, quale mandria dolente di umanità dolente e sconfitta.
Il gioco delle carte è uno dei pochi passatempi socializzanti praticati nella struttura forense ad alta protezione. Al gioco delle carte partecipano anche infermieri ed OSS. I detenuti della struttura forense sono comunque poco inclini a socializzare: forse per socializzare c’è bisogno di gioia e libertà!!!
Tra le ore 16:00 e ore 19:00 attendiamo nell’area giorno, senza sapere come occupare il tempo. I più intontiti dai farmaci dormono con la testa reclinata sulle braccia conserte, seduti ai tavoli del refettorio; quelli meno sedati giocano a carte, leggono il giornale o seguono spettacoli televisivi.
Nel corso dei colloqui e delle terapie di gruppo, è facile che l’argomento scelto dal “terapeuta” sia l’attualità. In questo caso è utile, per sostenere la conversazione, aver letto il giornale o guardato la televisione. Sulla vita passata dal detenuto, sulla sua vita pregresse e sulle sue aspettative di vita sono poste poche attenzioni.
Alle ore 19:00, puntuale, arriva sferragliante e tintinnante il carrello con le razioni della cena Vengono spente la televisione e tutti i dispositivi elettronici; si mangia in silenzio, ai nostri tavoli abituali, quelli decisi dagli operatori psichiatrici al nostro arrivo in struttura. Alle ore 19:30 abbiamo finito e consumato il pasto. Sparecchiamo i tavoli, e chi è di turno pulisce le stoviglie, i tavoli e il pavimento del refettorio. Alle ore 20:00 gli operatori psichiatrici della struttura ci riportano nell’area notte, dove ci somministrano gli psicofarmaci della sera e andiamo quindi a dormire.
Nell’area notte della struttura, c’è un ampio soggiorno in cui troneggia la televisione. Per chi si alza presto il mattino o che tarda ad addormentarsi la sera, è una occasione per guardare film o telegiornali in solitudine.
Dalle ore 20:00 alle ore 08:00 dormiamo nelle nostre stanza un sonno nero, greve, sudato e senza sogni, percorso come dalle scosse elettriche della discinesia tardiva, o accartocciati su noi stessi, o comunque accasciati nei letti in posizioni innaturali e bizzarre. A vederci sdraiati tutti insieme, a colpo d’occhio, sembriamo birilli lanciati per aria e lasciati cadere a terra da un gioco cosmico senza senso alcuno.
giovedì 2 marzo 2023
Presidio Antipsichiatrico al carcere della Dozza 28 Gennaio 2023
Resoconto del presidio antipsichiatrico al carcere della Dozza del 28 gennaio 2023
Sabato 28 gennaio a Bologna sotto la
Dozza siamo arrivate in moltissime davanti le sezioni femminili per
portare il nostro calore e la nostra solidarietà alle detenute, per
contestare l’articolazione tutela salute mentale e la recente sezione
“nido” costruita accanto. Non abbiamo ricevuto risposte dall’interno
perché la posizione più vicina alle sezioni non permette di comunicare,
ma abbiamo testimonianza che le nostre voci da fuori sono riuscite ad
arrivare dentro. Abbiamo condiviso con le recluse la nostra ostilità
verso la sezione psichiatrica – affinché nessuna mai finisca isolata in
un repartino! Inoltre, nonostante gli Opg siano stati chiusi sulla carta
i reparti psichiatrici in carcere oggi rischiano di estendersi. Proprio
di recente la sezione psichiatrica alla Dozza è stata millantata sui
giornali come modello da allargare a tutto il carcere per la “gestione
degli eventi critici” e dei “comportamenti problema” e come addirittura
tutto il femminile sia stato indicato come esempio di “come dovrebbe
essere il carcere”, il “carcere che funziona”. Al contrario è
un’istituzione totale dove chi non si adatta al contesto, esprime
disagio, difficoltà emotive o squilibri a causa della stessa reclusione
rischia trenta giorni di trattamento sanitario obbligatorio prorogabili,
che possono tradursi in mesi di isolamento. Abbiamo ribadito la nostra
ostilità ad ogni contenzione psicologica, fisica, farmacologica, al
carcere, alla psichiatria e ad ogni gabbia! Per quanto istituzioni e
media tentino di mistificare la realtà, sappiamo che la quotidianità in
carcere rimane impossibilità ad accedere a misure alternative,
isolamento e psichiatrizzazione. Lavori e progetti sono presso che
assenti, ridotti a sfruttamento e a stereotipi di genere. C’è una
concreta difficoltà ad accedere a cure, visite specialistiche e a
scegliere i propri percorsi terapeutici.
Abbiamo condiviso la nostra avversità alla
recente sezione “nido”, costruita accanto all’articolazione tutela
salute mentale in piena emergenza sanitaria, quando la direzione del
carcere di Bologna al posto di scoraggiare la detenzione ha investito
nell’allestimento di una sezione per detenute madri con bambini fino a
tre anni.
Abbiamo condiviso l’assoluta necessità che
madri e bambini stiano insieme ma fuori dal carcere e che se persino il
garante ha dichiarato di sentirsi preoccupato per la vicinanza con
l’articolazione psichiatrica, da dove giorno e notte uscirebbero grida e
lamenti, noi siamo sconvolte, allarmate, arrabbiate, che questa
condizione venga normalizzata.
Sui media di recente è stato detto che
“sembra di non essere in carcere”, come se qualche ninnolo appeso e le
pareti dipinte di lillà possano cancellare l’oppressione dell’isolamento
e della detenzione.
Abbiamo salutato le recluse con la promessa
di tornare presto, dopo di che ci siamo spostate al maschile, dove la
posizione permette di comunicare con i detenuti.
Appena sotto al maschile le grida di
aiuto hanno iniziato ad esplodere. In moltissimi hanno subito segnalato
il nome di un detenuto in protesta per l’impossibilità di accedere al
lavoro “Si è cucito la bocca!! Aiutatelo!!”. Ci hanno raccontato di uno
sciopero della fame e della sete di una settimana. Ci hanno detto che
non solo è impossibile accedere al lavoro, ma anche allo studio e alle
più elementari esigenze. Hanno denunciato l’assenza di acqua o che dai
rubinetti ne esce pochissima. Hanno raccontato non solo del numero
ridotto, ma anche della mancanza di fiducia verso quei pochissimi medici
ed educatori presenti, letteralmente al servizio della penitenziaria.
Un recluso si è molto esposto, ha riportato
che tantissimi non hanno nessuno da incontrare “Non vedono mai nessuno,
non fanno colloqui con nessuno!”. Ha detto che sono letteralmente
abbandonati dentro, che in moltissimi potrebbero uscire ma scontano pene
oltre la detenzione perché i magistrati di sorveglianza sono in ferie,
non ci sono e non scarcerano. “Non rispondono a nessuna richiesta!”,
tanti hanno pene pari o inferiori a tre anni, ma a causa delle
condizioni ostative non possono accedere a benefici o a misure
alternative. Ha sottolineato come moltissimi rimangano dentro perché non
hanno disponibilità economica per pagarsi la difesa, mentre chi ha
soldi e potere riesce a ottenere sconti facilmente. Ha denunciato la
presenza di persone in condizioni di fragilità psichica, disabili e
gravemente malati senza cure o assistenza, che secondo lui non
dovrebbero trovarsi in carcere. Gli abbiamo detto che esponendosi così
tanto dalla cella avrebbe potuto avere ripercussioni, ci ha detto che
erano passati, che aveva appena ricevuto un richiamo, gli avevano
chiesto se era stato lui a chiamarci. Ci ha raccontato della figlia che
non vede da un anno e mezzo e di aver provato anche lui “a fare la
corda” (impiccarsi). Abbiamo interagito e portato tutto il calore e la
solidarietà possibile.
E’ stato un presidio duro da portare a
casa. Abbiamo lasciato alcuni indirizzi a cui scrivere e preso i
riferimenti necessari per sostenere le gravi situazioni segnalate, con
la promessa che saremmo tornate.
Continueremo a lottare contro il carcere,
la psichiatria, la tortura del 41 bis e delle misure ostative, per il
definitivo superamento di ogni forma di prigionia!
Assemblea Antipsichiatrica
martedì 1 novembre 2022
MEMORIE DAL TSO di Sarah Postit Destefanis
https://artaudpisa.noblogs.org/
Riceviamo e pubblichiamo MEMORIE DAL TSO Dalla ferita al cerotto o dal cerotto alla ferita?
di Sarah Postit Destefanis
MEMORIE DAL TSO
Dalla ferita al cerotto o dal cerotto alla ferita?
ESTRATTO N.1
La vita.
Sono nata il 26 Ottobre del 1994, in un ospedale alle porte di Torino, Chieri, una città che da piccola mi pareva sempre simile alle fortezze medievali anche se non è che ne sapessimo molto della sua storia all’interno della nostra famiglia… eravamo solo io e mia mamma.
Vivevamo in una casetta al limite del bosco, proprio come si leggeva nelle storie di Cappuccetto Rosso, delle sue angherie con i lupo cattivo, ma sempre sotto la protezione della nonna…mi sentivo un po’ così, contando però che il mio cappuccio è sempre stato tendente al nero. Si perché devi sapere che la mia storia in realtà arriva da molto più lontano, io arrivo anche dall’Africa… lo stato, anche se a me piacerebbe avere la possibilità di non chiamarlo tale, è il Sudan, una terra gremita da problemi sociali da che si ha memoria…lotte, conflitti per i diritti civili, morte, profughi…e mio padre era uno di questi.
Lui però era stato fortunato perché la sua famiglia essendo ricca gli aveva potuto permettere di scappare in uno dei paesi più sicuri ( o securitari?) del mondo degli anni ‘80: la Cina. Ed è lì che si sono incontrati e separati…ed è da lì che inizia la storia vera…
Mia madre è una donna che fino ai miei dieci anni amavo alla follia.
Bella, o almeno per me lo era…sarà che era la mia e quindi era per forza bella, bionda, occhi azzurri intensi, una bella voce che ti svegliava al mattino con dolcezza e calma perché era in grado di vedere le angherie del mondo ma abile nel trasformarle in bellezza quotidiana….dai piccoli gesti, alle carezze, al bacio prima di lasciarti a scuola perché ‘’no li, io non ci voglio stare perché voglio stare a casa con te’’ …’’io devo lavorare Sarah, non posso stare con te, quindi vai adesso e alle quattro e mezza viene il nonno…’’. Tutti i giorni era così e io tutti i giorni pensavo a quanto fosse ingiusto che noi tuttu subissimo questo. Ma non ‘era altro da fare che rassegnarsi alla condizione e cercare delle vie alternative almeno per renderlo bello.
Un giorno tornai a casa, era già il tempo delle ultime volte alle elementari, quando sta per iniziare il tempo delle medie, e notai il lei una sorta di cambiamento…come se una maledizione fosse scesa sulla nostra casa e avesse distrutto tutto quello che avevamo creato: fiori, piante, bellezza, musica, amore. La casa era distrutta, i miei ricordi non sono più nitidi da quella volta, e lei era come se si si fosse trasformata…
Lei fumava, beveva, fumava, beveva e lavorava e avanti così per anni, anni e anni con tanto di violenza data e ricevuta..ed è quel giorno che ho scoperto cosa volesse dire davvero dipendere da un qualcosa, di come le cosiddette sostanze possono cambiarti la vita, di come se non lotti tutto può andare perso. Le fumava, beveva, straparlava e poi se provavo a dire anche solo mezza cosa, ‘’occhio, giù botte’’…perchè la causa vera del suo malessere, o meglio, così lei diceva, ero io…io che la allontanavo da quella vita sociale che lei tanto amava, dagli affetti perché era obbligata a lavorare fuori dall’Italia e da quella tranquillità che forse a fatica lei si era costruita… ho indagato fino ad un certo punto sul perché di questo, ma poi, ho capito di non essere la persona giusta per comprenderlo…
Più si andava avanti con la sua ,e la mia di conseguenza, di età, più la sua consapevolezza diminuiva e la mia aumentava in quel range o mondo proibito delle sostanze, non solo come espedienti ma anche come pratica quotidiana del qualunque essere umano sulla terra… il mio interesse per quel mondo nasce quindi non solo da questo, ma anche e soprattutto dal ragionare sui tabù che la nostra epoca ha creato non solo a riguardo di questo, ma anche e soprattutto a riguardo di quelle che sono le pratiche per ovviare a certe problematiche mentali o non.
ESTRATTO N.2
La fuga.
venerdì 10 giugno 2022
Storia di Nicola Petrogalli
Riceviamo e pubblichiamo come ci ha richiesto le parole di Nicola ricoverato in SPDC al Civili di Brescia. In un primo momento con la forma del TSV (trattamento sanitario volontario) ed in seguito divenuto ormai TSO e rinnovato ancora in queste ore:
''Sono uno studente di medicina e sono ricoverato nel reparto di psichiatria degli Spedali Civili di Brescia. Mi hanno fatto un Tattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) il 26 maggio 2022, scaduto il 1 giugno.
Nonostante sia ricoverato in regime volontario non mi dimettono.
In 4 giorni mi hanno fatto più di 22 punture (glutei, spalle e vasti delle cosce) e ho ancora dolori che non mi permettono ad appoggiarmi bene quando sono a letto. Un parametro di danno muscolare (CPK) mi è schizzato a 1400.
Stamattina 2 giugno ho avuto una crisi vasovagale con convulsioni simil-epilettiche probabilmente a causa di prolungata ipoglicemia da digiuno notturno (essendo un altleta agonista ho un elevato metabolismo e mangio di notte, ma qui mi è impedito).
Chinunque lo ritenga opportuno puó fare ricorso al sindaco Del Bono o girare ad altre persone questo messaggio.
Sto vivendo qualcosa di inumano, non penso sia empaticamente comprensibile ma ringrazio chiunque farà qualcosa per me. Peace''
domenica 14 novembre 2021
La testimonianza
fonte: repubblica.it
Vitaliano Trevisan: "Io, un matto trattato senza pietà"
di Vitaliano Trevisan
Dopo il ricovero coatto in psichiatria, lo scrittore vicentino racconta la
sua esperienza. E denuncia le condizioni in cui si tengono i pazienti
Un uomo che cammina in piena luce, in Italia, è scoperto, nudo, indifeso.
\[…\] Cammina come una vittima, e come un colpevole. \[…\] È lì, scoperto,
inerme, esposto ai colpi, alle indagini, alle accuse. Non si può né
schermire, né difendere. È una condizione terribile: noi Italiani, non ci
possiamo difendere, mai, da nulla, né dall’assassino né dal giudice»
(Curzio Malaparte, Misura della Francia, Il Tempo, 4 dicembre 1952).
Né tantomeno, in un paese come l’Italia, ci si può difendere dallo
psichiatra, specie se, com’è il (fresco) caso di chi scrive, si è soggetti
a un A.S.O. (Accertamento Sanitario Obbligatorio), parente stretto del
famigerato, e ben più noto, T.S.O. (Trattamento Sanitario Obbligatorio),
ovvero accertamento e trattamento “psichiatrico” obbligatorio, giacché
sanitario sta qui per psichiatrico.
Iniziamo col dire che, del mio caso personale, non voglio e non posso dire
nulla, sia perché trattasi di questione strettamente privata, che peraltro
coinvolge anche dei minori; sia perché, anzi direi soprattutto, se dicessi
di aver subito l’accertamento psichiatrico in questione, e il successivo
internamento coatto, ingiustamente, sarebbe come se affermassi di non
essere pazzo, cosa che, com’è noto (vedi il famosissimo Comma 22) non è
possibile affermare.
Partiamo dalla fine, ovvero dalla lettera di dimissioni dell’Azienda Ulss
n.8 Berica, dell’Ospedale di Montecchio Maggiore, reparto di psichiatria,
firmata dal dott. Christian Di Marco, dove, oltre alla data del ricovero, 3
ottobre, e quella di dimissione, 13 ottobre, tra l’altro si legge: «Emesso
provvedimento di accertamento sanitario obbligatorio, paziente si recava e
ricoverava poi volontariamente in nosocomio per la valutazione ed il
ricovero».
Signor no, signore. Volontariamente, da domenica 3 ottobre, ho fatto solo
ciò che mi è stato permesso fare, cioè poco o nulla. Sulle circostanze del
mio “arresto sanitario”, per ragioni di spazio, dirò solo che l’Aso mi è
stato notificato, peraltro in forma esclusivamente verbale, nella stazione
dei Carabinieri di Crespadoro, mio comune di residenza, dal comandante
della stazione stessa, alla presenza di due vigili urbani del comando di
Arzignano, e un medico e due infermieri di un’unità del 118, venuti
appositamente in ambulanza per prelevarmi; ambulanza su cui sono costretto
a salire “volontariamente”, sotto la minaccia di un Tso.
mercoledì 21 luglio 2021
''TANTO E’ UN MALATO MENTALE…'' Una testimonianza contro la contenzione
“Tanto è un malato mentale”
Due anni fa, nell’estate 2019, ero ricoverato a seguito di una mia richiesta (TSV) in un reparto psichiatrico fiorentino. Un pomeriggio, durante il ricovero, ho trovato una porta finestra del reparto che doveva essere chiusa (secondo la politica della struttura), completamente spalancata. Mi sono avventurato sul balcone per curiosità. In seguito ho riferito il fatto ad un operatore.
Lui si è consultato con lo
psichiatra in turno, che ha preso una decisione risolutiva: ha stabilito
che sarei stato trasportato d’urgenza in un altro reparto psichiatrico,
legato a letto per tutta la notte. Una specie di punizione esemplare…
Tanto è un malato mentale!
Così è avvenuto. Quando sono stato
informato dallo psichiatra della sua decisione, ha sostenuto fermamente
la tesi, davanti all’ operatore, che io avessi rotto con le mani i due
lucchetti che chiudevano la porta.
Sarebbe interessante entrare in
possesso del “verbale” con cui questi signori si sono liberati della
loro responsabilità. Ma questo non può avvenire perché nessun tribunale
autorizzerebbe una richiesta del genere senza valide prove… Tanto è un
malato mentale!
Ho subito varie ingiustizie nella
mia vita, e questo capita a molte persone. Ogni tanto, ma solo per fatti
gravissimi, nel mondo psichiatrico avvengono delle inchieste. Nel mio
caso il problema è soltanto una ferita difficile da rimarginare, una
delle tante, che mi ritorna indietro
come uno sputo in faccia. Non posso fare altro se non testimoniarlo.
Rigorosamente senza fare nomi, per evitare ritorsioni.
Tanto è un malato mentale.
Anonimo
domenica 29 settembre 2019
LE PORTE SONO ILLUSORIE
una video testimonianza autoprodotta da un reparto psichiatrico a "porte aperte"
Si autodefiniscono Spdc "a porte aperte". Sono reparti di psichiatria (il 10% del totale) che affermano di operare senza contenzione e coercizione.
Fra questi quello di Caltanissetta.
La "porta aperta" in psichiatria è solo un mito.
Intanto perché è il frutto di una concessione da parte dell'operatore (e non un diritto esigibile da chi è ricoverato). Con lo steso arbitrio con cui viene aperta, essa può essere chiusa, legalmente, in ogni momento.
Non dimentichiamo inoltre che la contenzione "meccanica" è solo una delle infinite strategie che la psichiatria usa per bloccare (e rendere innocui) i suoi utenti involontari.
Gli psicofarmaci da tempo, e in modo più efficace e accettabile, hanno sostituito le fasce di contenzione. Tanti dei sostenitori del superamento della contenzione meccanica (che definiscono come una vera e propria forma di tortura), non hanno da ridire invece sulla liceità del TSO o della somministrazione forzata di psicofarmaci. Al contrario.
Queste strategie, a differenza della contenzione meccanica, vengono considerati dagli psichiatri delle buone pratiche "atti medici" e, quindi, non sindacabili né catalogabili come forme di violenza, sopraffazione o abuso.
La "porta aperta" del reparto psichiatrico in realtà non è una via d'uscita. Una volta varcata la soglia e definita "malata", la persona non ha più alcun potere nel gestire la propria vita. Non ha più un fuori dove andare, uno spazio privato, un rifugio o un territorio inviolabile in cui vivere.
La contenzione non è una pratica: è un sistema che va aldilà dei servizi psichiatrici e coinvolge l'intero contesto familiare e sociale del "contenuto".
Non mi stupisce che gli utenti involontari di questi reparti no restraint, quando non sono rimbecilliti e bloccati dagli psicofarmaci, possano scegliere di non attraversare le porte tenute aperte dai propri carcerieri. Sanno, come ebbi a sentire da un ex internato molti anni fa, che "le porte sono illusorie. E che di là tu puoi trovare tre o quattro infermieri che ti fanno sei o sette fiale di serenase endovena o quasi".
mercoledì 4 settembre 2019
Ricordando Elena Casetto
Una vicenda ancora da chiarire. Ma senza dubbio drammatica, angosciante. La morte della giovane Elena Casetto, nemmeno ventenne, bruciata mentre era legata al letto d’ospedale, ha scosso moltissime persone, compresa la scrittrice Simona Vinci (autrice, tra gli altri, del romanzo Dei bambini non si sa niente, vincitore del Premio Elsa Morante e tradotto in dodici paesi) che dopo aver letto la notizia ha pubblicato un post sulla sua pagina Facebook che vi proponiamo integralmente.
IL POST DELLA SCRITTRICE
“Elena Casetto. Osio di Sopra. Senza nessuna vergogna o freno inibitorio, tale era il bisogno di saperne di più, l’ho cercata sui social e ho fatto una ricerca google ma in rete, le uniche tracce eloquenti riguardo questa ragazza che avrebbe compiuto vent’anni a ottobre – lo riporta un comunicato redatto da qualcuno che evidentemente qualcosa in più lo sa – sono la data e le circostanze della sua morte: 13 agosto 2019, ore 10, torre 7 piano III del reparto di psichiatria – anzi: “servizio del territorio” – dell’ospedale GIovanni XXIII di Bergamo, morta carbonizzata senza che nessuno facesse in tempo a salvarla nonostante i numerosi tentativi.
Le fiamme pare siano divampate proprio dalla stanza nella quale la ragazza, sedata, era legata – negli articoli si legge “bloccata” – a un letto di contenzione per uno “stato di grave agitazione” e da più parti si legge che “pare” sia stata proprio lei – sedata e legata! – ad appiccare l’incendio, ma non sia ancora come. Sherlock Holmes vorrebbe resuscitare per esaminare il caso e risolvere l’enigma.
Da qualche altra parte ho letto un macabro dettaglio: che i resti del suo corpo sono stati ritrovati a terra, una gamba ancora legata con una cinghia al letto. È la fantasia a briglia sciolta del cronista? È la terribile realtà? Come si può morire in questo modo? Come si può aver vissuto, in quel modo, mi chiedo io. Diciannove anni. Chi era questa ragazza, che sofferenze deve aver patito, quali danni subito e quale destino le è toccato, mentre era letteralmente nelle mani di chi avrebbe dovuto sor-VEGLIARLA, accudirla, aiutarla. È possibile che nel 2019 dopo tutte le battaglie fatte in nome della libertà e della dignità di ogni singolo individuo – soprattutto se sofferente – e anche se “pericoloso per sé e per gli altri” – si possa morire bruciati e legati a un letto di contenzione?
Le indagini sono in corso, ne sapremo di più, per ora quello che sappiamo è che se la pratica della contenzione meccanica è normata per legge in maniera molto restrittiva e deve essere utilizzata solo come extrema ratio, in realtà in molti “reparti” psichiatrici degli ospedali italiani si pratica eccome. C’è un profilo senza volto e senza informazioni su Fb che risponde al nome di Elena Casetto. Il buio, il nulla, il vuoto. Se davvero questo è il nome della ragazza e se è lei ad essersi registrata, sarebbe stato molto meno angoscioso e atroce trovarci dei fiori su quella home, dei gattini, una frase, i versi di una canzone, un selfie, piuttosto che quell’identità pencolante, allusiva ma muta. Una specie di monito: ci sono ma non esisto. È questo che grida la sua morte”.
da qui
fonte: http://www.labottegadelbarbieri.org
domenica 23 giugno 2019
La sedia

Questa sedia non è una semplice sedia. E' piuttosto un testimone incolpevole di un genocidio.
Appoggiati alla sua spalliera, ticchettando sui suoi braccioli, sedicenti medici della mente hanno espresso le loro sentenze/diagnosi su migliaia di esseri umani in-volontari, rei di lesa realtà.
Ha accolto la loro arroganza e la loro cecità, ascoltato i loro ordini di sterminio, i loro giudizi sommari e tutta l'incomprensione e l'indifferenza di cui essere umano è capace.
E' rimasta muta e nuda di fronte ad ogni ordine di contenzione, di elettroshock, di coma insulinico ... muta e nuda di fronte alle lacrime di chi implorava di uscire e alla penna di chi decretava la fine di tutto.
Ritrovata semidistrutta in un manicomio in disuso, abbandonata lì come tutte le altre umane (e non umane) cose che non servono più alla causa scientifica della psichiatria (come i lobotomizzati ridotti a larve o gli internati rinchiusi nei cronicari), oggi questa sedia riprende vita e si affranca dal suo passato.
Da oggi testimonierà solo la rivolta, la passione, il rifiuto di ogni psichiatria, di ogni dittatura della coscienza, di ogni lesa umanità.
Sarà la mia compagna di viaggio, per gli anni a venire (per quelli, pochi o molti che siano, che restano), nella lotta per liberarsi della/dalla psichiatria.
Riscriveremo insieme la storia della follia (e anche quella della psichiatria) in lingua rovescia: libereremo l'esperienza e troveremo antitodi efficaci al veleno psichiatrico; scioglieremo i nodi delle fasce di contenzione e renderemo innocui gli infermieri; parleremo il linguaggio libero della follia e libereremo i dottori dalla missione di fare il nostro bene.
Faremo da noi stessi ...
E quando saremo stanchi e confusi, gireremo in tondo fino a portare il tempo indietro a quel cortile del manicomio di Messina, dove Giovanni sta ancora aspettandomi con le mani legate dietro la schiena ... e stavolta, senza esitazione alcuna, saprò cosa fare ...
sabato 25 maggio 2019
Posti diversi, testimonianze uguali...
In settimana a Breno (BS) la psichiatria dell'ospedale di Esine aveva
organizzato un incontro/evento sulla "follia liberata", dove ovviamente
parlavano solo psichiatri e simili, in ricordo della cosiddetta legge
Basaglia. In realtà era una vera e propria promozione della psichiatria
sul territorio in stile convegno di casa pound.
Raccogliamo la testimonianza di una simpatizzante che c'è stata e l'ha definito un flop clamoroso. ''Pochissime persone e alcuni presenti se ne sono andati a metà serata con
commenti del tipo: "Sono loro i pazzi, da questi non mi farei curare
neanche morta"...e non parliamo di anarchici, ma di cittadini della
Breno bene!''
Abbiamo condiviso due testimonianze che ci donano un pò di speranza...
Far parlare la psichiatria di sè stessa è il migliore aiuto che si possa
dare per screditarla!
lunedì 14 gennaio 2019
Storie Di Ordinaria Quotidianitá
dr.ssa Stacippa per il procedimento penale 666999/2766 P.R.R.R. nel quale il sottoscritto Dott. Nessunx è imputato
Ci sono momenti della vita in cui ti girano le balle.
Ci sono persone a cui le balle girano tutta la vita, per svariati motivi che non voglio elencare.
Quest’ultima categoria di persone fa uno sforzo quotidiano: supera apparentemente il proprio malessere interiore per far quadrare la coinvivenza necessaria a una discreta socialitá o meglio chiamamola socializzazione in una societá che non si sono scelti ma che gli é stata calzata a forza nonostante gli andasse scomoda, se non proprio stretta. E questo in Generale.
Capita poi che nel Particolare all’improvviso tutto giri storto: - Ti muore l’ultima nonna, con cui sei cresciuto, e tu sei via. - Una delle tue sorelle sposa e fa un figlio (fantastico) con un perfetto mentecatto. - I genitori cominciano ad accusare i primi malanni. - Il lavoro é sempre precario e stare in bolletta é una condizione piú che un’eccezione. - Un pó di amici si perdono per strada, altre volte sei tu a voltare l’angolo. - Il tuo migliore amico muore trinciato da una lancha (una barchetta) durante la sua giornata libera a lavoro e tu saresti dovuto essere li ...ma non ci sei… perché arriva a trovarti da Vatussis a Ponchos la tua compagna e in quei giorni eri con lei invece di essere con lui… - Vivi a cavallo tra due continenti e i tuoi affetti sono lontani. - Torni indietro e risulta che li senti ancora piú lontani nonostante ce li abbia vicini.
sabato 29 dicembre 2018
"DIVIETO di INFANZIA. Psichiatria, controllo, profitto"
QUESTO è il link per sentire la seconda parte della trasmissione "Stampa Rassegnata" fatta a Radio Wombat, come collettivo Artaud, sul libro "DIVIETO di INFANZIA. Psichiatria, controllo, profitto".
Continua la discussione sul Libro "DIVIETO di INFANZIA" con il collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud e con il coautore della nuova edizione Sebastiano Ortu. La medicalizzazione ed il continuo ricorso ad approcci psichiatrici mettono alla prova insegnanti ed operatori della formazione stretti tra le richieste sempre più pressanti delle istituzioni educative e la spinta etica-empatica della proprie coscienze.
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud-Pisa
antipsichiatriapisa@inventati.
www.artaudpisa.noblogs.org 335 7002669 Via San Lorenzo 38 56100 Pisa
giovedì 20 dicembre 2018
UN GIOVEDÌ DI DICEMBRE
"Con il nuovo servizio psichiatrico restituiamo alle persone con fragilità mentali un luogo di cure adeguato rispettoso delle necessità, oltre che della dignità dei pazienti."
Questo è quello che il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti dichiarava lo scorso 22 febbraio, inaugurando l'attesa riapertura del SPDC (Servizio di Prevenzione Diagnosi e Cura) dell'Ospedale San Giovanni Addolorata.
Capita invece che, in un grigio giovedì di dicembre, alcuni di noi si rechino nel suddetto reparto a trovare un caro amico, ricoverato in regime di Trattamento Sanitario Obbligatorio dalla domenica precedente. Ebbene entriamo nella stanza da lui occupata e lo troviamo legato al letto e profondamente sedato. Alla domanda “Da quanto stai legato al letto?” segue la risposta “Da domenica, da quando sono arrivato”.
Circa 84 ore. Il nostro pensiero corre a Franco Mastrogiovanni, morto in regime di contenzione dopo 82 ore.
Ci si precipita dai medici chiedendo con calma spiegazioni e veniamo mandati dal primario. Il medico risponde alle domande invitandoci a gran voce ad uscire dal reparto e ordina, letteralmente, a medici e infermieri di fare altrettanto, dopo aver constatato, suo malgrado, che eravamo stati testimoni delle condizioni nelle quali veniva tenuto il nostro amico. Veniamo allontanati, tra urla e provocazioni, e decidiamo di uscire dal reparto soltanto per parlare con un parente nel frattempo sopraggiunto.
Nessuno dei medici presenti è stato in grado di motivarci il perché di quel trattamento inumano, non giustificato né giustificabile da nessun criterio medico.
Dal canto nostro, non vediamo nella psichiatria né tanto meno nel Trattamento Sanitario Obbligatorio uno strumento di cura e quanto e’ accaduto, sotto ai nostri occhi, accade tutti i giorni negli ospedali e nelle cliniche specializzate in trattamenti psichiatrici. Sedare, legare, rinchiudere e ammansire non sono strumenti di cura, piuttosto di contenimento, allontanamento e repressione.
Nessuna attenzione per la sofferenza: negazione sistematica del vissuto individuale. Non c’è ascolto, quindi nessuna reale presa in carico di un problema o di un grido di aiuto.
La persona, considerata patologica, viene inserita in reparti sicuri, inutili e spogli, etichettata a causa di sintomi e comportamenti nonché espropriata della propria personalità. Il personale medico e infermieristico, forte del suo ruolo di normalizzatore e del potere sulla persona che da esso ne deriva, ne azzera le coscienze, ne annulla i desideri e la rende schiava di psicofarmaci di cui, la stessa scienza, ammette la dannosità nell’uso a lungo termine.
Il TSO, sempre più di frequente, diventa il primo passo coatto per assicurare “clienti” all’industria farmacologica. Il trattamento consisterà nell’intervenire chimicamente sul sintomo ignorandone la causa e mettendo le basi, quindi, per future ricadute nella sofferenza. A chi non accetta le cure gli saranno imposte attraverso la contenzione e l’iniezione a lento rilascio.
E’ allarmante osservare quanto il numero di TSO sia in crescita, di anno in anno.
Siamo convinti e convinte che fare i conti con ritmi sempre più frenetici, competitivi e alienanti possa condurre a momenti di crisi e/o di netto rifiuto della realtà. Una fuga dalla violenza del dover stare sempre al passo con i tempi, per sentirsi parte di qualcosa, riconoscersi in un ruolo socialmente accettato.
Ciò nonostante rifiutiamo con forza la speculazione sulle persone e i loro corpi, e il pregiudizio che giustifica la sopraffazione e la violenza della così detta “Prevenzione Diagnosi e Cura”.
Collettivo “Senzanumero”
senzanumero@autistici.org
senzanumero.noblogs.org
domenica 23 settembre 2018
Le vittime dei taser di cui non si parla
Ma non questa volta.
Alla chiamata hanno risposto tre agenti, allertati per “disturbo della quiete pubblica da parte di un uomo disarmato con problemi mentali”. Nancy li ha fatti entrare dal retro. L’agente Santiago Mota ha impugnato il taser. Appena i poliziotti sono usciti in cortile, Tom gli si è avvicinato a passo svelto, con le braccia abbassate e i pugni chiusi. Gli agenti gli hanno intimato di fermarsi, ma Tom continuava ad avanzare borbottando: “Fuori di qui”.
Mota ha sparato con il taser.
Tom si è piegato e ha indietreggiato. Mota si è avvicinato, gli ha appoggiato la pistola elettrica sul petto e l’ha azionata di nuovo. Tom, 57 anni, è crollato rantolando e ha perso i sensi. Non ha mai ripreso conoscenza. “Ho chiamato la polizia per chiedere aiuto”, dice Nancy. “Non per farlo uccidere”.
Gli Schrock hanno fatto causa al dipartimento di polizia di Ontario e all’azienda che produce la pistola elettrica, Taser International, sostenendo che l’arma fosse intrinsecamente pericolosa e accusando il dipartimento di non aver adeguatamente formato gli agenti sui rischi legati all’uso del taser su persone affette da disturbi mentali. L’amministrazione comunale ha accettato di pagare 500mila dollari. Il caso contro Taser è stato chiuso a giugno del 2017: le due parti non hanno voluto rivelare se sia stato pagato un risarcimento.
Più di mille morti
In tutti gli Stati Uniti migliaia di corpi di polizia hanno adottato il taser. E i casi simili a quello di Schrock sono sempre più frequenti: un colpo di taser, una morte accidentale, una richiesta di risarcimento. Ma dietro a ogni caso si nasconde una realtà più complessa ed è nato un dibattito sull’uso di queste armi.
Più di cento incidenti mortali sono cominciati con una richiesta d’aiuto al 911 durante un’emergenza medica. In molti casi non è possibile stabilire con precisione quale sia stato il ruolo del taser. Ma ci sono oltre quattrocento eventi dei quali la documentazione presentata in tribunale fornisce un resoconto abbastanza dettagliato. In un quarto di questi casi i poliziotti hanno usato solo il taser. Negli altri casi sono state impiegate altre forme di coercizione.
Sullo sfondo di questa incertezza generale, Taser International ripete da anni che le sue armi non sono quasi mai la causa di morte. L’azienda sostiene che le vittime delle pistole elettriche sono state 24: 18 persone sono morte per traumi alla testa o al collo nella caduta successiva al colpo e sei per le fiamme innescate dall’arco elettrico dell’arma. Secondo l’azienda, nessuno è mai morto per l’effetto diretto della potente scarica elettrica sul cuore o su altre parti del corpo.
Alcuni documenti ufficiali, però, raccontano una storia diversa.
Reuters ha potuto consultare le autopsie di 712 delle 1.005 vittime censite. In 153 casi, oltre un quinto, il taser è indicato come causa o come fattore che ha contribuito alla morte. Le altre autopsie citano una combinazione di problemi di salute, in particolare di cuore, di abuso di droghe e traumi di vario genere.
Studi indipendenti hanno dimostrato che il taser, se usato correttamente, riduce il rischio di infortuni per gli agenti e le persone che li affrontano. Secondo Taser International, le pistole elettriche sono state usate oltre tre milioni di volte sul campo.
Le 1.005 morti identificate da Reuters superano del 44 per cento le 700 riportate da Amnesty international alla fine del 2016, nonostante l’agenzia di stampa abbia usato criteri più rigidi per il conteggio. Secondo Taser International queste cifre forniscono un quadro esagerato dei rischi perché lasciano intendere che la pistola elettrica sia la causa di tutti i decessi, mentre nella maggior parte dei casi i poliziotti hanno usato altre forme di coercizione. I dispositivi, continua l’azienda, hanno salvato migliaia di vite.
Dopo che Reuters ha presentato i risultati della sua ricerca a Taser International, la società ha inviato un promemoria alle forze dell’ordine in cui prende in esame alcuni punti centrali della ricerca definendoli “non nuovi” e promettendo di fornire “informazioni cruciali” per sconfessare le conclusioni di Reuters. Taser International, che ha acquisito la tecnologia della pistola elettrica negli anni novanta, ha cambiato nome nell’aprile del 2017 in Axon Enterprise. Il cambio di nome, spiega l’azienda, sarebbe legato all’espansione della gamma dei prodotti commercializzati.
Messaggi contraddittori
Taser International ha raggiunto un’enorme popolarità grazie a una strategia di marketing ben precisa: convincere i dipartimenti di polizia che, invece di ricorrere ad armi letali o a scontri fisici potenzialmente pericolosi, gli agenti avrebbero potuto neutralizzare soggetti ostili paralizzandoli con la pistola elettrica.
Eppure, come dimostra quest’inchiesta, anche le pistole elettriche possono causare la morte. In molti casi le persone decedute soffrivano di problemi mentali, disturbi emotivi o sindromi convulsive.
Negli Stati Uniti spetta ai dipartimenti di polizia, non al produttore, stabilire in quali casi gli agenti possono usare le pistole elettriche. Ci sono stati, come il Connecticut, che hanno codificato un regolamento generale per l’uso del taser. Alcuni tribunali federali hanno stabilito che il taser può essere impiegato solo su soggetti aggressivi, un’idea condivisa da un numero sempre maggiore di dipartimenti di polizia. Il think tank Police executive research forum mette in guardia contro l’uso del taser su “persone che si trovano in stato di emergenza medica”. Le procedure seguite dalle forze dell’ordine, in ogni caso, sono molto varie.
All’inizio degli anni duemila, quando i taser hanno cominciato a diventare popolari tra le forze di polizia, l’azienda presentava le pistole elettriche come uno strumento efficace e relativamente sicuro per controllare le persone che soffrivano di disturbi mentali o erano sotto l’effetto di droghe o alcol. Nel 2004 Taser International sosteneva che la pistola elettrica “stava diventando rapidamente lo strumento più adatto” a gestire “persone emotivamente disturbate”.
Con il passare degli anni l’azienda ha adottato un atteggiamento più prudente. Nel materiale fornito ai dipartimenti di polizia nel 2013, si consigliava di non colpire “persone ritenute con disturbi mentali”. Nelle raccomandazioni ufficiali per le forze dell’ordine non si citavano casi del genere, ma si sconsigliava l’uso su persone in stato di “agitazione estrema” e dal “comportamento bizzarro”.
I dipartimenti di polizia e i loro avvocati hanno sottolineato che per un agente può risultare impossibile stabilire se un soggetto risponde a questi criteri. Valutare rapidamente lo stato mentale di un individuo “è una delle cose più difficili che un poliziotto possa dover fare”, spiega Eric Carlson, istruttore e consulente del dipartimento di polizia metropolitano di Las Vegas.
Lo studio della Stanford University ha dimostrato che i taser non dovrebbero essere usati su gran parte della popolazione e che l’arma è sicura “solo se usata su individui in salute che non sono sotto l’effetto di droga e alcol, non sono in stato di gravidanza e non soffrono di disturbi mentali, a patto che il soggetto riceva una scossa standard della durata di cinque secondi su una delle aree del corpo approvate”.
Limitare l’uso
McAdam Lee Mason sembrava disorientato quand’è uscito barcollando dalla casa in Vermont che condivideva con Theresa Davidonis e i suoi figli. Era il tipico comportamento di Mason quando si stava riprendendo da una crisi convulsiva. Gli agenti della polizia di stato che avevano circondato la casa quel pomeriggio del giugno del 2012 hanno avuto una percezione diversa.
Mason, 39 anni, era un artista che soffriva di crisi convulsive e disturbi mentali dopo aver riportato danni al cervello in un incidente ai tempi del liceo. Gli agenti erano già stati a casa sua poche ore prima, perché Mason aveva chiamato un centro di sostegno dicendo di aver avuto una crisi, di essere infuriato e di voler uccidere se stesso o qualcun altro. Davidonis aveva mandati via i poliziotti, spiegando che Mason era spesso irrazionale e incoerente dopo le crisi. Non era una minaccia e non era armato.
Qualche ora dopo, gli agenti sono tornati per un controllo. Davidonis era uscita e nessuno aveva risposto al campanello. Mentre gli agenti si posizionavano nella proprietà sospettando che Mason si fosse nascosto nel bosco circostante, Davidonis era rientrata. L’agente David Shaffer si era nascosto dietro un albero accanto alla casa, con un fucile d’assalto. Ha visto Mason nel giardino e gli è
domenica 16 settembre 2018
Un'esperienza di antipsichiatria pratica: ''La Cura''
settembre 2002 - settembre 2018
IO SONO LA CURA
un'esperienza di antipsichiatria pratica

promosso, con altri, nel 1996 e di cui tutt'ora sono il rappresentante legale.
Da anni, dopo le esperienze di autogestione promosse dal Comitato Iniziativa Antipsichiatrica nel paese di Furci Siculo (dove siamo nati), a Catania e, per un periodo, anche nelle città di Palermo e Messina, ci siamo interrogati in merito alla possibilità/necessità di creare "rifugi antipsichiatrici" a supporto dei percorsi individuali di liberazione dalla psichiatria.
Per cultura e vocazione ci siamo sempre orientati per un approccio pratico, ritenendo l'antipsichiatria non un'ideologia o una teoria alternativa alla psichiatria, ma un punto di vista. Una volta assunto (una volta cioè che ci si è liberati dalla necessità di negare l'esperienza dell'altro definendola come malattia o disagio), quello che ci è sempre premuto è praticarlo, renderlo concreto, confrontarci su un piano di realtà con gli altri punti di vista che costituiscono la cultura dominante.
Il comitato iniziativa antipsichiatrica nasce nel 1986. Solo 16 anni dopo ci sentiremo pronti ad affrontare questa avventura.
Le nostre remore non sono mai state "ideologiche". Il Comitato è, credo e a mia memoria, l'unico gruppo antipsichiatrico organizzato in Italia che non è espressione di gruppi politici, collettivi o esperienze di movimento.
Il nucleo originario era costituito da un gruppo di amici, alcuni dei quali, fra i quali io stesso, aveva avuto un'esperienza di tirocinio (in qualità di assistente sociale) presso il manicomio di Messina. Questa esperienza aveva aperto in ognuno di noi una profonda ferita (per alcuni sul versante umano, per altri su quello culturale e politico), spingendoci ad organizzarci per provare a portare fuori da quell'inferno (e dalla sua logica) i nostri concittadini ed evitando di farci mandanti di nuovi internamenti (secondo la procedura del Tso introdotta dalla legge 180).
Le remore all'apertura di "luoghi" erano legate ad una semplice e pratica questione di fondo: il nostro rifiuto della psichiatria è essenzialmente rifiuto della delega a specialisti di questioni che riguardano noi stessi e le nostre relazioni; è rifiuto di qualsiasi concetto di malattia o sofferenza mentale che individui gli utenti psichiatrici come soggetti altri rispetto al resto del genere umano; è rifiuto di qualsiasi concetto di "cura" riferito a qualsiasi azione che intende influire, negare, modificare modi di pensare, essere e fare degli individui.
Partendo dal nostro punto di vista sentivamo che creare un qualsiasi luogo di incontro, accoglienza, ascolto specialistico e riservato agli utenti psichiatrici, rischiava di riproporre, nel negarla, una sorta di diversità ontologica dei matti e la necessità che per loro si pensino e attuino percorsi specifici da parte di persone competenti/sensibili/preparate ad hoc.
Questa constatazione ci ha fatto per anni preferire confrontarci direttamente con le persone nei luoghi in cui vivono insieme a noi, nell'ambito delle nostre relazioni e nelle realtà sociali che condividiamo. Nessuno spazio separato, nessuna attività ad hoc, nessuna rappresentazione teatrale, squadra di calcetto o altra iniziativa collettiva che individui le persone, se non lo vogliono, né lo scelgono, come appartenenti al gruppo dei "malati", "disagiati" o "sofferenti" mentali.
L'esperienza pratica ci ha edotti del fatto che la liberazione dalla psichiatria passa dalla possibilità di utilizzare risorse non solo giuridiche ma anche materiali per separarsi e rendersi autonomi dai contesti sociali e familiari in cui si è inseriti. Abbiamo capito che, fuor di ogni dubbio, la cosiddetta psichiatria delle "buone pratiche" consiste essenzialmente in uno scambio in cui la persona, per usufruire di spazi di libertà e di scelta sempre più ampi, ma anche di possibilità concrete di accoglienza, vitto e reddito, deve accettare il suo status di "paziente" e riconoscere quello di "terapeuti" ai suoi custodi/curatori/amministratori.
domenica 14 gennaio 2018
Usa anni '50: Elettroshock sui bambini
Riportiamo sotto la storia di Lauretta Bender ed alcune testimonianze delle sue vittime innocenti. Ricordiamo come, ancora oggi, in Italia la pratica di utilizzo della terapia TEC (divenuta nel contempo più 'moderna'...) sia utilizzata in circa 90 strutture private e pubbliche. Per approfondimenti consigliamo il libro del Collettivo Artaud di Pisa http://artaudpisa.noblogs.org/post/category/libro/ .
E 'il parere di tutti gli osservatori in ospedale, nelle aule scolastiche, dei genitori e degli altri tutori che i bambini sono stati sempre un po' migliorati dal trattamento di shock, in quanto erano meno disturbati, meno eccitabili, meno ritirati e meno ansiosi. Erano meglio controllati, sembravano meglio integrati e più maturi ed erano maggiormente in grado di soddisfare le situazioni sociali in modo realistico. Erano più composti, più felici, e sono stati più in grado di accettare l'insegnamento o la psicoterapia di gruppo o individualmente.
Avevo sei anni [nel 1944]. Mia madre era stata rinchiusa in un ospedale psichiatrico poco prima che io nascessi. Una psichiatra al Bellevue Hospital di New York, il Dr. Lauretta Bender, aveva appena iniziato la sua serie infame di esperimenti con il trattamento TEC sui bambini, e aveva bisogno di più soggetti. Così fui diagnosticato come "schizofrenico infantile," strappato dai miei genitori adottivi, e mi furono somministrati 20 trattamenti d'urto ....in 18 dei quali venni trascinato lungo il corridoio gridando, con un fazzoletto farcito in bocca in modo da non mordermi la lingua. Mi sono svegliato [dopo il trattamento d'urto] senza sapere dove ero, o chi ero, ma la sensazione era come se avessi subito l'esperienza della morte. Dopo quattro mesi di questo calvario tornai finalmente alla mia casa adottiva. Il trattamento di shock mi aveva cambiato: da ragazzino timido che amava sedersi in un angolo e leggere ero diventato un bambino terrorizzato che voleva aggrapparsi solo alla sua madre adottiva e piangere. Non riuscivo a ricordare i miei insegnanti. Non riuscivo a ricordare il ragazzino che mi era stato detto fosse il mio migliore amico. Non riuscivo nemmeno a trovare la mia strada intorno al mio quartiere. L'assistente sociale che mi visitava ogni mese disse ai miei genitori adottivi che la mia perdita di memoria era un sintomo della mia malattia mentale. Pochi mesi dopo, fui spedito in un ospedale statale a trascorrere i successivi 10 anni della mia vita.
Questa cosidetta terapia è appannaggio di alcuni sadici isolati, qualche scienziato pazzo che ama praticarla di nascosto? No, la psichiatra che mi ha fatto questo a me e diverse centinaia di altri bambini è ancora una leader nel suo campo, con molti articoli pubblicati su riviste psichiatriche prestigiose, lei riceve ancora uno stipendio dal Dipartimento di Igiene Mentale dello Stato di New York. E non una sola voce è mai stata sollevata all'interno dell'intera professione psichiatrica per protestare contro quello che aveva fatto. (Ted)
La scienza
L' Elettroshock viene definito dagli psichiatri come terapia elettroconvulsiva o ECT (TEC in italiano) perché comporta la produzione di forti convulsioni, simili ad un attacco epilettico, applicando fino a 600 volt di tensione elettrica sulle tempie e facendo attraversare alla corrente il cervello per quattro secondi. Prima dell'applicazione, ai soggetti vengono somministrati anestetici e farmaci per paralizzare i muscoli, per sopprimere la paura e il dolore e per ridurre il numero di ossa rotte - soprattutto nella spina dorsale, un evento comune, prima quando non venivano utilizzati tali farmaci.
La convulsione indotta di solito dura 30-60 secondi, può produrre complicazioni pericolose per la vita, come l'apnea e l'arresto cardiaco. La convulsione è seguita da alcuni minuti di incoscienza. L'Elettroshock è generalmente somministrato in ospedali attrezzati per gestire le situazioni di emergenza, compresa la morte, che si possono sviluppare durante o subito dopo la scossa.
Danni cerebrali
I medici, così come le imprese di costruzioni, fanno del loro meglio per impedire alla gente di essere ferita da scosse elettriche. Alle persone sono somministrati farmaci anticonvulsivanti per prevenire crisi epilettiche, perché sono note per danneggiare il cervello.
Il cervello funziona naturalmente in millivolt di elettricità. Con l'ECT, tuttavia, si applicano scossoni al cervello con una media di 150-400 volt di elettricità. L'ECT induce un attacco epilettico ed è ovvio che l'elettroshock provoca danni al cervello.
Il professor Peter Sterling dell' università di neuroscienze della Pennsylvania si esprime così in una testimonianza nel corso di un'audizione nel 2001 sull' ECT al comitato permanente di New York dell'Assemblea sulla salute mentale, ritardo mentale e disabilità dello sviluppo:
"L' ECT indiscutibilmente danneggia il cervello. Il danno è dovuto ad una varietà di meccanismi noti:
1) L'ECT è stato progettato per evocare una forte crisi epilettica che coinvolge una massiccia eccitazione dei neuroni corticali che provocano anche l'eccitazione di strutture cerebrali inferiori. La crisi provoca un aumento acuto della pressione sanguigna nella gamma ipertensiva, e questo provoca spesso piccole emorragie nel cervello. Ovunque si verifica una emorragia nel cervello, le cellule nervose muoiono - e queste cellule non vengono sostituite.
2) L'ECT rompe la 'barriera emato-encefalica.' Questa barriera impedisce normalmente a molte sostanze nel sangue di raggiungere il cervello. Questo protegge il cervello, che è il nostro organo più chimicamente sensibile, da una varietà di potenziali infortuni. Quando questa barriera viene violata, le cellule nervose sono esposte a danni e possono anche morire. La rottura di questa barriera porta anche un 'edema' (gonfiore), che, poiché il cervello è racchiuso dal cranio rigido, porta all'arresto locale di afflusso di sangue, anossia [mancanza di ossigeno], e morte dei neuroni.
3) L'ECT provoca nei neuroni il rilascio grandi quantità di un neurotrasmettitore, il glutammato. Questo prodotto chimico eccita ulteriormente l'attività neuronale che rilascia ancora più glutammato, portando a 'eccito-tossicità' (letteralmente i neuroni muoiono a causa di iperattività). Tale eccito-tossicità è stata riconosciuta relativamente di recente ed è ora un importante argomento di ricerca. E 'nota per accompagnare le crisi e più applicazioni ripetute di ECT possono avere un contributo significativo all'accumulo di danni cerebrali. "
La linea di fondo è che l'ECT "funziona" nella misura in cui danneggia e disabilita il cervello.
Perdita di memoria
La perdita della memoria è un fattore chiave che indica l'esistenza di un danno cerebrale. E 'altamente significativo, poi, che l'industria dell'elettroshock tenta di negare o minimizzare la perdita di memoria elettroshock-indotta.
Nel 2001, il leader ricercatore e sostenitore dell'ECT, lo psicologo Harold Sackeim ha ammesso in un editoriale del "The Journal of ECT" che "virtualmente tutti i pazienti avvertono un certo grado di persistente e, probabilmente, amnesia retrograda permanente". Anche i più ardenti sostenitori dell'elettroshock "esperti" ora ammettono la perdita di memoria.
Più di recente, Sackeim ed i suoi colleghi hanno pubblicato i risultati di un importante studio nel numero di gennaio 2007 della Neuropsicofarmacologia. Essi hanno riconosciuto che l'elettroshock può causare amnesia permanente e deficit permanenti nelle capacità cognitive, che influiscono sulla capacità di funzionare: "Questo studio fornisce la prima prova in un grande futuro campione che gli effetti cognitivi negativi possono persistere per un lungo periodo, e che caratterizzano il trattamento di routine con ECT in contesti comunitari."
Morte
Il risultato peggiore dell'elettroshock è la morte. Leonard Frank ha fornito una delle migliori sintesi dei dati esistenti sulla morte elettroshock-indotta, mostrando che le stime variano ampiamente. La giornalista Sandra Boodman fornisce un po 'di prospettiva:
Secondo l'APA (Associazione Psichiatrica Americana) in una relazione del 1990, uno in 10.000 pazienti muore a causa della moderna ECT. Questo dato deriva da uno studio di morti entro 24 ore dalla ECT riferito ai funzionari della California tra il 1977 e il 1983. Ma le statistiche più recenti indicano che il tasso di mortalità può essere più alto.
I funzionari del Dipartimento del Texas di Salute Mentale e Ritardo Mentale riportano che tra il 1 Giugno 1993 e 1 settembre 1996, hanno ricevuto segnalazioni di 21 morti tra i circa 2.000 pazienti.
In uno studio è emerso che uno su 95 pazienti erano morti entro 14 giorni dall'applicazione di ECT. Un altro studio riporta i risultati sul trattamento di 65 pazienti anziani depressi di 80 anni di età o più Un anno dopo il trattamento, gli autori hanno trovato 10 decessi tra i 37 pazienti che hanno subito l'ECT e 1 decesso tra i 28 pazienti che non lo hanno subito.
Efficacia
Oltre al fatto che elettroshock viola direttamente il primo giuramento di Ippocrate di non nuocere non è stato nemmeno dimostrato che fornisce un beneficio a breve termine. Sono stati fatti studi prospettici, randomizzati, controllati con placebo confrontando l'amministrazione di veri ECT rispetto a farre finta in condizioni di doppio cieco. Nella finzione dell' ECT, i pazienti ricevono un anestetico generale, sono collegati alla macchina ECT, il pulsante viene premuto, ma nessuna corrente viene generata. Come riporta lapsichiatra Colin Ross nella sua recensione della letteratura, questo finto elettroshock (anestesia, ma non l'elettroshock) ha gli stessi risultati a breve termine, come il vero elettroshock, e non vi è alcuna prova che fornisce un effetto benefico duraturo. Molti studi non sono riusciti a trovare una differenza neanche durante il trattamento.
Recuperamente
domenica 17 dicembre 2017
domenica 23 aprile 2017
Quando il giudice è stato psichiatrizzato di Maria Catena Amato
A distanza di anni, non so ancora chi forse in Cielo mi ha aiutata, ma se non avessi avuto quel barlume di lucidità, che all’epoca, contro tutti e contro tutto, mi fece scegliere liberamente e consapevolmente di risolvere i miei gravissimi problemi personali, senza alcun aiuto farmacologico e nessun supporto psicoterapico, non sarei ancora in vita.
