martedì 25 agosto 2026

Fakir

Riceviamo e pubblichiamo il pensiero su Fakir di Artaud:

È passato un mese da quando il 19 luglio scorso a Bologna è stato ucciso Abderrahim Fakir, 42 anni, schiacciato a terra e soffocato dalla polizia durante un fermo.

Fakir viveva in Italia da quando aveva sette anni ed era titolare di una ditta di trasporti e facchinaggio. Negli ultimi mesi alla sua avvocata aveva manifestato timori legati all'entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione. Aveva paura di essere espulso dall’Italia nonostante avesse i documenti in regola.

 

La sua terribile storia è sparita dai giornali. Non se ne parla già più.

Sembra che non rimanga altro da fare che aspettare i risultati dell’autopsia. Anche se non ne abbiamo bisogno per sapere come è morto.

 

Da quando il 3 marzo 2014 Riccardo Magherini è morto schiacciato a terra a Firenze, contenuto e soffocato dai carabinieri, non abbiamo fatto un passo avanti. Siamo rimasti sempre e ancora lì.

 

Riccardo chiedeva aiuto. Come Fakir.

 

Sembra ormai una pratica ordinaria, normale, accettabile quella di rispondere all’inquietudine, allo smarrimento, all’evidente sofferenza, all’intimo turbamento in maniera repressiva e violenta, anche con lo schiacciamento a terra, il ginocchio sulla schiena, le manette, la contenzione, il soffocamento.

 

Le cronache sono piene di storie simili a quella di Fakir o di Riccardo Magherini. Chi vuole, (noi come Collettivo ci siamo cimentati in questa impresa) si prenda la briga di cercarle, studiarle, divulgarle... Tantissime sono le persone decedute in seguito all’esecuzione di un fermo di polizia con annesso Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO), all’azione congiunta di divise e camici bianchi, di gazzelle della polizia e ambulanze del 118 o della Croce Rossa.

Riccardo e Fakir sono morti come tanti altri. Luigi Marinelli, schiacciato da un ginocchio sulla schiena durante l’intervento della polizia nella sua abitazione a Roma il 5 settembre 2011. Giacomo Zotti, morto a Urago d’Oglio in provincia di Brescia durante un TSO, a causa di due iniezioni di sedativo mentre era bloccato dai carabinieri il 26 ottobre 2011. Vincenzo Sapia, soffocato a terra da un carabiniere a Mirto Crosio in provincia di Cosenza il 24 maggio 2014. Andrea Soldi, immobilizzato con una presa al collo, ammanettato e soffocato durante un TSO (non voleva recarsi al CSM a farsi somministrare la dose di psicofarmaci) da tre vigili urbani e uno psichiatra il 5 agosto 2015 a Torino. Arafet Arfaoui, morto a Empoli il 17 gennaio 2019 dopo un’iniezione di sedativo mentre era ammanettato e schiacciato a terra dai carabinieri, con i piedi legati da un cordino di plastica. Igor Squeo, morto a 33 anni in circostanze ancora non chiarite la notte tra l'11 e il 12 giugno 2022 a Milano in seguito a un intervento di polizia e sanitari nel suo appartamento, ammanettato, schiacciato a terra in posizione prona e potentemente sedato. M.M, soffocata a 39 anni all’interno di una chiesa di Vigevano dopo essere stata ammanettata, contenuta e bloccata a pancia in giù da due vigili urbani il 3 novembre 2023.

E chissà quante altri.

Tante, troppi hanno perso la vita nel corso di un intervento delle forze dell’ordine durante l’esecuzione di un Trattamento Sanitario Obbligatorio. Il TSO a tutt’oggi continua a essere l’unica pratica considerata “medica” che impone una “cura” indesiderata e involontaria attraverso l’intervento della forza pubblica. A migliaia ne vengono praticati ogni anno in Italia, decine ogni giorno. E troppo spesso finiscono così, con la morte “accidentale” di chi li subisce.

 

Come società e come individui facciamo fatica a empatizzare con chi esprime una sofferenza latente, evitiamo di considerare il dolore interiore e nascosto. Siamo capaci di percepire solamente la minaccia. L’unica risposta a chi si trova in un momento di difficoltà, chiede aiuto ed esige cura, ascolto, vicinanza e accoglienza sono le forze dell’ordine e dosi massicce di neurolettici e sedativi. L’incontro ravvicinato con una persona in forte crisi ha come conseguenza quasi meccanica l’appello a chi ha il monopolio della forza. Farsi carico, prendersi personalmente cura di una persona che esprime difficoltà sembra appartenere a spazi, tempi e dimensioni lontane. Nel nostro tempo, nel nostro spazio, nella nostra dimensione ciò non è più possibile. Si salta a piè pari qualsiasi rapporto umano. Chi urla per strada è potenzialmente pericoloso per sé e per gli altri, e al cittadino che non vuole guai non rimane che una soluzione, chiamare le forze dell’ordine o l’ambulanza per il ricovero coatto in psichiatria. Spesso quando le divise operano insieme ai camici bianchi, le parole si trasformano in armi, le relazioni sono surrogate da bombardamenti di psicofarmaci, contenzione e segregazione in reparti psichiatrici. Fakir è morto perché bravi cittadine alla finestra desiderosi di tranquillità, cellulare alla mano in modalità ripresa video, lo hanno consegnato a uomini in divisa. I quali, ben lungi dal preservare l’incolumità delle persone, hanno messo in atto il loro compito primario: controllare, contenere e reprimere.

 

Le persone sofferenti sono spesso circondate da uno stigma: una modalità collettiva, costruita nei secoli, di osservare la realtà che ci circonda e di rapportarsi alle persone, che trasforma la vulnerabilità in vergogna o pericolo. Dei matti si ride o se ne sta alla larga. Lo stigma psichiatrico va anche oltre: previene e annulla qualsiasi responsabilità personale anche se si mettono in atto trattamenti violenti e contenitivi prolungati. Alle persone considerate matte, pazze, deliranti difficilmente si crede, anche quando denunciano un danno o un abuso. Così agisce lo stigma. Ci si sente più liberi di agire impuniti. Chi è in crisi non è credibile e non è attendibile come testimone.

Fakir è stato colpito anche da questo stigma. Dopo la sua morte è stata orchestrata dai media e dal dibattito politico di infimo livello a cui siamo abituati una campagna stampa tesa a screditarlo come persona. Si è detto che forse aveva delle patologie pregresse, che assumeva stupefacenti. È stata perquisita la sua abitazione ed è comparsa la sua cartella clinica di un ricovero risalente a un mese prima della morte, quando era andato al pronto soccorso dell’ospedale Maggiore di Bologna per un taglio al polso, durante il quale aveva chiesto un aiuto psicologico. Il fine era chiaro: dimostrare che lui stesso fosse la causa del suo omicidio.

 

La famiglia di Fakir chiede verità e giustizia. La procura di Bologna ha già mostrato da che parte sta lo Stato: il fascicolo sui due poliziotti e i quattro operatori del 118 intervenuti al Pilastro non è stato aperto nel registro ordinario degli indagati, ma nel cosiddetto modello 45 bis, il registro “scudo” introdotto dall’articolo 12 del decreto sicurezza, riservato ai casi in cui si presume sin da subito una causa di giustificazione per chi porta una divisa, in adempimento del dovere. Chi vi finisce iscritto non è formalmente indagato e gli accertamenti procedono su un binario separato e più rapido rispetto a quello ordinario. Per la morte di una persona disarmata, bloccata a terra e ammanettata, il punto di partenza dell’inchiesta è la presunzione che agenti di polizia e i volontari della Croce Rossa abbiano agito legittimamente. Si tratta della prima applicazione in assoluto di questa norma in Italia.

Siamo con le famiglie di chi subisce abusi di questo tipo, spesso destinate a un doppio lutto, a una doppia perdita: strappate per sempre alla presenza dei propri cari, private della consolazione di una verità processuale plausibile e accettabile. Pochissimi sono i processi che giungono a una conclusione effettiva. Il che aggiunge un ulteriore inquietante elemento alla violenza che famiglie, parenti, amici della persona deceduta a causa dell’abuso sono costretti a sopportare: la privazione anche di una spiegazione, di una successione plausibile dei fatti e delle cause che hanno portato alla morte delle persone a loro più care.

 

Quello che è successo a Fakir e a tutti gli altri è il risultato della perdita di qualsiasi contatto umano. È la conseguenza della delega di azioni, pensieri e rapporti solidali a istituzioni prive per statuto di capacità relazionale, di reale interesse verso le sensazioni altrui e nei confronti di stati d’animo non rispondenti a uno standard conforme.

Un vero cambiamento non può passare che dalla consapevolezza diffusa della necessità di un ritorno alla disponibilità alla cura, quella vera, fatta di ascolto, capacità di relazione, vicinanza. Tutte caratteristiche che, inesorabilmente, stiamo, forse per sempre, perdendo in questi anni infami.

Ci rifiutiamo di pensare che questa deriva rappresenti la nostra nuova normalità.

 

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud

 

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud

via San Lorenzo 38, 56100 Pisa

antipsichiatriapisa@inventati.org

www.artaudpisa.noblogs.org

3357002669 



domenica 14 giugno 2026

Morire in chiesa, ammanettata e contenuta

 

di Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud (da https://www.osservatoriorepressione.info)

Quando la sofferenza viene trattata come ordine pubblico: il caso di Vigevano e la violenza normalizzata della contenzione psichiatrica.

Novembre 2023. Vigevano, Pavia. Chiesa della Madonna Pellegrina. I giornali raccontano che è in corso un funerale. Una donna, già in carico ai servizi psichiatrici, entra, si inginocchia, va in crisi, alza la voce. «Non aveva la percezione del luogo in cui si trovava. Abbiamo quindi pensato di chiedere un intervento di natura sanitaria e di pubblica sicurezza», racconta il parroco alla stampa.

Sembrerebbe dunque un TSO in piena regola, ma i resoconti cronachistici sono reticenti e contraddittori. Di certo si capisce che c’è stato l’intervento di due agenti della polizia locale, che avrebbero in qualche modo fermato e contenuto la donna. «La donna era a pancia in giù: uno le teneva la testa bloccata per impedirle di picchiarla contro il pavimento mentre i colleghi le aveva bloccato le gambe», secondo un altro quotidiano. La donna muore durante il fermo.

C’è un processo attualmente in corso. I due agenti devono difendersi dall’accusa di omicidio colposo. «I poliziotti, infatti, avrebbero immobilizzato e ammanettato la donna […] la quale subito dopo sarebbe morta.

La Procura dovrà chiarire se il decesso sia stato causato dalle modalità con cui la 39enne è stata fermata o se sia morta per cause naturali», riferisce ancora la stampa. Fin qui i resoconti cronachistici. Malgrado le nostre ricerche non c’è stato possibile avere ulteriori informazioni sugli sviluppi del procedimento in corso.

Da quello che risulta, e da quello che siamo riusciti a sapere direttamente, la vittima non era una persona aggressiva, né in quel momento stava commettendo violenza contro altre persone. Esprimeva sicuramente a suo modo uno stato di profonda sofferenza interiore, di difficoltà personale. Sarebbe stato necessario prendersi carico, attuare modalità di protezione, ascolto e cura.

Invece sembra ormai una pratica ordinaria, normale, accettabile quella di rispondere all’inquietudine, allo smarrimento, all’evidente sofferenza, all’intimo turbamento in maniera repressiva e violenta, anche con lo schiacciamento a terra, le manette, la contenzione, il soffocamento.

Con i mezzi tipici del trattamento sanitario obbligatorio, l’unica pratica “medica” che si mette in atto con l’intervento della forza pubblica, con l’imposizione della “cura”. A migliaia ne vengono praticati ogni anno in Italia, decine ogni giorno. E troppo spesso finiscono così, con la morte “accidentale” di chi li subisce.

martedì 6 gennaio 2026

MORIRE DI PSICHIATRIA A LIVORNO


ennesima vittima è la terza dal 2017

Apprendiamo che una donna di quarantuno anni, di cui non conosciamo l'identità, si sarebbe suicidata nel bagno del reparto di Psichiatria dell’ospedale di Livorno il 27 dicembre scorso.

È successo ancora. Un'altra volta, sempre nello stesso posto. Sempre nell' SPDC (Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura) padiglione 10° degli Ospedali Riuniti di Livorno.

L'ASL Toscana Centro, intervenuta a posteriori con una nota diramata ai giornali, parla di un "caso sentinella": un evento cioè grave, imprevedibile, inaspettato.

Imprevedibile?
Per quello che ci è dato sapere in pochi anni si sono verificati almeno altri due casi di persone decedute dopo essere state ricoverate all'interno di quello stesso reparto.
La mattina del 14 marzo 2017 una ragazza di ventiquattro anni scappa dal reparto di psichiatria di Livorno dove era ricoverata e si toglie la vita gettandosi sotto un treno. Di  lei non si conosce neanche il nome.
A comunicare la notizia della morte di Guglielmo Antonio Grassi all'inizio di aprile del 2021 è stato invece l’ex-primario in pensione di quello stesso reparto, attraverso una indignata e circostanziata lettera di denuncia alla stampa locale. Dal suo racconto si evinceva lo stato di generale decadenza del reparto di Psichiatria dell'ospedale di Livorno (sbarre alle finestre, porte chiuse, sfratto dell'Associazione degli utenti, aumento della contenzione meccanica). Grassi muore di polmonite dopo essere stato legato al letto di contenzione per più di sette giorni.

La donna deceduta nel pieno delle recenti feste natalizie era uscita dal carcere due settimane prima di morire. Dalla ricostruzione dei giornali risulta che non si sentiva bene e che dopo una visita al pronto soccorso, era stato disposto il suo ricovero (volontario) in Psichiatria nel pomeriggio del 26 dicembre. Qui, all'interno del bagno, secondo i giornali, si sarebbe soffocata. È risultato inutile qualsiasi tentativo di rianimarla da parte del personale sanitario.
La figlia il giorno precedente aveva chiamato in reparto chiedendo inutilmente di parlare con la madre. Ha poi ricevuto la notizia all’una di notte: «Sua madre è morta, si è suicidata». Insieme ad altri familiari si è immediatamente diretta al padiglione 10, chiedendo di poter entrare. Adducendo motivi di sicurezza e procedurali il personale sanitario ha impedito loro di entrare e ha poi chiesto l'intervento di una pattuglia di carabinieri per placare la rabbia dei familiari.

La figlia e il marito della donna hanno sporto denuncia. La procura ha avviato un'indagine su quanto accaduto, allo scopo di appurare eventuali responsabilità penali. È stata acquisita la cartella clinica per indagare sulla terapia somministrata, e sono stati ascoltati alcuni dei sanitari che l’hanno presa in carico. La dottoressa di guardia quella notte è stata indagata con l'imputazione provvisoria di omicidio colposo. La salma resta sotto sequestro: è stata disposta l’autopsia, di cui si attendono i risultati.

L’Asl Toscana Nord-Ovest ha comunque difeso l'operato del personale, e ha attivato un audit interno per capire cosa sia accaduto con esattezza. Un sindacato di categoria ha puntato il dito contro la carenza di personale.

A Livorno prevalgono gli stessi dispositivi custodialistici e post-manicomiali utilizzati nella stragrande maggioranza dei reparti psichiatrici in Italia.
Livorno non fa parte dei 24 reparti psichiatrici no-restraint (su 329 totali), gli unici dove non si legano le persone. E a Livorno si muore legati a un letto di contenzione.
A Livorno nel 10° padiglione le visite esterne sono regolamentate a discrezione del personale sanitario. Troppo spesso questa limitazione comporta sofferenze ulteriori per pazienti e familiari, oltre a una mancanza di controllo su inadempienze e abusi.
Possiamo supporre, inoltre, che una persona appena uscita da una reclusione carceraria abbia bisogno di un sostegno e di una risposta adeguata ai propri bisogni. Fra le altre cose, nelle carceri italiane si vive in una condizione al limite della sopportazione e della stessa dignità umana, dove la somministrazione incontrollata e smisurata di psicofarmaci è nota e costante, a scopo sedatorio e di controllo. Quale trauma ha riportato la donna dopo l'esperienza carceraria? Perché il pronto soccorso ha stabilito di inviarla in Psichiatria?

Manca infine una seria elaborazione statistica dei dati riguardanti i suicidi all’interno dei reparti psichiatrici italiani, come avviene invece per i suicidi in carcere. Come per le carceri, i suicidi in psichiatria non sono eventi episodici ma strutturali. I suicidi avvenuti all’interno delle istituzioni psichiatriche rappresentano in tutto e per tutto, come per chi si toglie la vita in carcere, delle morti di Stato. Il suicidio svela il cortocircuito che si verifica all’interno dell’istituzione psichiatrica: istituzione teoricamente finalizzata alla cura e che, invece, insinua e finisce per innescare essa stessa i fenomeni suicidari.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud

mercoledì 31 dicembre 2025

Link per ascoltare intervista del Collettivo Artaud a Radio BlackOut sull’elettroshock

radioblackout.org/2025/12/piemonte-verso-il-ritorno-del-lelettroshock/

Questo è il link per ascoltare l’intervista che abbiamo fatto, come collettivo Artaud, a Radio BlackOut sull’elettroshock. Fratelli d’Italia ha presentato un emendamento al piano sanitario che prevede il ritorno all’elettroshock in Piemonte.
La più famigerata delle torture psichiatriche potrebbe essere utilizzata con i “depressi gravi”. Oggi si chiama Tec e viene somministrata in anestesia. Una scarica elettrica umanitaria. Peccato che i deficit cognitivi e di memoria che ne derivano mostrano il fine disciplinare e non terapeutico di questa pratica.

sabato 27 dicembre 2025

Intervista a Giorgio Antonucci

Anche quest'anno vale la pena di ricordare questa intervista che abbiamo avuto la possibilità di fare anni fa a Giorgio Antonucci. Parole da tenere sempre a mente, da non far scivolare mai via.

 

Il taser uccide

 Riceviamo e pubblichiamo.

Il taser uccide: occorre che il ceto politico decida finalmente e

immediatamente di metterlo fuori uso

 

In memoria di Elton Bani

Al presidente della repubblica Sergio Mattarella

Alla Fnomceo-Federazione nazionale ordine dei medici

A chiunque interessato/a

Un organo di informazione (Telenord) ha reso note le conclusioni della perizia effettuata dalla dottoressa Isabella Caristo relativa al decesso di Elton Bani – un uomo di 41 anni – avvenuto a Manesseno (Genova) il 17 agosto 2025. L’arresto cardiocircolatorio mortale secondo la consulente è stato causato dagli effetti sinergici di cocaina e scarica della pistola taser. Spetta ora al pm Paola Calleri trarre le prime conclusioni.

Per quello che ci riguarda la notizia non è “sorprendente” e conferma la necessità di mettere immediatamente la pistola taser fuori uso per una motivazione semplice, che finora chi ne ha consentito l’utilizzo non ha voluto prendere in considerazione: l’arma viene usato contro persone delle cui condizioni cliniche e della cui anamnesi personale non si sa nulla.

c’è però una aggravante. Persino senza dover fare ricorso a “dati epidemiologici” ma per una semplice ed empirica constatazione è evidente a tutti (tranne evidentemente ai governi ed ai ministri che hanno autorizzato) che l’arma viene usata non solo “al buio” per quel che riguarda la situazione clinica individuale ma persino su/contro una coorte di persone che certamente, rispetto alla popolazione generale, si trovano in una condizione di maggiore vulnerabilità. E le condizioni di vulnerabilità sono numerosissime , a volte intuibili a volte occulte.

Con la autorizzazione all’uso della pistola taser si è voluto fare una sperimentazione sull’uomo?

Nessuno potrà asserire che al momento delle “autorizzazioni” gli effetti collaterali sulle persone non fossero prevedibili. Riproponendoci dunque la narrazione che ha riguardato l’amianto e tutti gli altri fattori di rischio introdotti nei cicli lavorativi e nell’ambiente ad onta della già riconosciuta (da decenni o da secoli) nocività.

Non abbiamo a che fare con un uso off label di farmaci (tanto caro alle multinazionali) che si può concludere constatando sprechi, inefficacia ed effetti collaterali evitabili ma non mortali (soprattutto se l’utilizzo off label dura poco); qui abbiamo a che fare – come abbiamo visto a Genova, e non era la prima volta – con effetti immediatamente mortali.

I fatti dimostrano quanto era già assolutamente e facilmente prevedibile;

per quel che attiene alle responsabilità: queste non riguardano o non riguardano solo chi viene lasciato col “cerino in mano acceso” ma riguardano chi ha autorizzato la fornitura/dotazione dello strumento.

Un “uso sicuro” della pistola taser non esiste, l’uso della taser va assolutamente

accantonato a favore di metodi di intervento a basso o nullo impatto sanitario e psicosociale.

(*) Vito Totire è medico, portavoce del «centro Francesco Lorusso» di Bologna

In “bottega” abbiamo lanciato un appello Contro la pistola Taser nasce un comitato che avrà probabilmente bisogno di altro tempo e discussione per diventare una realtà estesa sui territori. Invitiamo tutte e tutti a darci adesioni ma anche consigli su come lavorare assieme per far crescere questo movimento. 

qui il link originale: https://www.labottegadelbarbieri.org/taser-un-assassino-fra-noi/ 

lunedì 24 novembre 2025

LA VOCE DEL PADRONE

 "Assolti" i dirigenti al processo sui maltrattamenti alla Stella Maris

 

Il processo di primo grado per i maltrattamenti nei confronti degli ospiti della struttura per persone con disabilità di Montalto di Fauglia, gestita dalla fondazione Stella Maris in provincia di Pisa, si è concluso, dopo 7 anni di dibattimento, il 4 novembre scorso con 10 condanne agli operatori e alle operatrici e 5 assoluzioni. Due operatori sono stati assolti. Assolti anche il direttore sanitario e le due dottoresse responsabili della struttura.

 

Hanno vinto i potenti.

 

Il dispositivo applica quasi appieno la tesi che la Stella Maris aveva caldeggiato sin dall'inizio. La giudice Messina ha condannato penalmente solo gli esecutori materiali delle violenze, ed evidentemente non poteva farne a meno: le immagini degli abusi e dei maltrattamenti erano e restano inequivocabili. L'assoluzione dei dirigenti medici, figure apicali, vorrebbe rappresentare un segnale chiaro: i piani alti non si toccano.

Ma, d'altro lato, alla Stella Maris è stata riconosciuta una responsabilità civile da quantificare in un futuro processo civile, qualora lo decideranno le famiglie.

E, si badi bene, non è poco.

Innanzitutto perché per molti mesi si è rischiato che tutto rimanesse impantanato sino all'arrivo della prescrizione, tanto era stata lenta e rallentata all'inizio la successione delle udienze. Poi perché, almeno in primo grado, una qualche forma di responsabilità, anche se solo civile, è stata comunque riconosciuta alla Stella Maris. Alla Fondazione spetta cioè il pagamento delle spese processuali, anche di quelle spettanti agli operatori condannati qualora non fossero in grado di sopperire autonomamente. Una parte di coinvolgimento anche per l'istituzione Stella Maris risulta dunque stabilita dai meccanismi della sentenza. Il "noi non c'entriamo nulla" che trapela dal conciliante comunicato del presidente della Fondazione (che si conclude con uno goffo appello al «Bene» con la "B" maiuscola) andrebbe perlomeno riconsiderato in questa prospettiva. Rimane lì a testimoniare solamente un malcelato imbarazzo nei confronti di una vicenda che ha gettato non poco discredito sulla sbandierata "eccellenza" dell'"Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico".

 

Rimane il fatto che la sentenza non soddisfa la richiesta di giustizia che le famiglie si sarebbero aspettate dopo anni di attesa. La tesi del pubblico ministero, che assegnava alle dottoresse la responsabilità maggiore per le violenze perpetrate all'interno della struttura, è stata di fatto ribaltata.

Colpevole non è chi aveva assunto personale non qualificato, chi aveva la gestione della struttura, chi doveva vigilare. Colpevole è, ancora una volta, solo la manovalanza, chi si è sporcato le mani in prima linea. Rimangono impuniti i responsabili delle assunzioni. È andato assolto chi doveva occuparsi della formazione del personale. È stata considerata non colpevole penalmente tutta la filiera della gestione e dell'organizzazione che avrebbe dovuto occuparsi della presa in carico e della cura dei ragazzi con disabilità, su su fino alle rappresentanze più alte.

 

Il primo a uscire di scena è stato il direttore generale Roberto Cutajar: dapprima condannato a due anni e otto mesi, poi assolto in appello con la motivazione che "le responsabilità della gestione e delle assunzioni andavano ricercate altrove", con il cavillo che lui era il responsabile dell'intera Stella Maris e non solo del presidio di Montalto. Le responsabili effettive della sede Stella Maris di Montalto sono state in seguito individuate nelle due dottoresse. Ma anch'esse alla fine sono risultate non condannabili. Siamo curiosi di conoscere quali argomentazioni saranno addotte nella motivazione della sentenza.

Perché rimane al momento inevasa una domanda cruciale: ma allora chi gestiva Montalto? Chi ne presiedeva l’organizzazione, la gestione, il controllo?

Un sottile velo di omertà ha coperto sin dall'inizio le vicende di un processo di per sé clamoroso e che avrebbe dovuto avere una ribalta nazionale. Si è trattato del più grande processo per maltrattamenti a persone con disabilità nella storia d'Italia. Eppure le telecamere sono state tagliate fuori sin dalla prima udienza. Con la motivazione che, secondo la giudice, non sussisteva alcuna rilevanza sociale per un evento di questa portata: 24 famiglie, 17 imputati, 284 episodi di violenza registrati dalle impietose microcamere (posizionate esclusivamente negli spazi comuni) in tre mesi. E per finire, la stessa giudice ha pensato bene di emettere la sentenza a porte chiuse. Erano presenti solamente alcune famiglie. Come se per i 7 lunghi anni della durata del processo l'aula fosse stata assediata da orde di parenti scomposti e irrispettosi. Eppure, mai un urlo di sdegno, mai un commento sopra le righe si è levato nell'aula.

Non davanti alle immagini delle sevizie sui propri cari, quando qualche genitore ha preferito uscire dall'aula piuttosto che inveire.

Non di fronte alle testimonianze di chi con arroganza parlava di "buffetti di simpatia", "linguaggio colorito", "strumenti inadeguati di relazione" da parte degli operatori.

Neanche di fronte a un consulente di parte che si permetteva impunemente di affermare che "quelle persone non sono neanche in grado di provare dolore".

E neppure quando, come se fosse una cosa normale, è venuta a galla l'aberrazione dei "tappeti contenitivi", comprati all'Ikea, spacciati come "un presidio di civiltà" per "evitare i lividi sui pazienti" prodotti dai consueti strumenti di contenzione fisica. Strumenti di contenzione che intanto continuavano a essere utilizzati, producendo fratture e traumi vari.

Di fronte a questa galleria degli orrori il pubblico e i parenti hanno mantenuto sempre un atteggiamento fin troppo rispettoso. Solo lacrime e dolore soffocato, nel rispetto di chi avrebbe dovuto assicurare loro una parvenza di giustizia.

Solo al termine della requisitoria del PM Pelosi, nella quale erano state individuate motivazioni e responsabilità di tanta violenza, a partire dalle figure apicali, si è levato dai banchi in fondo (luogo di costante presenza delle parti civili) un applauso lungo e liberatorio.

 

Eppure la Stella Maris sapeva. Risultano agli atti violenze compiute in quella struttura sin dal 2002. E nel 2009 un altro operatore aveva mandato al pronto soccorso un ospite per una ecchimosi e una frattura a un dito. E ancora nel 2014, quando lo stesso operatore avrebbe schiaffeggiato e schiacciato con le ginocchia un adolescente. Davanti a questa denuncia il direttore Cutajar sospenderà il responsabile, ma senza licenziarlo. Dalle intercettazioni telefoniche nei colloqui le dottoresse responsabili della struttura lamentavano di aver denunciato più volte i dipendenti violenti. «Questi quattro stronzi dovevano essere mandati via illo tempore perché noi abbiamo fatto tutte le segnalazioni all'istituzione, la quale si è ben guardata dal procedere...».

Ancora più inquietanti i messaggi dei genitori alla giornalista Maria Elena Scandaliato della Rai che provava a intervistarli: «Io ho paura. Me lo dico da sola che è una cosa sbagliata, ma io c'ho mio figlio lì dentro...». D'altronde il tono degli scambi telefonici tra i dirigenti della Stella Maris, intercettati, era questo: «I genitori sono ambigui, però io voglio dimettere tre persone, per dare un segnale ai genitori eh... Perché loro devono stare attenti!».[1]

E tutto questo accadeva mentre la struttura di Montalto di Fauglia propagandava sé stessa con queste parole tratte dalla sua "Carta dei servizi":

«La nostra filosofia di intervento è 'prenderci cura' oltre che curare, ascoltare e coinvolgere sia il paziente che i familiari. […] La nostra organizzazione è centrata sul modello del piccolo gruppo di pazienti condotto da educatori professionali e da assistenti con funzioni educative, che fungono da 'io' ausiliario o 'compagni adulti' dei pazienti, che li supportano concretamente e psicologicamente in ogni atto della vita quotidiana. I diversi programmi di trattamento sono differenziati sia sulla base dei protocolli che sulla base delle caratteristiche individuali di ogni ragazzo che è visto come portatore di affetti, bisogni emotivi, aspirazioni, competenze».

 

Hanno vinto i potenti.

 

Medici e sanitari dei reparti psichiatrici (e non solo) hanno avuto l'ennesima conferma di quella sorta di scudo penale che da sempre li protegge nell'esercizio delle loro funzioni. Troppe volte come Collettivo Artaud abbiamo assistito alla cerimonia inconcludente della giustizia dei tribunali. Questa sentenza assolutoria è solo l'ennesima di una lunga serie, con la conseguenza che all'aumento della presunzione di intoccabilità dei sanitari corrisponde un incremento del ricorso agli strumenti più controversi della pratica psichiatrica, di derivazione manicomiale: elettroshock, contenzioni, TSO.

 

La Fondazione (privata) Stella Maris continuerà a ricevere contribuzioni di milioni di euro da parte della Regione Toscana, che da parte sua si era guardata bene dal costituirsi parte civile al processo. E, al contrario, si era premurata di premiare l'eccellenza Stella Maris con il Gonfalone d'argento, massima onorificenza toscana, proprio nel 2021, quando il processo era nelle sue fasi più calde.

 

D'altronde non si può condannare chi sta spostando ulteriori decine e decine di milioni di euro. 27.830 mq su quattro livelli, 44 camere per la degenza, altrettanti ambulatori, 50 sale per l'osservazione terapeutica, 24.000 mq di parco. Sono le cifre del nuovo ultramoderno ospedale Stella Maris che sorgerà a Pisa, zona Cisanello. L'inizio dei lavori è stato inaugurato poco tempo fa in pompa magna da sindaco, vescovo e autorità varie, compreso il presidente della Regione. Quelle autorità che non hanno rivolto nemmeno una parola alla famiglie, di fronte allo scempio del dolore e delle immagini dei maltrattamenti e di un processo che è andato avanti per anni.

 

Non si può sospettare di chi agisce per conto del "Bene". «Nei nove anni che sono trascorsi dai fatti di Montalto di Fauglia», afferma ancora il comunicato di Stella Maris emesso dopo la sentenza di primo grado, «abbiamo impegnato tutte le nostre energie per migliorare sempre più le nostre attività riabilitative. Il nostro compito è sempre quello di dare il meglio con professionalità e soprattutto con il cuore, imparando dagli errori». A Marina di Pisa, la struttura che sostituisce Montalto di Fauglia da quando è stata chiusa, il personale è cambiato. Ma a Marina non può entrare nessun visitatore, neanche i genitori o i parenti dei ragazzi. Gli ospiti vengono accompagnati all'esterno dal personale quando i familiari vanno a prenderli.

 

Nel frattempo, all'interno di altre strutture chiuse, dove nessuno entra, dove non è previsto alcun tipo di controllo sociale, storie simili a quelle successe alla Stella Maris continuano a ripetersi, riproponendo intatti i dispositivi delle istituzioni totali. Imperia (Villa Galeazza), Manfredonia (Stella Maris), Foggia (Opera Don Uva), Como (Comunità Sacro Cuore), Cuneo (Cooperativa Per Mano), Ivrea (Ospedale di Settimo Torinese), Siracusa (strutture per disabili e anziani), Bologna (Villa Donnini), Perugia (Centro Forabosco), Decimomannu (Centro AIAS), Brescia (Comunità Shalom), tanto per citare solamente le più recenti. Botte, violenze, contenzioni meccaniche, maltrattamenti, insulti, umiliazioni.

 

Giustizia non è fatta.

 

Le pratiche manicomiali sopravvivono intatte e, malgrado le promesse della legge 180, continuano a seminare dolore. E le strutture che le utilizzano continuano a presentarsi all'esterno come paradisi di accoglienza e cura.

Troppe volte come collettivo Artaud ci siamo trovati a interagire con persone abusate dalla psichiatria. Troppe volte la giustizia dei tribunali si è girata dall'altra parte di fronte agli abusi perpetrati da un modello di psichiatria obsoleto e fallimentare.

Il potere giudiziario si è rivelato per l'ennesima volta connivente con il potere psichiatrico.

 

E noi continuiamo a pensarla come Fabrizio De André.

 

«Per quanto voi vi crediate assolti

siete per sempre coinvolti»

 

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud

 

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud

via San Lorenzo 38, 56100 Pisa

3357002669 antipsichiatriapisa@inventati.org

artaudpisa.noblogs.org

 

 

martedì 11 novembre 2025

Forlì - Domenica 16 Novembre incontro con Artaud e Camap

 
Domenica 16 Novembre al Circolo Asyoli a partire dalle 13. Ci sarà il collettivo Artaud e il nostro Angelo. Nel volantino tutto il programma della giornata