di Giuseppe Bucalo
Ho già scritto più volte che non c'è
"cattiva" pratica psichiatrica che non sia stata salutata, proposta o
imposta come "buona" al suo affacciarsi nel mondo delle "cura" della
follia.
Non c'é cattiva (prima buona) pratica psichiatrica a cui, le
persone che vi sono state sottoposte, non abbiano tentato
disperatamente di sottrarsi. Non c'é rifiuto di una pratica psichiatrica
(buona o cattiva che sia) che non abbia portato (e non porti)
all'imposizione coatta della stessa.
Il "rifiuto delle cure" in
psichiatria è considerato un sintomo cardine e una peculiarità
specifica della "patologia" che afferma di curare. L'opinione
dell'utente designato e la sua percezione di benessere/malessere legata
alle "cure" praticate, a differenza delle altre branche della medicina,
non incide per nulla sulla valutazione dell'efficacia delle stesse.
Al contrario, paradossalmente, il rifiuto delle cure, tende a confermarne la necessità.
Questo spiega gli errori (orrori) tanto tragici quanto insensati che
hanno costellato la storia della cosiddetta scienza psichiatrica. Solo a
partire da questo paradosso possiamo afferrare il senso del perpetuarsi
per un tempo indefinito (senza mai essere state del tutto bandite né
considerate illegali) di pratiche quale l'elettroshock o la lobectomia
che appaiono, ai più, come vere e proprie torture.
La storia
dovrebbe insegnarci quantomeno a dubitare delle mirabolanti rivoluzioni
terapeutiche della psichiatria e non solo di quelle che invadono
direttamente il corpo delle sue vittime involontarie o che lo segregano e
contengono con camice di forza chimiche e fisiche, ma anche di tutte
quelle altre pratiche sociali e legali che ne limitano la libertà di
azione, pensiero e relazione.
E invece assistiamo per lo più
indifferenti, quando non attivamente partecipi, a questo gioco delle
parti in cui "buoni" psichiatri affermano che occorre slegare persone
che "cattivi" psichiatri legano; liberare dagliOPG/Rems persone che
"cattivi" psichiatri hanno definito pericolose; aprire reparti
psichiatrici che "cattivi" psichiatri vorrebbero tenere chiusi.
Nonostante la storia stia li a dimostrarci quanta cieco e violento possa
essere l'accanimento "terapeutico" della psichiatria sui corpi, sulle
menti e sull'esistenza delle sue vittime ... non sentirete mai da
nessuno degli operatori democratici, riluttanti e delle buone pratiche,
che si battono perché sia riconosciuto e garantito a tutti il diritto di
accesso alla "loro" cura, che il diritto al rifiuto delle cure (anche
delle loro), oltre ad essere costituzionalmente riconosciuto, è l'unico
antidoto e barriera all'abuso psichiatrico.
Buoni e cattivi
psichiatri si combattono sul piano del "come" curare e non sul "perché"
farlo. L'obbligo etico e legale a curare (e ad essere curati) non viene
mai messo in discussione.
Eppure basterebbe riconoscere agli utenti
psichiatrici (come ad ogni altro cittadino) il diritto di accettare o
rifiutare le "cure" per evitare gran parte degli errori/orrori che
continuano a segnare la storia e la pratica della cosiddetta scienza
"psichiatrica" e di cui, ipocritamente e ciclamente, ci indigniamo e non
riusciamo a spiegarci il perché.
In qualsiasi altra branca della
medicina se una "terapia" praticata riduce il paziente ad un vegetale o
lo rende demente e incapace di agire/reagire, essa viene abbandonata
come nociva e ne vengono segnalati gli effetti collaterali. In
psichiatria, ciò che per gli altri medici sarebbero esiti nefasti,
vengono considerati dei veri e propri successi terapeutici.
Ho già citato il neurologo Oliver Sacks sul parallelismo fra lobectomia e psicofarmaci:
"Il grande scandalo della leucotomia e della lobotomia cessò, al
principio degli anni Cinquanta, non a causa di riserve o di mutamenti di
tendenza nel mondo della medicina, ma perché in quegli anni si erano
resi disponibili nuovi strumenti – i tranquillanti – che pretendevano
(proprio come la psicochirurgia) di portare alla guarigione completa
senza indurre effetti collaterali. Se poi, dal punto di vista etico e
neurologico, ci sia una grande differenza fra psicochirurgia e
tranquillanti, è una domanda inquietante che non è mai stata affrontata
davvero.“
domenica 9 giugno 2019
mercoledì 5 giugno 2019
Bologna - Giovedì 20 giugno xm24
OLTRE IL RECINTO. STORIE DI LOTTA, EMANCIPAZIONE E AUTOGESTIONE
DE-ISTITUZIONALIZZARE ANCORA LA SOCIETA’
Relazioni umane e collettività fuori dallo spazio normativo dell’istituzione
Quest’incontro nasce per la volontà di
dare continuità ai discorsi e alla partecipazione che si sono raccolti
intorno all’evento del 21 febbraio a Xm24 SENZA PAURE E SENZA
PSICHIATRIA, incontro che affrontava il tema dell’autogestione della
Salute mentale raccontando la preziosa esperienza di Antonietta
Bernardoni e dell’Attività Terapeutica Popolare a Modena.
Alienati dentro e fuori dalle sovrastrutture sempre più strette e spersonalizzanti che ci determinano, l’evento sull’ATP ha fatto emergere un bisogno latente e diffuso di condivisione, riflessione e incontro comune su aspetti della nostra vita che difficilmente abbiamo l’opportunità di discutere collettivamente.
De-istituzionalizzare ancora la società. Perché il potere normativo e disciplinare si fa sempre più stringente, oggettivante e coercitivo in ogni “campo” mutilando e reprimendo la vitalità del discorso umano.
De-istituzionalizzare ancora la società, per sostenere le lotte di chi mantiene aperte finestre di possibilità oltre i paradigmi del controllo capitalista e istituzionale.
De-istituzionalizzare ancora le coscienze, per rimettere in discussione collettivamente i modelli dominanti spersonalizzanti in cui siamo inserit* e affrontare insieme le contraddizioni che ci attraversano.
Giovedì 20 giugno a Xm24,Alienati dentro e fuori dalle sovrastrutture sempre più strette e spersonalizzanti che ci determinano, l’evento sull’ATP ha fatto emergere un bisogno latente e diffuso di condivisione, riflessione e incontro comune su aspetti della nostra vita che difficilmente abbiamo l’opportunità di discutere collettivamente.
De-istituzionalizzare ancora la società. Perché il potere normativo e disciplinare si fa sempre più stringente, oggettivante e coercitivo in ogni “campo” mutilando e reprimendo la vitalità del discorso umano.
De-istituzionalizzare ancora la società, per sostenere le lotte di chi mantiene aperte finestre di possibilità oltre i paradigmi del controllo capitalista e istituzionale.
De-istituzionalizzare ancora le coscienze, per rimettere in discussione collettivamente i modelli dominanti spersonalizzanti in cui siamo inserit* e affrontare insieme le contraddizioni che ci attraversano.
ore 19:30 cena
ore 20:30 dibattito e assemblea.
Ne parleremo con:
Il gruppo educ(a)ttivo, collettivo che si
interroga sulle pratiche e la cultura all’interno dei luoghi
istituzionali deputati alla gestione e alla “cura” degli “improduttivi”,
denunciando la povertà delle prassi all’interno delle istituzioni e
contestando i modelli normativi tecnico-oggettivanti
accademico-formativi/professionalizzanti nei contesti di cura,
accompagnamento e crescita; contesti dove l’altro istituzionalizzato
viene ridotto a “cosa” su cui “operare”, privato di fondamento e
destituito di qualsiasi possibilità di autodeterminazione. Si propone
un’assemblea anti-istituzionale di autogestione “de-formativa”, dove
condividere esperienze e saperi in direzione ostinata e contraria ai
paradigmi dominanti spersonalizzanti, per portare avanti riflessioni,
ricerche e lotte collettive.
https://educattivi.noblogs.org/assemblea/Il collettivo antipsichiatrico Altrimenti di Xm24, attivist* contro l’inganno psichiatrico
Bianca Bonavita, con il testo “Discola. Descolarizzare ancora la società”. Dove si rimette coraggiosamente in discussione, per non dire si demolisce, il paradigma scolastico rileggendo Illich, paradigma tra i più intoccabili insieme a quello medico e a quello carcerario. Si problematizza la relazione con l’infanzia, la mortificazione della creatività, del pensiero libero, si denuncia la sottomissione del sistema-scuola al sistema produttivo e molto di più.
https://quieora.ink/?p=2900
Il collettivo Bernardoni con la sua esperienza di lotta e la sua testimonianza del grande lavoro di Antonietta Bernardoni e dell’esperienza dell’Attività Terapeutica Popolare a Modena, un’alternativa possibile, oggi che l’atomizzazione sociale sta raggiungendo livelli davvero alienanti, più attuale che mai.
(Del testo “La vita quotidiana come storia, senza paure e senza psichiatria” ne abbiamo parlato anche qui)
L’Associazione Idee in circolo e il
collettivo Le parole ritrovate di Modena con il testo: “E adesso
parliamo noi! Terapia al bisogno per i pregiudizi”. “Specialisti” e
“tecnici” si fanno da parte e il sapere di chi vive il disagio riprende
parola.
https://www.libreriasensibiliallefoglie.com/dettagli.asp?sid=95105769320190605033846&idp=313&idn=1Il Csi, Centro di Salute Internazionale e Interculturale, ricercatori e ricercatrici, attiviste e attivisti per la promozione della salute come bene comune e processo di partecipazione collettiva.
http://csiaps.org
Mezz’ora d’aria, trasmissione radio sulle frequenze di radio città fujiko, a testimoniare la violenza delle pratiche all’interno delle strutture detentive
https://www.autistici.org/mezzoradaria/
collettività/salute/salute mentale/infanzia/scuola/devianza/carcere…
L’intenzione è stata volutamente trasversale per farne un’evento di riflessione veramente collettiva.
Contro la divisione delle lotte e la compartimentazione dei saperi.
lunedì 3 giugno 2019
Morto suicida CPR a Brindisi
segnalato da: Collettivo Artaud
fonte:
LasciateCIEntrare
Nella notte tra sabato 1 e domenica 2 giugno Harry, un ventenne di origine nigeriana, detenuto nel CPR Restinco (BR), approfittando di un momento di solitudine nella sua stanza, si toglie la vita impiccandosi. Questa mattina, 3 giugno, la Prefettura ha disposto la sepoltura, senza ulteriori accertamenti sui fatti, chiudendo frettolosamente un episodio gravissimo che invece va divulgato con tutti i mezzi possibili.
Il suo gesto non è certamente il primo all’interno della struttura. Negli anni passati, infatti, sono stati diversi gli episodi di tentativi di suicidio, autolesionismo ed anche di rivolte. Eppure la Campagna LasciateCIEntrare ha segnalato più volte a Prefetto, Garante nazionale e regionale dei detenuti, membri dello IOM e dell’UNHCR la situazione critica di questo giovane migrante, sottolineandone l’incompatibilità con le misure restrittive della libertà personale applicate nel CPR, e chiedendone con urgenza il suo trasferimento in luogo idoneo alla sua condizione di estrema vulnerabilità, allegando la documentazione medica in possesso. E la Campagna LasciateCIEntrare ha da sempre evidenziato notevoli criticità anche per altri casi (vedi qui il nostro report,risalente all’ultimo accesso nell’agosto 2018, nel quale proprio un infermiere ci sottolineava che “frequenti sono gli atti di autolesionismo ed i tentati suicidi, tramite impiccagione”).
Come dire: una morte annunciata.
Harry, poco più che diciottenne, come molti altri giovanissimi migranti, era arrivato in Italia nell’estate del 2017, dopo la traversata nel deserto e l’incarcerazione in Libia. Veniva dislocato nella provincia di Bolzano, ospite presso due centri di accoglienza, tutti di grandi dimensioni, con oltre 100 persone. Da subito il suo disagio è risultato evidente: disagio che lo ha portato a effettuare visite specialistiche, frequentare il Centro di Salute Mentale e dover seguire una terapia farmacologica costante. Più volte è stato ricoverato nel reparto di psichiatria per delle forti crisi, segnalato dai servizi psichiatrici, dai servizi sociali e dai referenti del CAS stesso.
A giugno 2018, viene chiesto per lui l’inserimento in uno Sprar, nell’estremo tentativo di ospitarlo in una struttura adeguata alle sue gravi problematiche e che potesse dargli l’attenzione e la cura “dovuta”. Infatti, il servizio psichiatrico ha più volte sottolineato come la natura dei problemi di Harry risiedesse nel fatto che egli aveva “sia un modo di pensare, sia di vivere le esperienze sia modalità comportamentali ancora immaturi e infantili, con in parte regressioni emozionali sino al livello di un bambino dell’età dell’infanzia (…)”.
Ma per lui non c’è stato nulla da fare. Spostato come un pacco postale da un CAS all’altro, senza alcuna cura ed attenzione ai suoi problemi psichiatrici, la malaccoglienza ha finto per aggravare ancora di più ed in modo irrimediabile la sua condizione di soggetto già altamente vulnerabile. Harry ha finito, cosi, per perdere anche l’ultimo dei suoi diritti, ovvero quello a soggiornare in Italia.
A fine marzo 2019, Harry viene così portato nel CPR Restinco a Brindisi. Un trattenimento assolutamente incompatibile con le sue condizioni di salute. In due mesi di trattenimento Harry non è mai riuscito ad incontrare lo psichiatra interno del centro, malgrado le numerose richieste effettuate in tal senso, e per “tamponare” la situazione, gli sono stati somministrati dei farmaci. Ma non si sa secondo quale terapia e secondo quale prescrizione.
Harry ha oscillato tra momenti di apatia e stati catatonici, tra momenti di forte aggressività e altri di scoramento e pianto.
Fino all’estrema soluzione. Quella di farla finita.
La Campagna LasciateCIEntrare oggi chiede con fermezza che venga immediatamente disposta l’autopsia del corpo e gli esami tossicologici per accertare le cause precise della sua morte.
E chiede, soprattutto, che vengano accertate le responsabilità di chi, pur essendo a conoscenza dello stato di grave disagio e sofferenza psichica, incompatibile con il trattenimento in un centro per i rimpatri, non ha tutelato i diritti e la vita di Harry.
fonte:
LasciateCIEntrare
Nella notte tra sabato 1 e domenica 2 giugno Harry, un ventenne di origine nigeriana, detenuto nel CPR Restinco (BR), approfittando di un momento di solitudine nella sua stanza, si toglie la vita impiccandosi. Questa mattina, 3 giugno, la Prefettura ha disposto la sepoltura, senza ulteriori accertamenti sui fatti, chiudendo frettolosamente un episodio gravissimo che invece va divulgato con tutti i mezzi possibili.
Il suo gesto non è certamente il primo all’interno della struttura. Negli anni passati, infatti, sono stati diversi gli episodi di tentativi di suicidio, autolesionismo ed anche di rivolte. Eppure la Campagna LasciateCIEntrare ha segnalato più volte a Prefetto, Garante nazionale e regionale dei detenuti, membri dello IOM e dell’UNHCR la situazione critica di questo giovane migrante, sottolineandone l’incompatibilità con le misure restrittive della libertà personale applicate nel CPR, e chiedendone con urgenza il suo trasferimento in luogo idoneo alla sua condizione di estrema vulnerabilità, allegando la documentazione medica in possesso. E la Campagna LasciateCIEntrare ha da sempre evidenziato notevoli criticità anche per altri casi (vedi qui il nostro report,risalente all’ultimo accesso nell’agosto 2018, nel quale proprio un infermiere ci sottolineava che “frequenti sono gli atti di autolesionismo ed i tentati suicidi, tramite impiccagione”).
Come dire: una morte annunciata.
Harry, poco più che diciottenne, come molti altri giovanissimi migranti, era arrivato in Italia nell’estate del 2017, dopo la traversata nel deserto e l’incarcerazione in Libia. Veniva dislocato nella provincia di Bolzano, ospite presso due centri di accoglienza, tutti di grandi dimensioni, con oltre 100 persone. Da subito il suo disagio è risultato evidente: disagio che lo ha portato a effettuare visite specialistiche, frequentare il Centro di Salute Mentale e dover seguire una terapia farmacologica costante. Più volte è stato ricoverato nel reparto di psichiatria per delle forti crisi, segnalato dai servizi psichiatrici, dai servizi sociali e dai referenti del CAS stesso.
A giugno 2018, viene chiesto per lui l’inserimento in uno Sprar, nell’estremo tentativo di ospitarlo in una struttura adeguata alle sue gravi problematiche e che potesse dargli l’attenzione e la cura “dovuta”. Infatti, il servizio psichiatrico ha più volte sottolineato come la natura dei problemi di Harry risiedesse nel fatto che egli aveva “sia un modo di pensare, sia di vivere le esperienze sia modalità comportamentali ancora immaturi e infantili, con in parte regressioni emozionali sino al livello di un bambino dell’età dell’infanzia (…)”.
Ma per lui non c’è stato nulla da fare. Spostato come un pacco postale da un CAS all’altro, senza alcuna cura ed attenzione ai suoi problemi psichiatrici, la malaccoglienza ha finto per aggravare ancora di più ed in modo irrimediabile la sua condizione di soggetto già altamente vulnerabile. Harry ha finito, cosi, per perdere anche l’ultimo dei suoi diritti, ovvero quello a soggiornare in Italia.
A fine marzo 2019, Harry viene così portato nel CPR Restinco a Brindisi. Un trattenimento assolutamente incompatibile con le sue condizioni di salute. In due mesi di trattenimento Harry non è mai riuscito ad incontrare lo psichiatra interno del centro, malgrado le numerose richieste effettuate in tal senso, e per “tamponare” la situazione, gli sono stati somministrati dei farmaci. Ma non si sa secondo quale terapia e secondo quale prescrizione.
Harry ha oscillato tra momenti di apatia e stati catatonici, tra momenti di forte aggressività e altri di scoramento e pianto.
Fino all’estrema soluzione. Quella di farla finita.
La Campagna LasciateCIEntrare oggi chiede con fermezza che venga immediatamente disposta l’autopsia del corpo e gli esami tossicologici per accertare le cause precise della sua morte.
E chiede, soprattutto, che vengano accertate le responsabilità di chi, pur essendo a conoscenza dello stato di grave disagio e sofferenza psichica, incompatibile con il trattenimento in un centro per i rimpatri, non ha tutelato i diritti e la vita di Harry.
venerdì 31 maggio 2019
No taser, no elettroshock, no al sopruso psichiatrico
Firenze, reparto di psichiatria dell'ospedale Santa Maria Annunziata
Taser usato, ancora una volta, per colpire una persona disarmata e questa volta all'interno di un Spdc e per le consuete 'escandescenze'...Con rabbia e disgusto notiamo come in un reparto nel quale in teoria dovrebbero abbondare le alternative e che dovrebbe essere attrezzato per la 'cura' dei pazienti sia stata richiesta la 'somministrazione' di uno strumento offensivo, potenzialmente mortale. A corollario sono giunti i complimenti ,rituali e calorosi, dei Salvinisti di turno con buona pace di votanti, pennivendoli e politicanti vari.
Ancora una volta vengono sottaciute le modalità e le cause che hanno portato ad usare all'interno di un reparto una pistola elettrica come baluardo per difendere l'istituzione psichiatrica sempre più in prima linea nel colpire/sedare/terminare le persone con mezzi sempre meno leciti e sempre più visibili. Ormai non ci si preoccupa neanche più di portare lontano dalla vista la morsa repressiva, per il sentire comune è più che sufficiente apprendere che la persona colpita è un 'paziente psichiatrico' e tanto basta per giustificare questo ed altro...
Per noi no.
Per noi non si può e non si deve più morire a causa della 'cura psichiatrica'. Non si può rimanere menomati, colpiti, fulminate, sedate a colpi di dardi elettrici o manovre di contenzione crudeli e medioevali. Non si può e non si deve ricevere trattamenti sanitari contro la propria volontà. Non si può e non si deve ricevere scosse nel cervello con 'terapie ECT' per depersonalizzare. Non si può e non si deve vivere col marchio di persona potenzialmente pericolosa perchè lo decide una pseudo scienza. Non si può rimanere in silenzio.
Basta soprusi nei reparti ed ovunque. Persone, pensieri, azioni antipsichiatriche.
CAMAP
https://artaudpisa.noblogs.org/post/2019/05/24/pisa-sab-1-06-presido-contro-lelettroshock/
Taser usato, ancora una volta, per colpire una persona disarmata e questa volta all'interno di un Spdc e per le consuete 'escandescenze'...Con rabbia e disgusto notiamo come in un reparto nel quale in teoria dovrebbero abbondare le alternative e che dovrebbe essere attrezzato per la 'cura' dei pazienti sia stata richiesta la 'somministrazione' di uno strumento offensivo, potenzialmente mortale. A corollario sono giunti i complimenti ,rituali e calorosi, dei Salvinisti di turno con buona pace di votanti, pennivendoli e politicanti vari.
Ancora una volta vengono sottaciute le modalità e le cause che hanno portato ad usare all'interno di un reparto una pistola elettrica come baluardo per difendere l'istituzione psichiatrica sempre più in prima linea nel colpire/sedare/terminare le persone con mezzi sempre meno leciti e sempre più visibili. Ormai non ci si preoccupa neanche più di portare lontano dalla vista la morsa repressiva, per il sentire comune è più che sufficiente apprendere che la persona colpita è un 'paziente psichiatrico' e tanto basta per giustificare questo ed altro...
Per noi no.
Per noi non si può e non si deve più morire a causa della 'cura psichiatrica'. Non si può rimanere menomati, colpiti, fulminate, sedate a colpi di dardi elettrici o manovre di contenzione crudeli e medioevali. Non si può e non si deve ricevere trattamenti sanitari contro la propria volontà. Non si può e non si deve ricevere scosse nel cervello con 'terapie ECT' per depersonalizzare. Non si può e non si deve vivere col marchio di persona potenzialmente pericolosa perchè lo decide una pseudo scienza. Non si può rimanere in silenzio.
Basta soprusi nei reparti ed ovunque. Persone, pensieri, azioni antipsichiatriche.
CAMAP
https://artaudpisa.noblogs.org/post/2019/05/24/pisa-sab-1-06-presido-contro-lelettroshock/
In ricordo di Sabatino Catapano
L'intervento di Sabatino Catapano all'incontro pubblico svoltosi a Reggio Emilia il 27 marzo 2015 per la presentazione della campagna e la prima manifestazione nazionale per la chiusura degli OOP e il superamento del proscioglimento per vizio di mente e del concetto di pericolosità sociale. Con un'incursione di Roberto Greco, pubblicato da Soccorso Viola Taormina
Intervista Collettivo Artaud a radio BlackOut sull’uso del Taser in psichiatria
sotto il link per sentire
l’intervista fatta a radio BlackOut, come collettivo Antipsichiatrico
Antonin Artaud, sul Taser utilizzato contro un uomo ricoverato nel
reparto di psichiatria dell’ospedale Santa Maria Annunziata di Firenze
il 12 maggio scorso.
antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org 335 7002669 Via San Lorenzo 38 56100 Pisa
Bello Come una Prigione Che Brucia [20 maggio 2019]Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud-Pisa
antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org 335 7002669 Via San Lorenzo 38 56100 Pisa
domenica 26 maggio 2019
Articolo sulla morte di Sabatino Catapano tratto da ''Frecce In Versi''
E’ morto Sabatino Catapano: “Quando la dignità diventa follia”.
Oggi è scomparso un compagno unico, un amico, un vecchio anarchico, uno degli ultimi testimoni viventi dell’inferno dei manicomi. Un poeta raro e un attore nato. Ho conosciuto Sabatino Catapano 10 anni fa. Stava facendo un giro per l’Italia per raccontare, alla sua delicata maniera, il manicomio. Una piccola valle in Liguria aveva (ora non c’è più) un circolo libertario parecchio attivo. Un conoscente mi disse che quella sera, in quella zona remota della liguria, c’era un compagno, della zona di Napoli, che faceva uno spettacolo vestito da Pulcinella. Io gli chiesi di cosa si trattasse, era uno spettacolo comico? Era un artista di strada? Abitavo lontano e volevo capire se poteva interessarmi. La persona a cui avevo indirizzato le domande mi disse: “Parla dei manicomi”. Accesi la macchina e partii subito. Fu così che conobbi uno dei compagni più attivi, in Italia, nella lotta antipsichiatrica. Un vero “matto”, uno che in manicomio ci aveva vissuto. Non ne parlava in modo indiretto o da studi didattici sull’argomento, ci aveva vissuto. Lo spettacolo mi colpì parecchio, Sabatino era bravissimo nel raccontare l’irracontabile. Il vero inferno dell’essere umano. Dopo lo spettacolo ci sedemmo insieme e cominciammo a parlare. Gli dissi che ero rimasto pietrificato da come riuscisse a raccontare, in modo “tranquillo” e ironico, tutto quel dolore. Ero commosso e lui si accorse. Mi chiese come mai ero così interessato alla lotta antipsichiatrica e alla contenzione manicomiale. Gli risposi calmo, erano anni che non ne parlavo, per giunta con uno sconosciuto, ma sentii in lui una persona speciale. Avrebbe compreso. Mi abbracciò. Diventammo amici per sempre. Anche, nell’ipotesi, non ci fossimo visti mai più. Mi ricordava mio padre, un uomo piccolo ma dalla forza del marmo. Ora non c’è più e il movimento antipsichiatrico italiano ha perso un fiore meraviglioso. E l’anarchia una fiaccola indomita.
Sabatino era anche un poeta, di quelli veri. Di quelli che scrivono con il cuore, la pelle ferita.
Ora ci restano le sue poesie:
EPPUR TI AMO
Ho salpato infiniti oceani
ho navigato tutti i mari dell’universo
ho attraccato in questo porto
senza sapere cosa cercavo
Ho incontrato te
col tuo splendore
e ho pensato
di non andare oltre
Credevo di essere arrivato al capolinea
ma all’improvviso
ho visto un nuovo orizzonte
e sono scappato via
Ho tanto bisogno di libertà
di una libertà infinita
Sabatino Catapano
A questo indirizzo potete leggere la sua esperienza (negli anni 60-70) all’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa. I famigerati OPG. http://www.nopazzia.com/sabatino.html
Cosa dire Sabatino adesso, che la terra ti sia lieve, ma questo lo sai già.
Ciao…
“Buonanotte a tutti
e non ridete
e non sbattete le mani
solo per fare ipocrisia
evviva l’anarchia
che nasce nel cuore”
e non ridete
e non sbattete le mani
solo per fare ipocrisia
evviva l’anarchia
che nasce nel cuore”

Ora ci restano le sue poesie:
EPPUR TI AMO
Ho salpato infiniti oceani
ho navigato tutti i mari dell’universo
ho attraccato in questo porto
senza sapere cosa cercavo
Ho incontrato te
col tuo splendore
e ho pensato
di non andare oltre
Credevo di essere arrivato al capolinea
ma all’improvviso
ho visto un nuovo orizzonte
e sono scappato via
Ho tanto bisogno di libertà
di una libertà infinita
Sabatino Catapano
A questo indirizzo potete leggere la sua esperienza (negli anni 60-70) all’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa. I famigerati OPG. http://www.nopazzia.com/sabatino.html
Cosa dire Sabatino adesso, che la terra ti sia lieve, ma questo lo sai già.
Ciao…
Presidio contro l'uso dell'elettroshock
SABATO 1 GIUGNO alle ore 16 a PISA
c/o Ingresso Ospedale S. Chiara in Via Paolo Savi angolo via Niccolò Pisano
STOP ELETTROSHOCK!
L’elettroshock oggi viene chiamato TEC (terapia elettroconvulsiva) ma rimane la stessa tecnica inventata nel 1938 da Cerletti e Bini. Si tratta di corrente elettrica che passando dalla testa e attraversando il cervello produce una convulsione generalizzata. Migliorandone le garanzie burocratiche, così come introducendo alcune modifiche nel trattamento, vedi anestesia totale e farmaci miorilassanti , non si cambia la sostanza della TEC.
A più di ottanta anni dalla sua invenzione, possiamo affermare che l’elettroshock è l’unico trattamento, che prevede come cura una grave crisi organica dei soggetti indotta a tale scopo, mai dichiarato obsoleto.
Perché questo trattamento medico – che per stessa ammissione di molti psichiatri che lo hanno applicato e che continuano ad applicarlo – utilizzato in passato come metodo di annichilimento dell’umano, come strumento di tortura, come mezzo repressivo contro la disobbedienza, non viene dichiarato superato dalla storia e dalla scienza?
È sufficiente praticare un’anestesia totale per rendere più umana e dignitosa la sua applicazione?
Basta chiamarla terapia per renderla legittima?
Possono dei benefici temporanei, che per avere effetto devono comunque essere accompagnati dall’assunzione di psicofarmaci, essere un valido motivo per usare questo trattamento?
Si possono ignorare gli effetti negativi dell’elettroshock?
In Italia, sul finire degli anni novanta, i presidi sanitari dove era possibile praticare l’elettroshock erano nove – sei pubblici e tre privati. Venne presentata una campagna, “Sdoganare l’elettroshock”, dai più illustri psichiatri organicisti aderenti all’AITEC (Associazione Italiana Terapie Elettroconvulsive), che principalmente chiedeva due cose: un aumento dei presidi autorizzati tale che si potesse coprire la richiesta di una struttura ogni milione di abitanti e la promozione di iniziative culturali tese ad una rivalutazione di quella che era la percezione pubblica dell’elettroshock. Fu così che gli apparati politici italiani intervennero in materia predisponendo, per la prima volta, un percorso teorico e normativo che identificasse delle linee guida condivise tra apparati istituzionali pubblici e privati e le richieste della psichiatria.
In Italia negli ultimi anni si tende a incentivare l’utilizzo delle terapie elettroconvulsive, non solo come estrema ratio ma anche come prima scelta. Per esempio nel trattamento delle depressioni femminili entro i primi tre mesi di gravidanza, poiché ritenuto meno pericoloso degli psicofarmaci nei primi periodi di gestazione umana. Anche per quanto riguarda ipotetici problemi di depressione post partum la TEC viene addirittura pro-posta quale terapia adeguata e meno invasiva per le neo mamme rispetto agli psicofarmaci o ad un Trattamento Sanitario Obbligatorio.
Nel 2011 le strutture ospedaliere coinvolte, cioè quelle che hanno eseguito almeno una TEC in un anno, erano 91. Nel triennio che va dal 2008 al 2010, 1.406 persone sono state sottoposte a elettroshock. La maggioranza dei trattamenti riguarda le donne, 821 contro 585 uomini, e la fascia d’età va in media dai 40 ai 47 anni. Nel 2008 i pazienti over 75 che hanno subito la TEC erano 21, l’anno dopo 39.
Oggi i centri clinici dove si fa l’elettroshock sono 16 e i pazienti all’incirca 300 l’anno.
I meccanismi di azione della TEC non sono noti. Per la psichiatria «rimane irrisolto il problema di come la convulsione cerebrale provochi le modificazioni psichiche» e «non è chiaro quali e in che modo queste modificazioni (dei neurotrasmettitori e dei meccanismi recettoriali) siano correlate all’effetto terapeutico» (G. B. Cassano, Manuale di Psichiatria). Ma per chi subisce tale trattamento la perdita di memoria e i danni cerebrali sono ben evidenti e possono essere rilevati attraverso autopsie e variazioni elettroencefalografiche anche dopo dieci o venti anni dallo shock.
Ciò che resta di certo, quindi, è la brutalità, la totale mancanza di validità scientifica e l’assenza di un valore terapeutico comprovato.
Ci teniamo, quindi, a ribadire che nonostante le vesti moderne l’elettroshock rimane una terapia invasiva, una violenza, un attacco all’integrità psicologica e culturale di chi lo subisce. Insieme ad altre pratiche psichiatriche come il TSO, l’elettroshock è un esempio, se non l’icona, della coercizione e dell’arbitrio esercitato dalla psichiatria. Il percorso di superamento dell’elettroshock e di tutte le pratiche non terapeutiche deve essere portato avanti e difeso in tutti i servizi psichiatrici, in tutti i luoghi e gli spazi di cultura e formazione dove il soggetto principale è una persona, che insieme ai suoi cari, soffre una fragilità.
COLLETTIVO ANTIPSICHIATRICO ANTONIN ARTAUD – PISA antipsichiatriapisa@inventati.org
COLLETTIVO ANTIPSICHIATRICO SENZANUMERO – ROMA senzanumero@autistici.org
c/o Ingresso Ospedale S. Chiara in Via Paolo Savi angolo via Niccolò Pisano
STOP ELETTROSHOCK!
L’elettroshock oggi viene chiamato TEC (terapia elettroconvulsiva) ma rimane la stessa tecnica inventata nel 1938 da Cerletti e Bini. Si tratta di corrente elettrica che passando dalla testa e attraversando il cervello produce una convulsione generalizzata. Migliorandone le garanzie burocratiche, così come introducendo alcune modifiche nel trattamento, vedi anestesia totale e farmaci miorilassanti , non si cambia la sostanza della TEC.
A più di ottanta anni dalla sua invenzione, possiamo affermare che l’elettroshock è l’unico trattamento, che prevede come cura una grave crisi organica dei soggetti indotta a tale scopo, mai dichiarato obsoleto.
Perché questo trattamento medico – che per stessa ammissione di molti psichiatri che lo hanno applicato e che continuano ad applicarlo – utilizzato in passato come metodo di annichilimento dell’umano, come strumento di tortura, come mezzo repressivo contro la disobbedienza, non viene dichiarato superato dalla storia e dalla scienza?
È sufficiente praticare un’anestesia totale per rendere più umana e dignitosa la sua applicazione?
Basta chiamarla terapia per renderla legittima?
Possono dei benefici temporanei, che per avere effetto devono comunque essere accompagnati dall’assunzione di psicofarmaci, essere un valido motivo per usare questo trattamento?
Si possono ignorare gli effetti negativi dell’elettroshock?
In Italia, sul finire degli anni novanta, i presidi sanitari dove era possibile praticare l’elettroshock erano nove – sei pubblici e tre privati. Venne presentata una campagna, “Sdoganare l’elettroshock”, dai più illustri psichiatri organicisti aderenti all’AITEC (Associazione Italiana Terapie Elettroconvulsive), che principalmente chiedeva due cose: un aumento dei presidi autorizzati tale che si potesse coprire la richiesta di una struttura ogni milione di abitanti e la promozione di iniziative culturali tese ad una rivalutazione di quella che era la percezione pubblica dell’elettroshock. Fu così che gli apparati politici italiani intervennero in materia predisponendo, per la prima volta, un percorso teorico e normativo che identificasse delle linee guida condivise tra apparati istituzionali pubblici e privati e le richieste della psichiatria.
In Italia negli ultimi anni si tende a incentivare l’utilizzo delle terapie elettroconvulsive, non solo come estrema ratio ma anche come prima scelta. Per esempio nel trattamento delle depressioni femminili entro i primi tre mesi di gravidanza, poiché ritenuto meno pericoloso degli psicofarmaci nei primi periodi di gestazione umana. Anche per quanto riguarda ipotetici problemi di depressione post partum la TEC viene addirittura pro-posta quale terapia adeguata e meno invasiva per le neo mamme rispetto agli psicofarmaci o ad un Trattamento Sanitario Obbligatorio.
Nel 2011 le strutture ospedaliere coinvolte, cioè quelle che hanno eseguito almeno una TEC in un anno, erano 91. Nel triennio che va dal 2008 al 2010, 1.406 persone sono state sottoposte a elettroshock. La maggioranza dei trattamenti riguarda le donne, 821 contro 585 uomini, e la fascia d’età va in media dai 40 ai 47 anni. Nel 2008 i pazienti over 75 che hanno subito la TEC erano 21, l’anno dopo 39.
Oggi i centri clinici dove si fa l’elettroshock sono 16 e i pazienti all’incirca 300 l’anno.
I meccanismi di azione della TEC non sono noti. Per la psichiatria «rimane irrisolto il problema di come la convulsione cerebrale provochi le modificazioni psichiche» e «non è chiaro quali e in che modo queste modificazioni (dei neurotrasmettitori e dei meccanismi recettoriali) siano correlate all’effetto terapeutico» (G. B. Cassano, Manuale di Psichiatria). Ma per chi subisce tale trattamento la perdita di memoria e i danni cerebrali sono ben evidenti e possono essere rilevati attraverso autopsie e variazioni elettroencefalografiche anche dopo dieci o venti anni dallo shock.
Ciò che resta di certo, quindi, è la brutalità, la totale mancanza di validità scientifica e l’assenza di un valore terapeutico comprovato.
Ci teniamo, quindi, a ribadire che nonostante le vesti moderne l’elettroshock rimane una terapia invasiva, una violenza, un attacco all’integrità psicologica e culturale di chi lo subisce. Insieme ad altre pratiche psichiatriche come il TSO, l’elettroshock è un esempio, se non l’icona, della coercizione e dell’arbitrio esercitato dalla psichiatria. Il percorso di superamento dell’elettroshock e di tutte le pratiche non terapeutiche deve essere portato avanti e difeso in tutti i servizi psichiatrici, in tutti i luoghi e gli spazi di cultura e formazione dove il soggetto principale è una persona, che insieme ai suoi cari, soffre una fragilità.
COLLETTIVO ANTIPSICHIATRICO ANTONIN ARTAUD – PISA antipsichiatriapisa@inventati.org
COLLETTIVO ANTIPSICHIATRICO SENZANUMERO – ROMA senzanumero@autistici.org
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