venerdì 10 dicembre 2021

ANCORA UN MORTO PER CONTENZIONE MECCANICA

Condividiamo e diffondiamo il volantino scritto dal collettivo antipsichiatrico SenzaNumero riguardo la morte per contenzione meccanica di Abdel Latif avvenuta nel reparto psichiatrico dell’Ospedale San Camillo di Roma.

BASTA MORTE NEI REPARTI PSICHIATRICI!!

ABOLIAMO LA CONTENZIONE!!

Abdel Latif, ragazzo tunisino di 26 anni. Era arrivato in Italia tramite una delle tante navi che cercano di approdare, fortunate per non essere state respinte. L’ “accoglienza” che gli è stata riservata, a lui come a tanti/e altre, è stata quella di essere rinchiuso in un CPR, un centro di detenzione per migranti nel quale vieni portato per un reato terribile: non avere il documento “giusto”.

Abdel rimane nel CPR svariati giorni; a un certo punto, da quanto appreso dai giornali, gli viene diagnosticato un disturbo psichiatrico (di cui non aveva mai avuto segni in Tunisia) e gli vengono dati dei farmaci. Dopo pochi giorni la “cura” pare vada rafforzata e Abdel viene trasferito al reparto di psichiatria prima del Grassi di Ostia, poi al San Camillo.

Qui viene tenuto legato al letto per 3 giorni, dal 26 al 28 novembre giorno in cui muore.

Le autorità mediche parlano di arresto cardiaco, non facendo alcun riferimento né ai farmaci somministrati né al fatto che fosse stato contenuto per almeno 72 ore.

Questa storia ci riporta a due verità purtroppo già note: nei reparti psichiatrici italiani si continua a morire di contenzione meccanica, sia in regime di degenza che durante le procedure di TSO. IL CPR è un luogo di detenzione e come tale si fonda sulla violenza e sulla sopraffazione.
La
morte di Abdel non è una storia isolata, molti/e hanno subito la sua stessa sorte. Citiamo solo gli ultimi di cui siamo a conoscenza: Guglielmo Antonio Grassi morto nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Livorno; Elena Casetto, arsa viva perché legata… sempre in un reparto psichiatrico.

Ma la l’elenco sarebbe lungo nonostante di molte persone non si conoscano neanche i nomi.

Contenzione meccanica e farmacologica sono pratiche diffuse anche nei CPR, nelle carceri, nelle strutture che ospitano persone anziane e/o non autosufficienti, negli ospedali. In nessun caso la carenza di personale può giustificare il ricorso a pratiche coercitive. La logica dei “motivi di sicurezza”, dello “stato di necessità” o delle “persone aggressive”, a cui sovente si fa appello nei reparti, deve essere respinta poiché fondata sul pregiudizio ancora diffuso della potenziale pericolosità della “pazzia”. Molti ritengono, per atteggiamento culturale o per formazione, che sia giustificabile sottoporre persone diagnosticate come “malate mentali” a mezzi coercitivi, che sia nell’ordine delle cose e corrisponda al loro stesso interesse (!), rimuovendo dal loro orizzonte il valore imprescindibile della libertà della persona. Tanto più rilevante quanto più attinente alle libertà minime, elementari e naturali, come quella di movimento.

Oltre al ricorso alla contenzione meccanica e farmacologica, continua ancora oggi a prevalere nei servizi psichiatrici un atteggiamento custodialistico e l’impiego sistematico di pratiche e dispositivi manicomiali: obbligo di cura, porte chiuse, grate alle finestre, sequestro dei beni personali, limitazione e controllo delle telefonate e di altre relazioni e abitudini. Lo stato di pandemia ha inoltre rafforzato l’isolamento e la distanza tra chi è tenuto rinchiuso/a e chi non lo è, accrescendo le violenze perpetrate all’interno di quelle mura (siano esse del carcere, del CPR, dei reparti di psichiatria).

Ribadiamo la necessità di eliminare, senza alcuna eccezione, la contenzione meccanica nelle istituzioni sanitarie, assistenziali e penitenziarie italiane.

Continueremo a lottare con forza contro ogni dispositivo manicomiale e coercitivo (obbligo di cura, trattamento sanitario obbligatorio, uso dell’elettroshock, contenzione meccanica, farmacologica e ambientale, ecc.) e per il superamento e l’abolizione di ogni pratica lesiva della libertà personale.

Continueremo a lottare contro i respingimenti, i rimpatri, le espulsioni, le frontiere, per la libera circolazione di tutte le persone.

PER UN MONDO SENZA FRONTIERE, SENZA PSICHIATRIA, SENZA COERCIZIONI

senzanumero.noblogs.org/

hurriya.noblogs.org/

Basta morti nei reparti

È morto a 26 anni Abdel dopo tre giorni di ricovero al San Camillo di Roma dove sarebbe rimasto legato su un lettino di contenzione per 3 giorni. Si chiamava Wissem Benabdelatif arrivava dalla Tunisia ed era sbarcato in Sicilia, ad Augusta, poco più di 2 mesi fa. 

A Roma come a Livorno...Ovunque: basta morti nei reparti!

mercoledì 1 dicembre 2021

Situazione del reparto psichiatrico Sestante nel carcere Vallette di Torino

Intervista Collettivo Artaud a Radio Blackout 

https://radioblackout.org/2021/11/il-sestante-carcere-e-manicomio/

La recente denuncia dell’associazione Antigone sulle condizioni inumane di detenzione al Sestante, il repartino psichiatrico del carcere delle Vallette, ha riaperto la questione dei manicomi criminali, poi ospedali psichiatrici giudiziari, chiusi per far posto alle REMS – residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza. Formalmente, pur essendo strutture chiuse, le REMS non sono più carceri, perché la competenza è passata dal ministero di giustizia a quello della sanità.
La chiusura degli OPG e la nascita delle REMS non ha tuttavia reciso il legame tra psichiatria e reclusione. Anzi.
I prigionieri delle REMS sono sedati chimicamente, non possono uscire, spesso sono legati ai letti.
In carcere, già prima della nascita delle REMS, sono stati aperti repartini dedicati alle persone psichiatrizzate. Veri e propri manicomi all’interno delle carceri. Come i vecchi manicomi criminali sono luoghi dove, ancor più che nei reparti “normali”, vige l’arbitrio e la violenza delle guardie. Celle buie, materassi marci, gabinetti intasati, persone incapaci di muoversi e parlare perché sedate con dosi massicce di psicofarmaci. La gabbia chimica e quella di mattoni si uniscono in questi nuovi manicomi. Il manicomio si è polverizzato in tante e diverse strutture più piccole, ma la reclusione psichiatrica resta l’orizzonte concreto per moltissime persone.
Oggi un detenuto su quattro è in terapia psichiatrica, nel 2020 c’erano 174 persone rinchiuse in carcere in attesa di venire imprigionate in una REMS.
La contenzione fisica, dentro e fuori dal carcere è aumentata, mentre si allunga l’elenco delle persone morte, dopo essere rimaste legate mani, piedi e spalle al letto. L’ultimo morto di cui si ha notizia è rimasto per quasi tre settimane crocefisso alla sua branda nel repartino dell’ospedale di Livorno. Due anni fa Elena Casetto, inchiodata da legacci al suo letto, morì atrocemente, bruciata viva, prima che qualcuno intervenisse. Per questa vicenda atroce sono indagati i vigili del fuoco: gli psichiatri non sono mai entrati nell’inchiesta.
La contenzione fisica, che, assieme alla gabbia chimica, è una vera forma di tortura, è stata abolita in numerosi paesi europei. In Italia solo 17 ospedali su 320 hanno deciso di buttare legacci e corde.
Ne abbiamo parlato con Alberto del Collettivo antipsichiatrico “Antonin Artaud” di Pisa

https://radioblackout.org/2021/11/il-sestante-carcere-e-manicomio/

domenica 14 novembre 2021

La testimonianza

fonte: repubblica.it

Vitaliano Trevisan: "Io, un matto trattato senza pietà"
di Vitaliano Trevisan
Dopo il ricovero coatto in psichiatria, lo scrittore vicentino racconta la
sua esperienza. E denuncia le condizioni in cui si tengono i pazienti

Un uomo che cammina in piena luce, in Italia, è scoperto, nudo, indifeso.
\[…\] Cammina come una vittima, e come un colpevole. \[…\] È lì, scoperto,
inerme, esposto ai colpi, alle indagini, alle accuse. Non si può né
schermire, né difendere. È una condizione terribile: noi Italiani, non ci
possiamo difendere, mai, da nulla, né dall’assassino né dal giudice»
(Curzio Malaparte, Misura della Francia, Il Tempo, 4 dicembre 1952).

Né tantomeno, in un paese come l’Italia, ci si può difendere dallo
psichiatra, specie se, com’è il (fresco) caso di chi scrive, si è soggetti
a un A.S.O. (Accertamento Sanitario Obbligatorio), parente stretto del
famigerato, e ben più noto, T.S.O. (Trattamento Sanitario Obbligatorio),
ovvero accertamento e trattamento “psichiatrico” obbligatorio, giacché
sanitario sta qui per psichiatrico.

Iniziamo col dire che, del mio caso personale, non voglio e non posso dire
nulla, sia perché trattasi di questione strettamente privata, che peraltro
coinvolge anche dei minori; sia perché, anzi direi soprattutto, se dicessi
di aver subito l’accertamento psichiatrico in questione, e il successivo
internamento coatto, ingiustamente, sarebbe come se affermassi di non
essere pazzo, cosa che, com’è noto (vedi il famosissimo Comma 22) non è
possibile affermare.

Partiamo dalla fine, ovvero dalla lettera di dimissioni dell’Azienda Ulss
n.8 Berica, dell’Ospedale di Montecchio Maggiore, reparto di psichiatria,
firmata dal dott. Christian Di Marco, dove, oltre alla data del ricovero, 3
ottobre, e quella di dimissione, 13 ottobre, tra l’altro si legge: «Emesso
provvedimento di accertamento sanitario obbligatorio, paziente si recava e
ricoverava poi volontariamente in nosocomio per la valutazione ed il
ricovero».

Signor no, signore. Volontariamente, da domenica 3 ottobre, ho fatto solo
ciò che mi è stato permesso fare, cioè poco o nulla. Sulle circostanze del
mio “arresto sanitario”, per ragioni di spazio, dirò solo che l’Aso mi è
stato notificato, peraltro in forma esclusivamente verbale, nella stazione
dei Carabinieri di Crespadoro, mio comune di residenza, dal comandante
della stazione stessa, alla presenza di due vigili urbani del comando di
Arzignano, e un medico e due infermieri di un’unità del 118, venuti
appositamente in ambulanza per prelevarmi; ambulanza su cui sono costretto
a salire “volontariamente”, sotto la minaccia di un Tso.

lunedì 1 novembre 2021

Il Potere della Parola - recensione

 fonte: https://umanitanova.org

MANZOLI, Sara, Il Potere della Parola. La Carenza Dialogica nelle Relazioni tra Utenti e Operatori nell’istituzione psichiatrica, Roma, Sensibili Alle Foglie, 2021.

Questo libro è frutto di un cantiere di socioanalisi narrativa svolto dall’autrice Sara Manzoli con persone che sono seguite dai servizi psichiatrici di Modena e provincia.

Nella socioanalisi la narrazione dell’esperienza su cui si vuole portare l’attenzione diventa un dispositivo di ricerca che consente, attraverso il lavoro di gruppo, di fare emergere i molti non detti, ovvero quei dispositivi occulti e totalizzanti che, per le persone implicate, risultano alienanti, mortificanti e fonte di malessere. Attraverso le narrazioni d’esperienza, con l’intervento socioanalitico, si cerca di mettere a fuoco le varie modalità attraverso cui le persone si adattano o resistono in modo creativo all’azione dei dispositivi di potere. La narrazione e il racconto sono potenti strumenti di elaborazione del proprio vissuto, servono per crescere, per migliorarsi, per mettersi in discussione e per andare avanti nel viaggio della vita; questa è l’ottica con cui le persone che hanno partecipato al cantiere si sono approcciate a questa esperienza collettiva.

Gli ambiti emersi dai racconti e presi in considerazione in questo lavoro sono la mancanza di dialogo fra paziente e psichiatra, i ricoveri psichiatrici, i Trattamenti Sanitari Obbligatori (TSO), i dispositivi di controllo che vengono applicati nei reparti ospedalieri e nei contesti residenziali, la terapia psicofarmacologica, lo stigma.

In questo testo abbiamo trovato spunti di riflessione e meccanismi della psichiatria che da anni denunciamo come collettivo antipsichiatrico. I colloqui troppo brevi dove ti tengono giusto il tempo per darti la terapia e non c’è la possibilità di essere ascoltati o di esprimere i dubbi e le difficoltà. La parola della persona diagnosticata (marchiata) malata di mente non viene presa in considerazione, anzi spesso, considerata sintomo della malattia. Le persone protagoniste del cantiere raccontano che sono obbligate a frequentare i servizi psichiatrici e costrette ad assumere psicofarmaci, che devono continuare a prenderli per il resto della vita, proprio come un “diabetico prende l’insulina”. L’unico interesse della psichiatria non sembra essere quello dichiarato della “cura” ma la progressiva cronicizzazione del malessere: tutte le altre discipline mediche hanno come obiettivo la dimissione del malato, il sistema psichiatrico, invece, ti prende in carico a vita.

L’inganno maggiore di questo sistema sta nel credere che un Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) duri in fondo solo sette giorni o quattordici nel caso peggiore; nel pensare che, sì, in effetti è un sequestro di persona legalizzato. La verità è che il Trattamento Sanitario Obbligatorio implica una coatta presa in carico della persona da parte dei Servizi di salute mentale del territorio che può durare per decenni, proprio come è successo a vari partecipanti al cantiere. Una volta entrato in questo meccanismo infernale, una volta bollato con l’infamia della malattia mentale, il paziente vi rimane invischiato a vita, costretto a continue visite psichiatriche e soprattutto, a trattamenti con farmaci obbligatori pena un nuovo ricovero. Per i pazienti ricoverati in TSO e considerati “agitati” si ricorre ancora al’’isolamento e alla contenzione fisica, mentre i cocktail di farmaci somministrati mirano ad annullare la coscienza di sé della persona, a renderla docile ai ritmi e alle regole ospedaliere. Il grado di spersonalizzazione ed alienazione che si può raggiungere durante una settimana di TSO ha pochi eguali, anche per il bombardamento chimico a cui si è sottoposti. Ecco come l’obbligo di cura oggi non significhi più necessariamente la reclusione in una struttura ma si trasformi nell’impossibilità di modificare o sospendere il trattamento psichiatrico, sotto costante minaccia di ricorso al ricovero coatto sfruttato come strumento di ricatto e repressione.

Un altro capitolo del libro è dedicato all’obbligo di cura e di assunzione di psicofarmaci. Gli psicofarmaci, oltre ad agire solo sui sintomi e non sulle cause della sofferenza della persona, se presi per lunghi periodi alterano il metabolismo e le percezioni, rallentano i percorsi cognitivi ed ideativi contrastando la possibilità di fare scelte autonome, generano fenomeni di dipendenza ed assuefazione del tutto pari, se non superiori, a quelli delle sostanze illegali classificate come droghe pesanti. Sappiamo bene che le persone trattate con psicofarmaci aumentano la probabilità di trasformare un episodio di sofferenza in una patologia cronica. La maggior parte di coloro che ricevano un trattamento farmacologico va incontro a nuovi e più gravi sintomi psichiatrici, a patologie somatiche e a una compromissione cognitiva. Quello che finora ci ha proposto la psichiatria è la centralità degli “squilibri chimici” nel funzionamento del cervello, ha cambiato il nostro schema di comprensione della mente e messo in discussione il concetto di libero arbitrio. Come collettivo, non condanniamo a priori l’utilizzo di psicofarmaci ma pensiamo che spetti all’individuo deciderne in libertà e consapevolezza l’assunzione.

Poiché la risposta psichiatrica è sempre la stessa per tutte le situazioni: diagnosi, etichetta e cura farmacologica crediamo che rivendicare il diritto ad avere parola e all’autodeterminazione in ambito psichiatrico significhi riappropriarsi delle proprie esperienze, delle difficoltà, delle sofferenze e della molteplicità di maniere per affrontarle. La logica psichiatrica sminuisce le sofferenze delle persone, riducendo le reazioni dell’individuo al carico di stress cui si trova sottoposto a sintomi di malattia e medicalizzando gli eventi naturali della vita.

È necessario operare contro l’invalidante stigma psichiatrico affinché l’Istituzione psichiatrica dia ascolto e credito alle parole delle persone. La restituzione sociale del cantiere proposta nel libro si pone come obiettivo il mettere in luce quanto a livello di ascolto e scambio dialogico sia ancora necessario fare per poter arrivare a un reale processo di condivisione del percorso terapeutico. Dalle narrazioni emerge una precisa richiesta di un maggior dialogo tra utenti e operatori, di sviluppare pratiche alternative alla cura farmacologica, nella prospettiva di elaborare un metodo che modifichi radicalmente, sovvertendole, le Istituzioni psichiatriche nel loro complesso.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud

Per contatti con il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud:

antipsichiatriapisa@inventati.org | www.artaudpisa.noblogs.org | 355 7002669

mercoledì 27 ottobre 2021

Poesia 27/10/21

 Le odiate sirene rompono il silenzio
Mentre sbuffo  
Guardo in stazione passivo/statico i freddi schermi.
Molto spesso difficile trovare un senso
Per i deboli arduo sedare il tormento
Fumare compulsivo
Posacenere colmi
Assenso?
Vorrei annegare i timori nel assenzio
Odore di dimesso
Afflitto/in guerra depresso.
Padre,figlio e cronaca nera
Abusi su minori
Sempre in testa la chiesa
Sbarre invisibili
L' inferno in alcune famiglie la sera...
Chi muore?
Forse tua madre?
Forse un signore?
Forse per spaccio?
Forse per malattia mentale?
Forse perché criminale?
Forse perché troppo normale?
Forse perché schiavo a lavorare?
Forse perché costretto a scappare e migrare?...
Chi muore?
Tutti i minuti/tutte le ore
Il panico si illumina
Ogni mattina alle prime ore...
Chi muore?
Quali deboli?
Siete voi...
Governi, leggi, repressioni, farmaci...
Per imbrogliare la vostra paura,
Non ammettete di odiarvi,
Invidiosi e incapaci
Di essere felici
Cali di Serotonina
Alcol di pregio e Cocaina.
Tristi
Potenti
Benpensanti...
Assilati dai fantasmi,
Dilaniati dalle colpe,
Umiliati dai vostri orgasmi,
Divorati dai vermi
Sbranati dai matti.
Sulle vittime piangono
Le suore...
La nostra Lotta
Contro tutto
Il nostro amore...
Insiste
Solidale
Continua
Non muore.
Credo che essere buoni
Non sia un limite...
Tremare non è essere fragili...
La vita non è attendere
Come in posta il crepare.
Ho la piena certezza
Che il sincero ardore
E la passione più trasparente
Sono quello che conta
Le ferite parlano
I ricordi sbiadiscono
Gli anni si buttano
Le mani diventano acqua
Un abbraccio corretto col sudore,
L' Essere umano
Un capolavoro di sensi
Un romanzo d' orrore.

Ang. 27/10/21

venerdì 15 ottobre 2021

BASTA MORIRE DI CONTENZIONE!! ABOLIAMO LA CONTENZIONE!!

 BASTA MORIRE DI CONTENZIONE!! ABOLIAMO LA CONTENZIONE!!

Sono ancora scarse le informazioni riguardanti la morte della persona, originaria della Val di Cornia, ricoverata nel reparto di psichiatria dell’ospedale di Livorno deceduta a inizio aprile di quest’anno dopo essere stato legata al letto per oltre una settimana. Le generalità non sono ancora state rese pubbliche. Non sappiamo se è stata fatta un’autopsia e se c’è un indagine della magistratura in corso. Non sappiamo quante contenzioni vengono fatte nel reparto di Livorno.

Di sicuro nei reparti psichiatrici italiani si continua a morire di contenzione meccanica, sia in regime di degenza che durante le procedure di TSO.

Il 13 agosto del 2019, nel reparto psichiatrico dell'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo è  morta durante un incendio Elena Casetto, 19 anni, bruciata viva nel letto al quale era legata: la contenzione non le ha permesso di fuggire. A oggi per quel terribile evento sono indagati solo i due addetti della ditta che aveva in appalto il servizio antincendio dell’ospedale.
Un episodio simile era accaduto nel Manicomio Giudiziario di Pozzuoli nel 1974, quando Antonia Bernardini morì per le ustioni riportate dopo l'incendio che l'aveva avvolta nel letto di contenzione al quale era stata legata ininterrottamente per 43 giorni.
Il 4 agosto del 2009 Francesco Mastrogiovanni è morto per edema polmonare dopo 87 ore consecutive di contenzione nel reparto di psichiatria dell’Ospedale di Vallo della Lucania, provincia di Salerno. Era stato ricoverato in TSO, trattamento sanitario obbligatorio, senza rispettare le procedure previste dalla legge; sedato e legato con fascette ai polsi e alle caviglie, è rimasto senza mangiare, senza bere e senza nessuno che si preoccupasse di lui fino alla morte.

Nel caso Mastrogiovanni la Corte di Cassazione ha definito l’uso della contenzione meccanica un presidio restrittivo della libertà personale che non ha né una finalità curativa né produce l’effetto di migliorare le condizioni di salute del paziente. La contenzione non è un atto medico e non ha alcuna valenza terapeutica: è un evento violento e dannoso per la salute mentale e fisica di chi la subisce; offende la dignità delle persone e compromette gravemente la relazione terapeutica.

Purtroppo contenzione meccanica e farmacologica sono praticate diffusamente anche nelle strutture che ospitano persone anziane e/o non autosufficienti. In nessun caso la carenza di personale e di strutture può giustificare il ricorso a pratiche coercitive. Anche la logica dei “motivi di sicurezza”, dello “stato di necessità” o delle “persone aggressive” a cui sovente si fa appello nei reparti, deve essere respinta poiché fondata sul pregiudizio ancora diffuso della potenziale pericolosità della “pazzia”. Molti ritengono, per atteggiamento culturale o per formazione, che sia giustificabile sottoporre persone diagnosticate come “malate mentali” a mezzi coercitivi, che sia nell’ordine delle cose e corrisponda al loro stesso interesse. Chi condivide questa opinione non considera adeguatamente, sia in termini esistenziali che giuridici, il valore imprescindibile della libertà della persona, tanto più rilevante quanto più attinente a libertà minime, elementari e naturali, come la libertà di movimento.

Oltre al ricorso alla contenzione meccanica e farmacologica, continua ancora oggi a prevalere nei servizi psichiatrici un atteggiamento custodialistico e l’impiego sistematico di pratiche e dispositivi manicomiali: obbligo di cura, porte chiuse, grate alle finestre, sequestro dei beni personali, limitazione e controllo delle telefonate e di altre relazioni e abitudini.
Sappiamo inoltre, di numerose esperienze in Italia e all’estero dove viene evitata la contenzione. In solo 15 reparti italiani su 320 viene praticata la terapia no restraint, la contenzione è stata abolita e le porte sono aperte.
Sappiamo che questi dispositivi sono strutturali ai luoghi di reclusione e abbandono, ma ribadiamo la necessità di proibire, senza alcuna eccezione, la contenzione meccanica nelle istituzioni sanitarie, assistenziali, penitenziarie italiane e in tutti i luoghi di reclusione.
Continueremo a lottare con forza contro ogni dispositivo manicomiale e coercitivo (obbligo di cura, trattamento sanitario obbligatorio, uso dell’elettroshock, contenzione meccanica, farmacologica e ambientale, ecc) e per il superamento e l’abolizione di ogni pratica lesiva della libertà personale.


BASTA MORIRE DI CONTENZIONE !! STOP ALLA CONTENZIONE!!

Sabato 6 Novembre:
- PRESIDIO CONTRO LA CONTENZIONE piazza Damiano Chiesa davanti l’Ospedale nel pomeriggio dalle ore 16
-  alle ore 20 PIZZATA + MUSICA  all’ Ex Caserma Occupata in via Adriana 16

Domenica 7 novembre:
- ore 10 all’ Ex Caserma Occupata inizio assemblea antipsichiatrica
- ore 13 Pranzo a cura di Cucina IppoOasi
nel pom proseguimento assemblea