martedì 21 novembre 2017

Ciao Giorgio

Ci uniamo al dolore ed al ricordo per la scomparsa di Giorgio Antonucci, venuto a mancare Sabato 18 Novembre. E' stato per noi del Camap bello e speciale poter conoscere e parlare con Giorgio che ci ha aperto le porte di casa sua anni fa; ci rimarrà il ricordo di uomo intelligente come pochi, ricco di storie, di cultura e di sensibilità. Imprenscindibile la mole di atti e scritti che ha prodotto per mostrarci tutte le magagne della presunta scienza psichiatrica. Nei prossimi giorni seguiranno, il più possibile, post riguardanti la persona di Giorgio Antonucci. Grazie per tutto.
CAMAP
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domenica 19 novembre 2017

Domani sera (Lun 20/11) a Pisa

PROIEZIONE di "The Danish Girl"
Lunedì 20 Novembre alle ore 20:30 c/o Aula Magna Scienze Politiche - Via Serafini 3 Pisa

All'interno del Cineforum "Robe da Matti?" abbiamo deciso di inserire la proiezione di "The Danish Girl" in occasione del Transgender Day of Remembrance che si celebra il 20 novembre per ricordare le vittime dovute alla transfobia, riconducibile ancora una volta alla matrice patriarcale.

Come collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud insieme a Queersquilie, La Collettiva abbiamo pensato di condividere, in seguito alla proiezione del film, una riflessione sui legami tra sessualità e psichiatrizzazione.
La transessualità è stata infatti concepita sin dagli anni '60 come una patologia, un disturbo dell'orientamento sessuale definito disforia di genere e inserito nel 1980 nel Dsm (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali). In questo manuale sono diversi gli orientamenti sessuali ad essere stigmatizzati come patologie psichiatriche ed essere dunque approcciati come questioni di tipo medico. Se nel 1973 l'omosessualità viene finalmente espulsa dal Dsm, la transessualità continua ad apparrire tra le patologie psichiatriche anche nella versione più recente del manuale, nel 2015.
La lettura psichiatrizzante accompagna le persone trans nel loro percorso di vita poichè in numerosi protocolli per il cambio dei documenti, come in molte altre sfere della vita quotidiana, è richiesta una perizia di disforia di genere.

Ci interessa dunque cogliere questo momento per confrontarci sia sulla tematica presentata che sulle lotte che, in vari campi, vengono combattute per riconoscere il diritto di ognun@ di noi a vivere il proprio corpo e la propria sessualità in libertà.

venerdì 10 novembre 2017

Pisa: CINEFORUM ANTIPSICHIATRICO "ROBE DA MATTI?"

“ROBE DA MATTI?” ciclo di film sulla follia e la sua percezione.

L'assemblea Aula R e il collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud, presso l'aula magna del Dipartimento di Scienze politiche in via Serafini 3, propongono un ciclo di film al fine di affrontare il tema dello stigma della salute mentale e degli abusi che avvengono nel campo della psichiatria.
Folle? Normale? Chi definisce quali sono i confini dell'uno e dell'altro?
Con questa introduzione non vogliamo proporre delle risposte, ma stimolare i vostri (e anche nostri) dubbi sul tema della salute mentale e della psichiatria, visionando alcune pellicole e dopo confrontarci su questi temi.
Tutte le proiezioni inizieranno alle ore 21.

15 novembre "the Experimet"- Paul Scheuring (2010)
“Ispirato al reale esperimento di Philip Zimbardo avvenuto a Stanford nel 1971. L'esperimento prevedeva l'assegnazione, ai volontari che accettarono di parteciparvi, dei ruoli di guardie e prigionieri all'interno di un carcere simulato. L'esperimento della prigione di Stanford fu un esperimento psicologico volto a indagare il comportamento umano in una società in cui gli individui sono definiti soltanto dal gruppo di appartenenza.”

29 novembre "la Pecora nera"- Ascanio Celestini(2010)
 "Il manicomio è un condominio di santi. So' santi i poveri matti asini sotto le lenzuola cinesi, sudari di fabbricazione industriale, santa la suora che accanto alla lucetta sul comodino suo si illumina come un ex voto. E il dottore è il più santo di tutti, è il capo dei santi, è Gesucristo".

6 dicembre "Mommy"- Xavier Dolan (2014)
“In un possibile futuro prossimo, il Canada ha approvato una controversa legge, denominata S-14, che consente ai parenti di minori difficili, in caso di emergenza, di effettuare un ricovero coatto presso un istituto psichiatrico, saltando la procedura legale. Diane, una donna sola, entra nel centro di recupero al quale Steve, il figlio quindicenne, è stato affidato dopo la morte del padre. “

per info: antipsichiatriapisa@inventati.org

giovedì 9 novembre 2017

Processo Soldi e passeggiata antipsichiatrica


 
Il 27 settembre è cominciato il processo per la morte di Andrea Soldi, ucciso dai vigili urbani che stavano cercando di imporgli con la forza un TSO – un trattamento sanitario obbligatorio.

Riceviamo e pubblichiamo l'iniziativa da parte degli amici del Collettivo Mastrogiovanni di Torino, organizzata in occasione del processo per la morte dopo un TSO di Andrea Soldi. Il processo che si sta svolgendo in questi giorni è anche occasione per mettere in discussione la legittimità del Trattamento Sanitario Obbligatorio e portare l'argomento delle vittime per psichiatria all'attenzione dell'opinione pubblica.

da RadioBlackout :
In questi giorni, con le testimonianze dei sanitari, che visitarono Soldi quando arrivò in ospedale ammanettato e ormai privo di coscienza per la lunga mancanza di ossigeno, il processo sta entrando nel vivo.
La vicenda di Soldi non è che la punta dell’iceberg. La lista dei morti di psichiatria, che si allunga anno dopo anno, ci mostra una pratica che serve a disciplinare, reprimere, rinchiudere, non certo a “curare”.

Sabato 11 novembre gli attivist* del collettivo antipsichiatrico Francesco Mastrogiovanni hanno promosso una passaggiata informativa per il Balon, con quattro quadri di normale repressione psichiatrica.
L’appuntamento è alle 10 in via Andreis angolo via Borgodora

Di seguito un testo del Collettivo Mastrogiovanni sulla vicenda Soldi e non solo:

“Andrea Soldi è morto il 5 agosto 2015 in piazzale Umbria a Torino, ucciso dai vigili urbani che lo stavano sottoponendo ad un TSO (Trattamento sanitario obbligatorio), perché non si era presentato alla mensile somministrazione forzata (tramite iniezione a lento rilascio) di Haldol, un potente e dannoso neurolettico che provoca dipendenza e gravi effetti collaterali. Il 27 settembre si è aperto il processo che vede imputati per omicidio colposo i 3 vigili autori della manovra contenitiva che ha di fatto soffocato l’uomo, e lo psichiatra che ha disposto il TSO senza che ci fossero le necessarie condizioni previste dalla legge. Tutti hanno continuato e continuano a svolgere le proprie mansioni. I vigili sono stati spostati in un altro reparto. Nel passaggio ci è scappata una promozione.
Durante le udienze preliminari il Comune e l’Asl To2 avevano offerto 400.000 euro ai familiari della vittima, che li hanno rifiutati. Il solo fatto che due enti che versano in ristrettezze economiche abbiano proposto massimali di risarcimento ancor prima che fosse accertata l’effettiva responsabilità degli imputati, ci fa capire il peso che questo processo potrebbe avere nell’attaccare l’istituzione psichiatrica e i suoi (ab)usi, ponendo l’attenzione sul TSO, ovvero quel trattamento che dà agli psichiatri il potere di catturare, imprigionare e drogare le persone contro la loro volontà e in modo del tutto arbitrario.
Quella di Andrea non è una storia di malasanità, un errore nell’attuazione di un provvedimento terapeutico, ma è la più tragica conseguenza di pratiche quotidianamente perpetrate dalla psichiatria, di continui ricatti, violenze e vessazioni che la maggior parte degli utenti psichiatrici sono costretti a subire. Non è neanche un caso isolato di morte per TSO, perché sono in tanti a perdere la vita durante la cattura e soprattutto a causa dell’indiscriminata e ponderosa somministrazione di psicofarmaci. La differenza è che nel caso di Andrea ci sono tanti testimoni, occhi e orecchie di gente “normale” che hanno assistito a ciò che mai avrebbero potuto immaginare, perché la repressione psichiatrica avviene nella solitudine di chi ne è investito, nel silenzio delle loro famiglie, dentro reparti chiusi e in luoghi isolati. La storia di Andrea è l’eccezione che conferma la regola e da due anni è deflagrata nelle pagine di cronaca dei giornali. É una storia simile a quella di Francesco Mastrogiovanni, le cui ultime ore di vita nel repartino dell’ospedale di S. Luca di Vallo della Lucania, sono state immortalate da una telecamera: 87 ore di agonia durante le quali, pesantemente sedato con farmaci antipsicotici, è stato legato mani e piedi al letto, senza cibo né acqua, fino alla morte il 31 luglio del 2009. Anche Franco è morto durante un ricovero coatto, anche in questo caso il comportamento della vittima era tranquillo e conciliante, e anche stavolta il provvedimento non era legittimo. Anche qui un altro processo iniziato a novembre 2014 che vede imputati 12 infermieri e 6 medici (per reati di sequestro, falso in atto pubblico e morte in conseguenza ad altro reato – il sequestro), in cui si cerca sempre di circoscrivere la tortura subita all’interno di un ospedale come un episodio unico di disservizio ed inefficienza. A novembre scorso la Corte d’Appello di Salerno ha condannato gli 11 infermieri (pene dai 14 mesi ai 15 mesi) che in primo grado erano stati assolti e ha confermato le condanne per i sei medici, a cui però le pene sono state ridotte (dai 13 mesi ai due anni). A tutti è stata sospesa la pena e, quindi, continuano a lavorare nel SSN. Uno dei medici è coinvolto nella morte di Massimiliano Malzone avvenuta nel giugno 2015 nel SPDC di Sant’Arsenio di Polla, probabilmente a causa di una somministrazione letale di farmaci.
L’ultimo fatto di cronaca risale ad agosto, quando Fabio Tozzi, un uomo di 48 anni che, entrato in TSO all’ospedale Villa Scassi a Genova, ne è uscito morto dopo un paio d’ore, durante le quali è passato prima per il pronto soccorso e poi per il repartino, e ha ricevuto una o forse più somministrazioni di psicofarmaci. É paradossale che un uomo controllato da famiglia e Sert per la sua dipendenza dipendenza da droghe, sia morto in ospedale per un’overdose di psicofarmaci, ovvero sempre sostanze psicotrope ma “legali” in quanto prescritte da medici.

Nonostante in Italia i manicomi siano stati chiusi alla fine degli anni Settanta, l’orrore psichiatrico non è mai finito e come si moriva nei manicomi, si muore oggi nei nuovi luoghi della psichiatria, strutture più piccole capillarmente diffuse sul territorio, all’interno delle quali continuano a perpetrarsi sia l’etichetta di “malato mentale” sia i metodi coercitivi e violenti della psichiatria.
Di recente a Torino a due lavoratrici OSS della comunità psichiatrica torinese “Il Ponte”, che sono state sospese e licenziate poiché lottavano contro la contenzione fisica dei pazienti all’interno delle 5 comunità psichiatriche, dove, nonostante le alte rette versate dall’ASL, manca il personale. Per il guadagno di pochi privati, si calpesta la dignità sia dei pazienti, sempre più sedati e contenuti, sia di quei lavoratori che obiettano metodi disumani e manicomiali.
La psichiatria può cambiare i nomi dei luoghi e dei trattamenti, gode dell’appoggio di medici, tribunali, giornali e fautori del contenimento e del mantenimento dello status quo, ma non riuscirà mai a persuadere chi ha avuto la sfortuna di incapparvi e vive ogni giorno i suoi soprusi, così come chi odia la reclusione, chi vuole abbattere mura, gabbie e confini e lotta ogni giorno per la libertà di tutti.

Collettivo Antipsichiatrico “Francesco Mastrogiovanni”
Telefono: 345 61 94 300 martedì dalle 19, oppure lascia un messaggio in segreteria
antipsichiatriatorino@inventati.org”

Ascolta la diretta con Raffaella del Collettivo Mastrogiovanni su http://radioblackout.org/2017/11/processo-soldi-e-passeggiata-antipsichiatrica/

venerdì 27 ottobre 2017

ELETTROSHOCK: MA QUALE CURA?

Ripubblichiamo la lettera al giornale Il Tirreno, scritto dagli amici del Collettivo Antonin Artaud di Pisa, in risposta all'articolo ''Elettroshock: ogni anno a Pisa curati 60 pazienti''


ELETTROSHOCK: MA QUALE CURA?

Come Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud da anni siamo impegnati sul territorio per contrastare gli abusi della psichiatria, ponendo particolare attenzione alle modalità e ai meccanismi attraverso i quali essa si espande sempre più capillarmente e trasversalmente.

A quasi ottanta anni dalla sua invenzione, possiamo affermare che l’elettroshock è l’unico trattamento, che prevede come cura una grave crisi organica dei soggetti indotta a tale scopo, mai dichiarato obsoleto.
Anzi, si è cercato di modernizzarlo, sin dai primi anni, infatti già nel 1943 il professor Delay mise a punto una nuova tecnica: l’elettroshock sotto narcosi, anche detta elettroshock terapia modificata.

L’elettroshock oggi viene chiamato TEC (terapia elettroconvulsiva) ma rimane la stessa tecnica inventata nel 1938 da Cerletti e Bini. Cambiare nome all’elettroshock ha aperto la via a due ordini di cambiamento: anzitutto si è assicurato il proseguimento del trattamento riducendo il dibattito alle linee guida per l’utilizzo, nei soli ambiti medici e politici; l’altro cambiamento è rappresentato dall’opinione diffusa che lo vede come pratica non più utilizzata, superata e obsoleta, allo stesso modo dei salassi per mezzo di sanguisughe. Invece si tratta sempre di far passare la corrente elettrica per la testa di un paziente, che passando attraverso il cervello, produce una convulsione generalizzata. Migliorandone le garanzie burocratiche, così come introducendo alcune modifiche nel trattamento, vedi anestesia totale e farmaci miorilassanti , non si cambia la sostanza della TEC.
Rimangono la brutalità, la sua totale mancanza di validità scientifica e l’assenza di un valore terapeutico comprovato. I meccanismi di azione della TEC non sono noti. Per la psichiatria «rimane irrisolto il problema di come la convulsione cerebrale provochi le modificazioni psichiche» e «non è chiaro quali e in che modo queste modificazioni (dei neurotrasmettitori e dei meccanismi recettoriali) siano correlate all’effetto terapeutico» (G. B. Cassano, Manuale di Psichiatria). Ma per chi subisce tale trattamento la perdita di memoria e i danni cerebrali sono ben evidenti e possono essere rilevati attraverso autopsie e variazioni elettroencefalografiche anche dopo dieci o venti anni dallo shock.
Relativamente all’attuale e globalizzato panorama d’impiego dell’elettroshock, poco trasparente e condiviso, continuiamo a porci domande come queste.
Perché questo trattamento medico – che per stessa ammissione di molti psichiatri che lo hanno applicato e che continuano ad applicarlo – utilizzato in passato come metodo di annichilimento dell’umano, come strumento di tortura, come mezzo repressivo contro la disobbedienza, non viene dichiarato superato dalla storia?

È sufficiente praticare un’anestesia totale per rendere più umana e dignitosa e legittima la sua applicazione?
Durante la sua applicazione pratica, si sta ancora immettendo corrente elettrica verso il cervello di un proprio simile oppure si effettua un intervento equiparato ad ogni altra operazione chirurgica peraltro senza usare bisturi?
Possono dei benefici temporanei, che per avere effetto devono comunque essere accompagnati dall’assunzione di psicofarmaci, essere un valido motivo per usare questo trattamento?
Si possono ignorare gli effetti negativi dell’elettroshock?

Ci teniamo a ribadire che nonostante le vesti moderne l’elettroshock rimane una terapia invasiva, una violenza, un attacco all'integrità psicologica e culturale di chi lo subisce. Insieme ad altre pratiche psichiatriche come il TSO, l’elettroshock è un esempio, se non l’icona, della coercizione e dell’arbitrio esercitato dalla psichiatria. Il  percorso di superamento dell’elettroshock e di tutte le pratiche non terapeutiche deve essere portato avanti e difeso in tutti i servizi psichiatrici, in tutti i luoghi e gli spazi di cultura e formazione dove il soggetto principale è una persona, che insieme ai suoi cari, soffre una fragilità.
Per chiunque voglia approfondire l’argomento, come collettivo abbiamo scritto il libro “ELETTROSHOCK. La storia delle terapie elettroconvulsive e i racconti di chi le ha vissute.” Edizioni Sensibili alle foglie 2014. Questo libro propone un viaggio nella storia delle shock terapie, che precedono e accompagnano l’applicazione della corrente elettrica al cervello degli esseri umani e delle testimonianze di persone in carne ed ossa, che sono state sottoposte all’elettroshock. Lo trovate sul nostro sito scaricabile gratuitamente www.artaudpisa.noblogs.org

COLLETTIVO ANTIPSICHIATRICO ANTONIN ARTAUD, Via San Lorenzo 38 Pisa, tel. 3357002669  antipsichiatriapisa@inventati.org  www.artaupisa.noblogs.org

 

martedì 24 ottobre 2017

Proseguono le udienze per il processo sulla morte di Andrea Soldi

Morì per il Tso, in aula i suoi ultimi istanti di vita: “Andrea era a terra, respirava e aveva polso”

Il trasporto prono e ammanettato dietro la schiena sarebbe stato autorizzato da medico e infermiere

«Quando è stato ammanettato, Andrea Soldi era vivo. Pressione 110 su 60, con 8-9 pulsazioni in una decina di secondi», testimonia in aula Andrea Campassi, infermiere dell’Asl, nel processo a uno psichiatra e tre vigili urbani accusati di omicidio colposo. Il 5 agosto 2015, c’è anche lui in piazzetta Umbria. Quel giorno, lo psichiatra Pier Carlo Della Porta chiede l’intervento della polizia municipale per un Tso «del ragazzo», come lo chiama Campassi. La definizione tradisce un moto d’affetto, a dispetto dei 47 anni dell’uomo mai arrivato a ricevere le cure che il medico aveva disposto.

«Conoscevo bene Andrea, fino a dicembre 2014 era venuto in ambulatorio per le cure, poi aveva smesso» ricorda l’infermiere. Davanti al giudice Federica Florio, spiega che era «sfuggente, difficile da raggiungere. Non era possibile andare a casa sua, la viveva come un’intrusione, era molto geloso di quello spazio. Una volta gli ho telefonato per presentargli un operatore e non l’ha presa bene».

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La chiamata
Per la centrale operativa del «118», Andrea era un «codice giallo 5 sierra». Tradotto: malato psichiatrico, in strada, con «parziale compromissione delle funzioni dell’apparato circolatorio o respiratorio» secondo la classificazione della medicina di emergenza. L’intervento era programmato, con tanto di polizia municipale. «Per ogni evenienza, non era detto che dovessero intervenire», aggiunge. Poco distante c’è anche Renato Soldi, il papà di Andrea, costituito parte civile assieme alla figlia Maria Cristina (avvocati Luca Lauri e Giovanni Maria Soldi). Ma resta in disparte. «Ha valutato che farsi vedere potesse essere controproducente», aggiunge.

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Lo psichiatra e l’infermiere cercano di convincerlo, ma lui rifiuta la cura. È seduto su una panchina, pare tranquillo. «Diceva che era un analgesico per il mal di schiena e lui non ne aveva più bisogno perché era guarito», dice l’infermiere. L’intervento è stato chiesto da papà Renato. «Era preoccupato, aveva notato alcuni “campanelli d’allarme”, come la difficoltà a gestire il denaro, la mancanza di igiene personale e le condizioni della casa», aggiunge.

L’intervento del collega
Fallite le chiacchierate, su richiesta dei vigili urbani lo psichiatra ha chiesto l’intervento di un collega, per la seconda firma per validare la richiesta di Tso. «Anche lui ha provato a spiegare», ma alla fine Andrea «ha incominciato a pronunciare frasi sconnesse, anche in piemontese stretto». Un vigile ha provato a inserirsi nel monologo, ma ottiene il contrario. A quel punto, scatta l’azione. «Era alto un metro e 80 per 130 chili, la fisicità poteva spaventare, ma lui non è mai stato violento», dice ancora l’infermiere. Due vigili gli prendono le braccia, uno il collo. «Lo ha tenuto per almeno un minuto, il tempo di preparare l’iniezione», dice l’infermiere. Riesce a infilare l’ago sopra il «gluteo destro di Andrea, ma lui libera il braccio destro e spazza via la siringa». La situazione ha un’accelerazione: Andrea finisce con la faccia a terra, ammanettato dietro la schiena. Posizione che manterrà fino in ospedale. Gli avvocati difensori dei quattro imputati (Anna Ronfani e Stefano Castrale) cercano di chiarire la situazione. Soprattutto, le condizioni di salute di Andrea. «Ho visto un movimento della cassa toracica, respirava. Ho misurato pressione e battiti», spiega l’infermiere.

In ambulanza
E ci riprova anche appena caricato in ambulanza. Ancora a faccia in giù, ammanettato dietro la schiena. Secondo la scheda compilata dagli ambulanzieri, la decisione è stata presa dall’infermiere e dallo psichiatra. Ma in quella posizione, «non sono riuscito a fargli mettere la mascherina per l’ossigeno», dice. Misura il tasso di saturazione di ossigeno nel sangue. «Era 66», aggiunge. Per lui, non è un valore critico e non segnala la situazione al pronto soccorso dell’ospedale Maria Vittoria, dove arrivano qualche minuto dopo.
In fondo alla scheda dell’intervento, c’è anche la firma di Matteo Di Chio, ambulanziere della Croce Rossa. La sua testimonianza è piena di contraddizioni, di «non ricordo». Il pm Lisa Bergamasco e gli avvocati mostrano pazienza, ma lo stesso giudice deve intervenire per spiegare al testimone che «deve dire soltanto ciò che ricorda, nessuna deduzione o collegamento logico». E in quanto a logica, sovente le sue affermazioni fanno difetto. Come quando esprime le perplessità avute per le modalità di trasporto di Andrea, ma non sa spiegare perché non ha chiamato la centrale operativa per segnalare la questione.
Alcune circostanze, però, svettano nella questa nebbia che avvolge i suoi ricordi. Come la reazione di un vigile quando al pronto soccorso gli hanno chiesto di togliere le manette ad Andrea: «Calma, adesso lo faccio». Avevano appena gridato che Andrea era «in arresto cardiocircolatorio».

fonte:www.lastampa.it

giovedì 12 ottobre 2017

Lista aggiornata decessi in psichiatria

Riceviamo dal CAR (Collettivo Antipsichiatrico Rovereto) e pubblichiamo il loro lavoro  di raccolta informazioni una lista aggiornata al 2017 di decessi in psichiatria. Alcuni sono morti in TSO, altri in ricovero volontario. Altri sono morti di suicidio, altri, a nostro avviso con probabile istigazione al suicidio (ART 414 codice penale). L'ordine dell'elenco è parziale (sic!) e non cronologico:

2009 Campania _ Francesco Franco Mastrogiovanni 58 anni di Castelnuovo Cilento deceduto il 4 agosto 2009 a Vallo della Lucania (Salerno); cantava canzoni su di una spiaggia in piena estate e solo per tal motivo venne internato in regime TSO. Morirà dopo ben 87 ORE di contenzione ad un letto. Il suo decesso orribile mostrato a RAITRE, darà il via all'anti-omertà antimafia sui decessi in psichiatria e via via anche a potenziali istigazioni suicidio (ART. 580 codice penale) che vengono sempre taciuti per vergogna, ignoranza (parenti e amici), lassismo istituzioni e falso perbenismo. L'ariete su tali crimini taciuti, sarà proprio il martirio di Francesco a RAITRE nonostante a Cagliari si fosse verificato ancora nel 2006 la morte di Giuseppe Casu con similitudini inequivocabili. Resterà sempre in vetta alla lista per tal motivo. Fu lui grazie alla determinazione di parenti e testimoni sulla spiaggia che immortalarono la scena con i vigili ad abbattere i muri dell'ignoranza, dell'ingenuità

venerdì 6 ottobre 2017

12/10 Benefit spesa legale Collettivo Artaud


GIOVEDI’ 12 OTTOBRE
Il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud e l’Osservatorio Antiproibizionista Canapisa Crew

Presentano:
APERICENA MUSICALE

BENEFIT per le spese legali del Collettivo Artaud dalle ore 19

c/o Circolo Anarchico vicolo del Tidi 20 Pisa