Morì per il Tso, in aula i suoi ultimi istanti di vita: “Andrea era a terra, respirava e aveva polso”
Il trasporto prono e ammanettato dietro la schiena sarebbe stato autorizzato da medico e infermiere
«Quando è stato ammanettato, Andrea Soldi era vivo. Pressione 110 su
60, con 8-9 pulsazioni in una decina di secondi», testimonia in aula
Andrea Campassi, infermiere dell’Asl, nel
processo a uno psichiatra e tre vigili urbani accusati di omicidio colposo.
Il 5 agosto 2015, c’è anche lui in piazzetta Umbria. Quel giorno, lo
psichiatra Pier Carlo Della Porta chiede l’intervento della polizia
municipale per un Tso «del ragazzo», come lo chiama Campassi. La
definizione tradisce un moto d’affetto, a dispetto dei 47 anni dell’uomo
mai arrivato a ricevere le cure che il medico aveva disposto.
«Conoscevo bene Andrea, fino a dicembre 2014 era venuto in
ambulatorio per le cure, poi aveva smesso» ricorda l’infermiere. Davanti
al giudice Federica Florio, spiega che era «sfuggente, difficile da
raggiungere. Non era possibile andare a casa sua, la viveva come
un’intrusione, era molto geloso di quello spazio. Una volta gli ho
telefonato per presentargli un operatore e non l’ha presa bene».
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La chiamata
Per la centrale operativa del «118», Andrea era un «codice giallo 5
sierra». Tradotto: malato psichiatrico, in strada, con «parziale
compromissione delle funzioni dell’apparato circolatorio o respiratorio»
secondo la classificazione della medicina di emergenza. L’intervento
era programmato, con tanto di polizia municipale. «Per ogni evenienza,
non era detto che dovessero intervenire», aggiunge. Poco distante c’è
anche Renato Soldi, il papà di Andrea, costituito parte civile assieme
alla figlia Maria Cristina (avvocati Luca Lauri e Giovanni Maria Soldi).
Ma resta in disparte. «Ha valutato che farsi vedere potesse essere
controproducente», aggiunge.
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Lo psichiatra e l’infermiere cercano di convincerlo, ma lui rifiuta
la cura. È seduto su una panchina, pare tranquillo. «Diceva che era un
analgesico per il mal di schiena e lui non ne aveva più bisogno perché
era guarito», dice l’infermiere. L’intervento è stato chiesto da papà
Renato. «Era preoccupato, aveva notato alcuni “campanelli d’allarme”,
come la difficoltà a gestire il denaro, la mancanza di igiene personale e
le condizioni della casa», aggiunge.
L’intervento del collega
Fallite le chiacchierate, su richiesta dei vigili urbani lo
psichiatra ha chiesto l’intervento di un collega, per la seconda firma
per validare la richiesta di Tso. «Anche lui ha provato a spiegare», ma
alla fine Andrea «ha incominciato a pronunciare frasi sconnesse, anche
in piemontese stretto». Un vigile ha provato a inserirsi nel monologo,
ma ottiene il contrario. A quel punto, scatta l’azione. «Era alto un
metro e 80 per 130 chili, la fisicità poteva spaventare, ma lui non è
mai stato violento», dice ancora l’infermiere. Due vigili gli prendono
le braccia, uno il collo. «Lo ha tenuto per almeno un minuto, il tempo
di preparare l’iniezione», dice l’infermiere. Riesce a infilare l’ago
sopra il «gluteo destro di Andrea, ma lui libera il braccio destro e
spazza via la siringa». La situazione ha un’accelerazione:
Andrea finisce con la faccia a terra, ammanettato dietro la schiena. Posizione che manterrà fino in ospedale. Gli
avvocati difensori dei quattro imputati (Anna Ronfani e Stefano
Castrale) cercano di chiarire la situazione. Soprattutto, le condizioni
di salute di Andrea. «Ho visto un movimento della cassa toracica,
respirava. Ho misurato pressione e battiti», spiega l’infermiere.
In ambulanza
E ci riprova anche appena caricato in ambulanza. Ancora a faccia in
giù, ammanettato dietro la schiena. Secondo la scheda compilata dagli
ambulanzieri, la decisione è stata presa dall’infermiere e dallo
psichiatra. Ma in quella posizione, «non sono riuscito a fargli mettere
la mascherina per l’ossigeno», dice. Misura il tasso di saturazione di
ossigeno nel sangue. «Era 66», aggiunge. Per lui, non è un valore
critico e non segnala la situazione al pronto soccorso dell’ospedale
Maria Vittoria, dove arrivano qualche minuto dopo.
In fondo alla scheda dell’intervento, c’è anche la firma di Matteo Di
Chio, ambulanziere della Croce Rossa. La sua testimonianza è piena di
contraddizioni, di «non ricordo». Il pm Lisa Bergamasco e gli avvocati
mostrano pazienza, ma lo stesso giudice deve intervenire per spiegare al
testimone che «deve dire soltanto ciò che ricorda, nessuna deduzione o
collegamento logico». E in quanto a logica, sovente le sue affermazioni
fanno difetto. Come quando esprime le perplessità avute per le modalità
di trasporto di Andrea, ma non sa spiegare perché non ha chiamato la
centrale operativa per segnalare la questione.
Alcune circostanze, però, svettano nella questa nebbia che avvolge i
suoi ricordi. Come la reazione di un vigile quando al pronto soccorso
gli hanno chiesto di togliere le manette ad Andrea: «Calma, adesso lo
faccio». Avevano appena gridato che Andrea era «in arresto
cardiocircolatorio».
fonte:www.lastampa.it