lunedì 24 aprile 2023
mercoledì 19 aprile 2023
IL TELEFONO CAMAP TORNA ATTIVO!
Riprende a funzionare il Telefono Camap con alcune variazioni.
Il nuovo numero è 3284088503.
L'operatore sarà contattabile dal Lunedì al Giovedì dalle 19 alle 21.
Non possiamo che dirci felici all'idea di potervi dare questa comunicazione.
venerdì 7 aprile 2023
Assemblea antipsichiatrica: presentazione
Assistiamo infatti ad un frequente ricorso al TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio), ad un aumento del consumo di psicofarmaci e della contenzione fisica all’interno dei reparti psichiatrici di diagnosi e cura e non solo (RSA, ospedali, centri di detenzione per immigrati). In questo opuscolo collettivo troverete approfondimenti sul ruolo della psichiatria nell’adolescenza, nell’aumento delle diagnosi psichiatriche a scuola, nella digitalizzazione, nel carcere e nelle REMS (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza). L’assemblea nasce dalla volontà di contrastare il dilagare della psichiatria, con l’obiettivo di informare e sensibilizzare sugli effetti nefasti di una disciplina che opprime e riduce gli individui a mere categorie diagnostiche e nega loro la possibilità di autodeterminarsi. Ci sembra necessario mettere in discussione le pratiche di esclusione e segregazione indirizzate a coloro che non rientrano negli imposti parametri dei così detti “comportamenti normali”. Negli ultimi decenni la psichiatria ha radicato il suo pensiero e potenziato le sue tecniche nell’intero corpo sociale diventando un vero e proprio strumento di controllo sociale trasversale a varie Istituzioni e fasce d’età. Un concreto percorso di superamento delle pratiche psichiatriche passa necessariamente da uno sviluppo di una cultura non etichettante, senza pregiudizi e non segregazionista, largamente diffusa, capace di praticare principi di libertà, di solidarietà e di valorizzazione delle differenze umane.
Per scriverci: assembleaantipsichiatrica@inventati.org
domenica 19 marzo 2023
Caso Cospito, il Comitato Nazionale per la Bioetica travisa la Corte europea dei diritti umani
fonte:https://www.osservatoriorepressione.info
La Cedu ci ricorda come sia la stessa pratica dell’alimentazione forzata a essere convenzionalmente illegittima e a costituire una violazione dell’articolo 3 quando la reale finalità delle autorità non sia tanto “salvare la vita” alla persona detenuta, quanto reprimere una protesta attraverso una lesione grave dell’autodeterminazione come fondamento non solo della dignità umana, ma anche di un concetto ampio di salute.
di Sofia Ciuffoletti
Il comunicato stampa dei lavori del Comitato Nazionale per la Bioetica n. 2/2023 del 6 marzo 2023 sunteggiando il parere di maggioranza, riferisce che a sostegno della tesi secondo cui: “nel caso di imminente pericolo di vita, quando non si è in grado di accertare la volontà attuale del detenuto, il medico non è esonerato dal porre in essere tutti quegli interventi atti a salvargli la vita” viene posto un dictum della recente sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani, Yakovlyev c. Ucraina, per cui: “né le autorità penitenziarie, né i medici potranno limitarsi a contemplare passivamente la morte del detenuto che digiuna”.
Vale la pena soffermarci, seppur brevemente, su questo punto e ricontestualizzare il dictum della Corte nell’ambito della giurisprudenza della Corte in tema di alimentazione forzata in caso di sciopero della fame (sarebbe in effetti meglio, come ricorda Franco Corleone, parlare di sciopero dell’alimentazione, perché dalla fame è difficile scioperare: sarà proprio Gandhi a parlare di ‘fasting’, rifiutando il termine ‘hunger strike’).
La questione del prolungato sciopero dell’alimentazione in carcere pone in diretto contrasto i due principi cardine del sistema convenzionale di tutela dei diritti, i due diritti considerati assoluti, diritti, insomma, che non consentono deroghe: il diritto alla vita, presidiato dall’art. 2 e il divieto di tortura e trattamenti inumani e degradanti (art. 3). La Corte, infatti, ha osservato che quando un detenuto protrae uno sciopero dell’alimentazione, ciò può inevitabilmente portare a un conflitto tra il diritto all’integrità fisica di un individuo ai sensi dell’articolo 3 della Convenzione e l’obbligo positivo di tutela dell’integrità e della vita, in capo allo stato contraente ai sensi dell’articolo 2, un conflitto che non è risolto dalla Convenzione stessa.
Proprio nella recentissima decisione in Yakovlyev, la Corte ricostruisce bene queste due dimensioni e la citazione utilizzata nella decisione di maggioranza fa riferimento all’imputabilità alle autorità pubbliche del deterioramento delle condizioni di salute di un detenuto, direttamente causato dal suo rifiuto di accettare l’alimentazione forzata. La Corte afferma che tale deterioramento non può essere automaticamente ritenuto imputabile alle autorità. Tuttavia, la Corte, “condividendo i principi espressi dall’Associazione Medica Mondiale”, considera che l’amministrazione penitenziaria non possa essere totalmente esonerata dai propri obblighi positivi, “limitandosi a contemplare passivamente la morte del detenuto che digiuna”. La Corte, qui, non si riferisce a interventi di alimentazione forzata, ma cita in maniera espressa gli obblighi di informazione continua e, in casi specifici, il dovere di accertare le reali ragioni della protesta del detenuto e “se tali ragioni non sono puramente capricciose ma, al contrario, denunciano una grave cattiva gestione medica, le autorità competenti devono dimostrare la dovuta diligenza avviando immediatamente le trattative con lo scioperante al fine di trovare un accordo adeguato, fatte salve, ovviamente, le restrizioni che le legittime esigenze di detenzione possono imporre”.
In effetti, in una decisione di poco precedente Ünsal and Timtik c. Turchia (n. 36331/20), decidendo proprio sulla eventuale violazione dell’art. 2, in un caso di sciopero dell’alimentazione con esito infausto dovuto al rifiuto di trattamenti sanitari e in assenza di un trattamento di alimentazione forzata, la Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché manifestamente infondato, in quanto la Turchia aveva approntato tutte le cautele possibili attraverso l’ospedalizzazione della persona detenuta e aveva adempiuto agli obblighi di informazione.
Nella sentenza Yakovlyev, la Corte EDU discute la pratica dell’alimentazione forzata, delle sue ragioni e delle modalità con cui è stata somministrata e conclude per la violazione dell’art. 3, considerando, fra l’altro, che “l’unica risposta allo sciopero della fame dei detenuti è stata l’alimentazione forzata. La Corte non può quindi escludere che, come sostenuto dal ricorrente, la sua alimentazione forzata fosse in realtà finalizzata a reprimere le proteste nel carcere di Zamkova”.
Sembra dunque, ribaltata la logica che viene posta a fondamento della posizione maggioritaria del CNB per cui: “Le DAT sono incongrue, e dunque inapplicabili, ove siano subordinate all’ottenimento di beni o alla realizzazione di comportamenti altrui, in quanto utilizzate al di fuori della ratio della L.219/2017”. La CEDU ci ricorda come, al contrario, sia la stessa pratica dell’alimentazione forzata a essere convenzionalmente illegittima e a costituire una violazione dell’art. 3 quando la reale finalità delle autorità non sia tanto “salvare la vita” alla persona detenuta, quanto reprimere una protesta attraverso una lesione grave dell’autodeterminazione come fondamento non solo della dignità umana, ma anche di un concetto ampio di salute.
Articolo publicato per la rubrica di Fuoriluogo su il manifesto del 15 marzo 2023.
giovedì 2 marzo 2023
Presidio Antipsichiatrico al carcere della Dozza 28 Gennaio 2023
Resoconto del presidio antipsichiatrico al carcere della Dozza del 28 gennaio 2023
Sabato 28 gennaio a Bologna sotto la
Dozza siamo arrivate in moltissime davanti le sezioni femminili per
portare il nostro calore e la nostra solidarietà alle detenute, per
contestare l’articolazione tutela salute mentale e la recente sezione
“nido” costruita accanto. Non abbiamo ricevuto risposte dall’interno
perché la posizione più vicina alle sezioni non permette di comunicare,
ma abbiamo testimonianza che le nostre voci da fuori sono riuscite ad
arrivare dentro. Abbiamo condiviso con le recluse la nostra ostilità
verso la sezione psichiatrica – affinché nessuna mai finisca isolata in
un repartino! Inoltre, nonostante gli Opg siano stati chiusi sulla carta
i reparti psichiatrici in carcere oggi rischiano di estendersi. Proprio
di recente la sezione psichiatrica alla Dozza è stata millantata sui
giornali come modello da allargare a tutto il carcere per la “gestione
degli eventi critici” e dei “comportamenti problema” e come addirittura
tutto il femminile sia stato indicato come esempio di “come dovrebbe
essere il carcere”, il “carcere che funziona”. Al contrario è
un’istituzione totale dove chi non si adatta al contesto, esprime
disagio, difficoltà emotive o squilibri a causa della stessa reclusione
rischia trenta giorni di trattamento sanitario obbligatorio prorogabili,
che possono tradursi in mesi di isolamento. Abbiamo ribadito la nostra
ostilità ad ogni contenzione psicologica, fisica, farmacologica, al
carcere, alla psichiatria e ad ogni gabbia! Per quanto istituzioni e
media tentino di mistificare la realtà, sappiamo che la quotidianità in
carcere rimane impossibilità ad accedere a misure alternative,
isolamento e psichiatrizzazione. Lavori e progetti sono presso che
assenti, ridotti a sfruttamento e a stereotipi di genere. C’è una
concreta difficoltà ad accedere a cure, visite specialistiche e a
scegliere i propri percorsi terapeutici.
Abbiamo condiviso la nostra avversità alla
recente sezione “nido”, costruita accanto all’articolazione tutela
salute mentale in piena emergenza sanitaria, quando la direzione del
carcere di Bologna al posto di scoraggiare la detenzione ha investito
nell’allestimento di una sezione per detenute madri con bambini fino a
tre anni.
Abbiamo condiviso l’assoluta necessità che
madri e bambini stiano insieme ma fuori dal carcere e che se persino il
garante ha dichiarato di sentirsi preoccupato per la vicinanza con
l’articolazione psichiatrica, da dove giorno e notte uscirebbero grida e
lamenti, noi siamo sconvolte, allarmate, arrabbiate, che questa
condizione venga normalizzata.
Sui media di recente è stato detto che
“sembra di non essere in carcere”, come se qualche ninnolo appeso e le
pareti dipinte di lillà possano cancellare l’oppressione dell’isolamento
e della detenzione.
Abbiamo salutato le recluse con la promessa
di tornare presto, dopo di che ci siamo spostate al maschile, dove la
posizione permette di comunicare con i detenuti.
Appena sotto al maschile le grida di
aiuto hanno iniziato ad esplodere. In moltissimi hanno subito segnalato
il nome di un detenuto in protesta per l’impossibilità di accedere al
lavoro “Si è cucito la bocca!! Aiutatelo!!”. Ci hanno raccontato di uno
sciopero della fame e della sete di una settimana. Ci hanno detto che
non solo è impossibile accedere al lavoro, ma anche allo studio e alle
più elementari esigenze. Hanno denunciato l’assenza di acqua o che dai
rubinetti ne esce pochissima. Hanno raccontato non solo del numero
ridotto, ma anche della mancanza di fiducia verso quei pochissimi medici
ed educatori presenti, letteralmente al servizio della penitenziaria.
Un recluso si è molto esposto, ha riportato
che tantissimi non hanno nessuno da incontrare “Non vedono mai nessuno,
non fanno colloqui con nessuno!”. Ha detto che sono letteralmente
abbandonati dentro, che in moltissimi potrebbero uscire ma scontano pene
oltre la detenzione perché i magistrati di sorveglianza sono in ferie,
non ci sono e non scarcerano. “Non rispondono a nessuna richiesta!”,
tanti hanno pene pari o inferiori a tre anni, ma a causa delle
condizioni ostative non possono accedere a benefici o a misure
alternative. Ha sottolineato come moltissimi rimangano dentro perché non
hanno disponibilità economica per pagarsi la difesa, mentre chi ha
soldi e potere riesce a ottenere sconti facilmente. Ha denunciato la
presenza di persone in condizioni di fragilità psichica, disabili e
gravemente malati senza cure o assistenza, che secondo lui non
dovrebbero trovarsi in carcere. Gli abbiamo detto che esponendosi così
tanto dalla cella avrebbe potuto avere ripercussioni, ci ha detto che
erano passati, che aveva appena ricevuto un richiamo, gli avevano
chiesto se era stato lui a chiamarci. Ci ha raccontato della figlia che
non vede da un anno e mezzo e di aver provato anche lui “a fare la
corda” (impiccarsi). Abbiamo interagito e portato tutto il calore e la
solidarietà possibile.
E’ stato un presidio duro da portare a
casa. Abbiamo lasciato alcuni indirizzi a cui scrivere e preso i
riferimenti necessari per sostenere le gravi situazioni segnalate, con
la promessa che saremmo tornate.
Continueremo a lottare contro il carcere,
la psichiatria, la tortura del 41 bis e delle misure ostative, per il
definitivo superamento di ogni forma di prigionia!
Assemblea Antipsichiatrica
sabato 18 febbraio 2023
LINK INTERVISTA a Radio OndaRossa IN DIRETTA da sotto il Carcere della Dozza a Bologna
Questo è il link per ascoltare l’intervista fatta ieri, sabato 28 gennaio, in diretta dal presidio sotto il carcere la Dozza a Bologna.
http://www.ondarossa.info/newsredazione/2023/01/bologna-presidio-antipsichiatrico-e
Sabato 28 gennaio la rete di
collettivi antipsichiatrici e singoli ha organizzato una giornata
antipsichiatrica che è iniziata con un presidio sotto il carcere della
Dozza a Bologna dal quale vi proponiamo una corrispondenza.
La giornata è proseguita poi a
Imola, alla Brigata Prociona, con la presentazione del libro “Divieto di
infanzia. Psichiatria, controllo e profitto” di Chiara Gazzola e
Sebastiano Ortu.
giovedì 19 gennaio 2023
Bologna: 28 Gennaio 2023
SABATO 28 GENNAIO GIORNATA ANTIPSICHIATRICA
BOLOGNA
Alle 10:00 presidio a Bologna davanti al carcere della Dozza per portare il nostro calore e la nostra solidarietà alle detenutə, e per contestare la così detta “Articolazione Tutela Salute Mentale” (ATSM) – sezione psichiatrica presente a Bologna unicamente all’interno del femminile – oltre che la recente sezione “nido”, istituita accanto.
IMOLA (Spazio autogestito Brigata Prociona)*
Alle 13:30 pranzo a cura del Vascello Vegano a sostegno della biblioteca antipsichiatrica del Collettivo Strappi
Alle 18:00 presentazione del libro “Divieto di Infanzia. Psichiatria, controllo e profitto”. “Attualmente a scuola sono sempre di più i bambini che hanno diagnosi psichiatriche. L’attuale tendenza dell’insegnamento e della pedagogia è quella di farsi coadiuvare dalla neuropsichiatria ogni qualvolta una bambina o bambino disturba o contrasta i programmi formativi.” Ne parliamo con gli autori Chiara Gazzola e Sebastiano Ortu.
Alle 20:00 cena benefit per la nuova Cassa di solidarietà e mutuo soccorso antipsichiatrica
Alle 21:30 “The Jackson Pollock” live, duo Garage Punk dal sound esplosivo!
* Per raggiungere il Brigata in via Riccione 4 a Imola : dalla stazione uscire sul retro (lato via Serraglio) svoltare alla prima a sinistra (via Cesena) dopodichè la prima a destra è via Riccione.
sabato 31 dicembre 2022
Approccio Non Psichiatrico
Dalla pagina Wikipedia di Giorgio Antonucci, pensieri sempre validi e sempre avanti:
- Il trattamento sanitario obbligatorio non può essere un approccio scientifico e medico alla sofferenza in quanto basato sulla forza contro la volontà del paziente.
- L'etica del dialogo viene sostituita all'etica della coercizione. Il dialogo non può avvenire se non fra individui che si riconoscono come persone in un confronto alla pari.
- La diagnosi viene negata in quanto pregiudizio psichiatrico che impedisce di intraprendere il vero lavoro psicologico con la sofferenza degli uomini per le contraddizioni della natura e della coscienza e per le contraddizioni della società e i conflitti della convivenza.
- Gli psicofarmaci o droghe psichiatriche servono per sedare, drogare la persona e per migliorare le condizioni di vita di chi si deve occupare dello psichiatrizzato. Vengono negati tutti gli altri strumenti che danneggiano la persona dalla lobotomia, alla castrazione (proposta da alcuni anche in Italia in rapporto ai reati sessuali), e tutti i tipi di shock.
- Per criticare le istituzioni bisogna mettere in discussione anche il pensiero che le ha create.


