ennesima vittima è la terza dal 2017
Apprendiamo che una donna di quarantuno anni, di cui non conosciamo
l'identità, si sarebbe suicidata nel bagno del reparto di Psichiatria
dell’ospedale di Livorno il 27 dicembre scorso.
È successo ancora. Un'altra volta, sempre nello stesso posto. Sempre
nell' SPDC (Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura) padiglione 10° degli
Ospedali Riuniti di Livorno.
L'ASL Toscana Centro, intervenuta a posteriori con una nota diramata ai
giornali, parla di un "caso sentinella": un evento cioè grave,
imprevedibile, inaspettato.
Imprevedibile?
Per quello che ci è dato sapere in pochi anni si sono verificati almeno
altri due casi di persone decedute dopo essere state ricoverate
all'interno di quello stesso reparto.
La mattina del 14 marzo 2017 una ragazza di ventiquattro anni scappa dal
reparto di psichiatria di Livorno dove era ricoverata e si toglie la
vita gettandosi sotto un treno. Di lei non si conosce neanche il nome.
A comunicare la notizia della morte di Guglielmo Antonio Grassi
all'inizio di aprile del 2021 è stato invece l’ex-primario in pensione
di quello stesso reparto, attraverso una indignata e circostanziata
lettera di denuncia alla stampa locale. Dal suo racconto si evinceva lo
stato di generale decadenza del reparto di Psichiatria dell'ospedale di
Livorno (sbarre alle finestre, porte chiuse, sfratto dell'Associazione
degli utenti, aumento della contenzione meccanica). Grassi muore di
polmonite dopo essere stato legato al letto di contenzione per più di
sette giorni.
La donna deceduta nel pieno delle recenti feste natalizie era uscita dal
carcere due settimane prima di morire. Dalla ricostruzione dei giornali
risulta che non si sentiva bene e che dopo una visita al pronto
soccorso, era stato disposto il suo ricovero (volontario) in Psichiatria
nel pomeriggio del 26 dicembre. Qui, all'interno del bagno, secondo i
giornali, si sarebbe soffocata. È risultato inutile qualsiasi tentativo
di rianimarla da parte del personale sanitario.
La figlia il giorno precedente aveva chiamato in reparto chiedendo
inutilmente di parlare con la madre. Ha poi ricevuto la notizia all’una
di notte: «Sua madre è morta, si è suicidata». Insieme ad altri
familiari si è immediatamente diretta al padiglione 10, chiedendo di
poter entrare. Adducendo motivi di sicurezza e procedurali il personale
sanitario ha impedito loro di entrare e ha poi chiesto l'intervento di
una pattuglia di carabinieri per placare la rabbia dei familiari.
La figlia e il marito della donna hanno sporto denuncia. La procura ha
avviato un'indagine su quanto accaduto, allo scopo di appurare eventuali
responsabilità penali. È stata acquisita la cartella clinica per
indagare sulla terapia somministrata, e sono stati ascoltati alcuni dei
sanitari che l’hanno presa in carico. La dottoressa di guardia quella
notte è stata indagata con l'imputazione provvisoria di omicidio
colposo. La salma resta sotto sequestro: è stata disposta l’autopsia, di
cui si attendono i risultati.
L’Asl Toscana Nord-Ovest ha comunque difeso l'operato del personale, e
ha attivato un audit interno per capire cosa sia accaduto con esattezza.
Un sindacato di categoria ha puntato il dito contro la carenza di
personale.
A Livorno prevalgono gli stessi dispositivi custodialistici e
post-manicomiali utilizzati nella stragrande maggioranza dei reparti
psichiatrici in Italia.
Livorno non fa parte dei 24 reparti psichiatrici no-restraint (su 329
totali), gli unici dove non si legano le persone. E a Livorno si muore
legati a un letto di contenzione.
A Livorno nel 10° padiglione le visite esterne sono regolamentate a
discrezione del personale sanitario. Troppo spesso questa limitazione
comporta sofferenze ulteriori per pazienti e familiari, oltre a una
mancanza di controllo su inadempienze e abusi.
Possiamo supporre, inoltre, che una persona appena uscita da una
reclusione carceraria abbia bisogno di un sostegno e di una risposta
adeguata ai propri bisogni. Fra le altre cose, nelle carceri italiane si
vive in una condizione al limite della sopportazione e della stessa
dignità umana, dove la somministrazione incontrollata e smisurata di
psicofarmaci è nota e costante, a scopo sedatorio e di controllo. Quale
trauma ha riportato la donna dopo l'esperienza carceraria? Perché il
pronto soccorso ha stabilito di inviarla in Psichiatria?
Manca infine una seria elaborazione statistica dei dati riguardanti i
suicidi all’interno dei reparti psichiatrici italiani, come avviene
invece per i suicidi in carcere. Come per le carceri, i suicidi in
psichiatria non sono eventi episodici ma strutturali. I suicidi avvenuti
all’interno delle istituzioni psichiatriche rappresentano in tutto e
per tutto, come per chi si toglie la vita in carcere, delle morti di
Stato. Il suicidio svela il cortocircuito che si verifica all’interno
dell’istituzione psichiatrica: istituzione teoricamente finalizzata alla
cura e che, invece, insinua e finisce per innescare essa stessa i
fenomeni suicidari.
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
martedì 6 gennaio 2026
MORIRE DI PSICHIATRIA A LIVORNO
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