domenica 15 luglio 2018

Lucca – La Croce Rossa costringe al TSO una ragazza che voleva lasciare la tendopoli

Le informazioni disponibili in rete sono poche ma sufficienti per mettere insieme gli elementi di una vicenda emblematica della serie stratificata di oppressioni che schiacciano i vissuti delle donne che decidono di migrare.
Stiamo parlando della storia di una ragazza diciannovenne proveniente dalla Nigeria, arrivata in Italia con la figlia di 18 mesi. Com’è evidente in un regime di frontiere serrate e sempre più fatte arretrare verso il Mediterraneo, prima, e verso i Paesi di origine e transito, poi, chi riesce ad arrivare in Europa presenta subito richiesta di asilo, anche solo per ottenere un pezzo di carta e organizzarsi la vita o la fuga altrove.
Non sappiamo e non ci interessa la motivazione dietro questa scelta, sta di fatto che questa ragazza decide di fare domanda di asilo e scattano subito le maglie del paternalismo di stato: viene trasferita in una struttura protetta per donne con figl* minori gestita dalla croce rossa italiana.
Anche qui si potrebbe scrivere un trattato sul ruolo infame della CRI nella gestione dei flussi migratori, limitiamoci a ricordare che sempre a gestione CRI è il campo per transitanti localizzato a Ventimiglia, vicino alla frontiera francese, più volte segnalato da chi lotta contro le frontiere e da ONG e associazioni che hanno recentemente indirizzato una lettera ai governi francese e italiano per segnalare la violazione dei diritti fondamentali delle persone in transito, anche dei minori.
Ma che importa, alla croce rossa viene data la gestione di una casa protetta per donne e minori nonostante la retorica buonista sulla “buona accoglienza”, in italia – come altrove – funziona che se fai domanda di asilo, vieni messo in un centro di accoglienza e devi attenerti al regolamento interno del centro.
Ti allontani? Diventi irrintracciabile e quindi per le autorità di polizia stai rinunciando di fatto alla domanda di asilo.
Vuoi andare a vivere da un’altra parte? Impossibile perché le questure sempre più (in particolar modo quelle di Milano, Roma e Bologna) non accettano la dichiarazione di domicilio, ma pretendono la residenza, una vera e non quella fittizia. Quindi se non puoi permetterti un regolare contratto di affitto o se nessuno dichiara di ospitarti, o ti compri una residenza finta oppure anche lì bye bye, irrintracciabile e niente procedura di asilo.
Ti lamenti di come ti viene imposto di vivere nel centro? Anche qui la repressione arriva fulminea: sono sempre più frequenti i casi di revoca dell’accoglienza, di procedimenti penali aperti per danneggiamento, violenza privata e lesioni, di trasferimenti forzati da un centro all’altro.
Così si articola un sistema infantilizzante e paternalista che impone alle persone in viaggio di vivere alle condizioni decise da chi detiene il potere, nell’attesa che sempre chi questo potere lo detiene si riunisca per valutare la veridicità delle storie che impone alle persone di raccontare di fronte a perfetti sconosciuti (i membri delle commissioni territoriali per il diritto d’asilo), persone bianche e privilegiate che sedute a un tavolo si passano le carte da cui dipenderà poi il rilascio di uno status di protezione.
Questa desolante panoramica c’entra ovviamente con la vicenda di cui stiamo parlando: la ragazza diciannovenne decide che al centro della CRI non ci vuole stare. Chiede di andarsene. Le fanno un TSO e la ricoverano coattamente nel reparto di psichiatria dell’ospedale “Versilia”. La figlia? affidata dal tribunale per i minori di Firenze ai servizi sociali. A quanto pare lei dal reparto sta protestando contro questa decisione, contro questo ricovero violento e – come sempre sono i TSO – autoritario, coercitivo e immotivato.
Tutto questo accade in un Paese che – al di là della rampante retorica razzista e nazionalista che infiamma gli animi dei più – si batte il petto per la famiglia, per la donna sposa e madre, contro la tratta, contro lo sfruttamento. Quando però la donna si ribella a questa spinta vittimizzante, viene dichiarata pazza, incapace di badare alla figlia. Subentrano le istituzioni che diventano immediatamente i soggetti più adeguati a decidere per lei, per la sua salute, per il benessere di sua figlia.
Niente di nuovo ovviamente, se pensiamo alla funzione di normalizzazione coercitiva che la psichiatria ha esercitato sui corpi delle donne e dei soggetti non binari e conformi alla norma sin dagli albori, a partire dalla diagnosi di isteria. Un brivido si aggiunge pensando all’entusiasmo di chi ha condiviso la dichiarazione della Società italiana di psichiatria in risposta a Salvini.
L’esito di questa vicenda è incerto, probabilmente non emergeranno pubblicamente ulteriori risvolti. La potenza della violenza delle istituzioni e delle frontiere però emerge con tutta la sua forza. Come sempre.
Puoi anche leggere un altro nostro contributo: “TSO (trattamenti sanitari obbligatori) – La repressione psichiatrica contro i migranti in protesta”
fonte:https://hurriya.noblogs.org

sabato 14 luglio 2018

Le tolgono la figlia di 18 mesi e viene ricoverata in Psichiatria

Una storia di immigrazione e di disperazione. Una vicenda approdata in Versilia dalla tendopoli della Croce Rossa di Lucca, questa,  che vede protagonista una giovane profuga nigeriana, appena 19enne, che con la figlia di 18 mesi era stata inserita in un luogo protetto per madri con minori dell’interland versiliese. Lei, richiedente asilo politico, secondo il suo racconto, ha chiesto di uscire dalla comunità, e del fatto è stato interessato il Tribunale dei Minori di Firenze. Ma l’epilogo di questa vicenda è stato che la bimba le è stata tolta, affidata ai servizi sociali, e la giovane madre è stata ricoverata nel reparto di Psichiatria dell’ospedale “Versilia”diretto dal professor Mario Di Fiorino. Un ricovero immotivato, secondo la paziente, che non si considera pazza: come ogni mamma a cui viene tolto il proprio figlio, non si è data pace, e probabilmente è andata in escandescenze. Quale il suo destino prossimo? La giovane madre, cosi riferisce, non sa nemmeno dove sia stata messa la figlia. La vicenda è al momento nelle mani dell’ufficio immigrazione della Prefetura e i servizi sociali della città delle Mura. Sperando che non diventi un rimpallo senza soluzione.

fonte: versiliatoday.it

martedì 10 luglio 2018

"Avevo solo le mie tasche": quarantadue anni di manicomio, senza una diagnosi

La storia drammatica di Alberto Paolini che ha potuto scrivere i suoi pensieri - divenuti un libro di memorie, pubblicato dalla casa editrice "Sensibili alle foglie" - solo su piccoli frammenti di carta da nascondere nelle tasche



mercoledì 4 luglio 2018

ALTRI COMUNICATI di SOLIDARIETA’ con il COLLETTIVO ARTAUD di PISA

Sotto altri comunicati di solidarietà con il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud che ci sono arrivati ultimamente:

Ci uniamo a tutte le realtà che hanno già espresso la loro solidarietà al collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa, e ai due compagni sotto processo. Molto ci lega ai compagni e alle compagne del collettivo Artaud: difficile riassumerlo in poche righe di comunicato. Quello che qui ribadiamo è che il lavoro decennale, instancabile del collettivo Artaud è stato – ed è tutt’ora – per noi più di uno stimolo alla riflessione: è uno sguardo indispensabile che scava sotto l’apparente neutralità delle istituzioni mediche e psichiatriche, è un posizionamento quotidiano, concreto e politico. Sempre al vostro fianco, con tutta la solidarietà, la stima e l’affetto che ci legano a voi.Un abbraccio collettivo
 Ambulatorio Medico Popolare – Milano
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SOLIDARIETA’ DAI TUTTI PAZZE DEL BAROCCHIO SQUAT
Ci è giunta la notizia, divulgata dal collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa, che due compagni facenti parte di esso sono stati denunciati con l’accusa di aver minacciato una persona rivoltasi a loro per uscire dalle maglie della cura psichiatrica, con un certificato da presentare al medico per evitare di ricevere un TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio). Questa volta però il medico sopra citato, ergendosi a super eroe della legalità, ha deciso di riferire alla persona in questione che queste si stavano muovendo al di fuori della legge, e per questo motivo per due compagni a fine Maggio è iniziato il processo con l’accusa di violenza privata. Il paradigma tra legalità e illegalità non ci appartiene e riponiamo piena fiducia nei modi di agire e di autogestire la lotta alla psichiatria dei compagni e delle compagne di Pisa, con tutte le difficoltà che questa scelta comporta. Per questo motivo mandiamo tutta la nostra solidarietà ai due compagni imputati e a tutto il collettivo Antonin Artaud, ricordandoci sempre la loro vicinanza e partecipazione alle giornate di lotta che abbiamo attraversato nel 2015, quando la regione Piemonte aveva scelto proprio il Barocchio per realizzare una REMS (Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza). Un’idea “geniale” sgomberare una casa occupata da 23 anni allora, 26 adesso, in un luogo di coercizione e detenzione psichiatrica. Grazie alla lotta e alla tenacia di tutte le persone che ci hanno sostenuto tutto ciò non è avvenuto e siamo ancora qui per resistere e lottare contro ogni prigione e gabbia, fisica e mentale, ben consapevoli che se non qui, lo Stato ha costruito e costruirà altrove le proprie strutture punitive (come nel caso della REMS “Anton Martin” ubicata nella struttura del Fatebenefratelli di San Maurizio Canavese, contro la quale non sono mancate le proteste) e sempre dovrà scontrarsi con la nostra posizione. Di seguito il link del collettivo Artaud di Pisa https://artaudpisa.noblogs.org/
Barocchio Squat – 7 Giugno 2018 Grugliasco
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Solidarietà ai compagni del Collettivo Antonin Artaud di Pisa, da anni impegnati nella lotta contro la psichiatria e che per la loro solidarietà alle sue vittime ora vengono accusati ingiustamente di
violenza privata. L’ennesimo tentativo di sgretolare la resistenza di chi si oppone agli abusi della psichiatria. Abbiamo avuto il piacere di conoscere il Collettivo Antonin Artaud durante la lotta contro la REMS di Grugliasco (che non fu mai realizzata) e nei percorsi ed incontri antipsichiatrici organizzati in
Torino e dintorni. Percorsi fondamentali per smascherare l’istituzione
manicomiale che, sotto altre spoglie, continua la repressione e
l’annullamento fisico e morale di coloro, uomini e donne, considerati
non idonei, non integrabili nella società, malati.
Scriviamo questo comunicato perchè sosteniamo il loro mettersi in
gioco, da anni, non solo nella critica radicale al sistema psichiatrico
ma anche nell’aiutare coloro che cercano di uscirne. La psichiatria non ci appartiene, il corpo e la mente sono nostri e nessuno può violarli.
Un abbraccio solidale.
Fenix Occupata – Torino
Mezcal Squat – Collegno

domenica 1 luglio 2018

Caso Mastrogiovanni, nuove condanne dalla Cassazione per medici e infermieri

Il processo per la morte del maestro elementare Francesco Mastrogiovanni si conclude con nuove condanne.
Una notizia inaspettata considerato che il Procuratore Generale della Corte di Cassazione con un lungo intervento durato oltre due ore, nella giornata di ieri aveva chiesto l’annullamento della sentenza di condanna senza rinvio per gli infermieri coinvolti nella vicenda, sia per l’accusa di sequestro di persona che per omicidio colposo. Per i medici, invece, la richiesta era stata di conferma per il reato di falso in atto pubblico e di annullamento con rinvio per l’accusa di sequestro di persona. Nelle richieste del procuratore Orsi era stato quindi demolito tutto l’impianto accusatorio relativo alla morte di Mastrogiovanni, deceduto all’ospedale di Vallo della Lucania dopo un ricoverato in regime di trattamento sanitario obbligatorio. A 24 ore dalle richieste del Pg è giunta la decisione del presidente della Corte di Cassazione, Fumo.
Per quanto riguarda i medici è stato rigettato il ricorso e rideterminata la pena di Rocco Barone e Raffaele Basso ad un anno e tre mesi; di Amerigo Mazza e Anna Angela Ruberto a 10 mesi. Rigettato il ricorso di Michele Di Genio per il quale è stata dichiarata irrevocabile la condanna per il delitto previsto dagli articoli 110 c.p. (concorso di reato) e 605 c.p. (sequestro di persona). Per quest’ultimo, invece, i giudici hanno annullato la sentenza relativamente al reato di falsità ideologica (art. 479 c.p.) in concorso, con rinvio per nuovo esame sul punto alla Corte d’Appello. Rigettato il ricorso (senza rinvio) anche di Michele Della Pepa per il quale è confermata la pena.
Annullata senza rinvio ai fini penali la sentenza per gli imputati condannati per il delitto  previsto dall’art. 586 del c.p. (morte come conseguenza di altro reato) e 110 c.p. (concorso), essendo il reato estinto per prescrizione. Annullati anche gli effetti civili con rinvio al giudice civile competente in grado di Appello. Per quanto concerne gli infermieri, invece, sono arrivate nuove condanne: Giuseppe Forino, Alfredo Gaudio, Nicola Oricchio e Massimo Scarano condannati a 8 mesi; Antonio De Vita, Maria D’Agostino Cirillo, Antonio Tardio, Massimo Minghetti, Maria Carmela Cortazzo, Raffaele Russo a 7 mesi di reclusione.
Annullata la sentenza per Antonio Luongo essendo i reati a lui ascritti estinti per morte dell’imputato.
fonte:https://www.infocilento.it

mercoledì 27 giugno 2018

Marija Aleksandrovna Spiridonova: emblematico utilizzo della psichiatria per fini politici

Lotta ai radicali liberi

«Coloro che resistevano al regime andavano nascosti sia all'opinione pubblica internazionale, sia in patria per non fare emuli. Ma processarli tutti sarebbe stato troppo costoso, e fucilarli troppo scandaloso. Non restava che il manicomio»
Così scrive Alexander Podrabinek, autore dell'opera La medicina punitiva in cui si ripercorre l'uso della psichiatria da parte del regime sovietico per neutralizzare i dissidenti. Non a caso Marija Spiridonova, una leader dei Socialisti Rivoluzionari di sinistra,  già eliminatrice nel 1906 dell'ispettore di polizia governatore di Tambov, venne rinchiusa in manicomio nel 1921. E quarant'anni dopo, nella patria del bolscevismo, entrava in vigore la circolare Per il ricovero d'urgenza dei malati di mente che rappresentano un pericolo pubblico, che estendeva il concetto di «atti socialmente pericolosi che rappresentano un grande rischio per la società». Ma sì, son tutte cose da vecchi regimi totalitari...
Invece no. Il professor Richard J. Bonnie, ordinario di Diritto e direttore della Facoltà di Legge dell'Università della Virginia, sarà costretto a rivedere ed ampliare un suo vecchio saggio intitolato L'abuso politico della psichiatria in Unione Sovietica e in Cina. Pubblicato all'indomani dell'11 settembre, il suo testo si apriva con queste parole: «A un primo sguardo, l'abuso politico della psichiatria sembra rappresentare una questione semplice e senza complicazioni: lo sviluppo della medicina come mezzo di repressione. L'incarcerazione psichiatrica di persone mentalmente sane viene uniformemente percepita come una forma di repressione particolarmente pericolosa, perché usa i potenti mezzi della medicina come fossero strumenti di punizione, e reca un profondo attacco ai diritti umani usando l'inganno e la frode. I dottori che permettono a se stessi di venire usati in questa maniera (di certo come collaboratori, ma anche come vittime di intimidazione) tradiscono la fiducia della società ed infrangono i loro obblighi etici più fondamentali in quanto professionisti. Quando la questione è così semplice, l'abuso politico della psichiatria è universalmente condannato. Persino i regimi che sostengono la repressione psichiatrica trovano moralmente imbarazzante ammettere di essere coinvolti in una pratica così corrotta».
È bastata una strage di avventori francesi lo scorso novembre per fare strage anche di queste ipocrisie che vedono l'orrore sempre a distanza, assegnandogli una comoda lontananza storica e geografica.
L'Ordine Nazionale dei Medici di Francia ha appena diffuso un promemoria sulla Prevenzione della radicalizzazione in cui si legge:
«Definizione di radicalizzazione:
"Per radicalizzazione, s'intende il processo attraverso il quale un individuo o un gruppo adotta una forma violenta d'azione, direttamente legata a una ideologia estremista a contenuto politico, sociale o religioso che contesta sul piano politico, sociale o culturale l'ordine stabilito" (Farhad Khosrokhavar)
La radicalizzazione non deve essere confusa con il fondamentalismo religioso (islam rigoroso): i fondamentalisti sono praticanti che adottano atteggiamenti culturali inflessibili ma non ricorrono alla violenza mentre i radicali legittimano o praticano atti di violenza.
La radicalizzazione si definisce con tre caratteristiche cumulative:
1. un processo progressivo
2. l'adesione a una ideologia estremista
3. l'adozione della violenza».
Sì, avete letto bene. Il fondamentalismo religioso, lo si può capire e quindi tollerare. Ma il radicalismo… Contestare l'ordine stabilito con la forza! Solo un pazzo terrorista, di fatto o in potenza, può farlo. Una persona sana, equilibrata, pacifica — quindi dedita solo al lavoro, a fare soldi per consumare merci — se ha qualche rimostranza da fare la affida al suo candidato di fiducia, oppure scrive una lettera di protesta a qualche giornale. Nulla di più. 
Per chi sgarra, nel migliore dei casi c'è il braccialetto elettronico o la camicia di forza.

Le ribelli che affrontarono Lenin


di Valeria Palumbo

«Avete sì mostrato e dato al popolo un po’ di giustizia. Ma avete preso per voi un potere mostruoso e al pari del Grande Inquisitore avete assunto l’autorità assoluta sui corpi e le anime dei lavoratori. E quando il popolo ha iniziato a respingervi, l’avete messo in catene per contrastare una sedicente “controrivoluzione” in atto... Ma io rifiuto la vostra giurisdizione, non vi accetto come tribunale che si arroga il diritto di giudicare le nostre idee... Se deve esserci un tribunale per giudicarci, io faccio appello all’Internazionale e al verdetto della Storia»: così Marija Spiridonova, nel novembre 1918, si rivolse al tribunale bolscevico che, dimenticando la sua lunga , dolorosa e coraggiosissima lotta contro il regime zarista e poi a favore della rivoluzione (anche bolscevica), voleva condannarla.

Marija Spiridonova fatta passare per matta
Marija aveva allora 34 anni. Sulle spalle si portava anche un passato di (convinta) terrorista. Era una donna precocemente invecchiata per le sevizie, il carcere e i lavori forzati. Era scampata a una condanna a morte zarista. Era entrata nel governo bolscevico. E si era subito accorta di aver sbagliato. Ne aveva denunciato le violenze e come risposta (forse fu il primo caso), i nuovi padroni di Mosca tentarono di farla passare per una pazza isterica. Alla fine, tra ricoveri, carcerazioni ed esilio, fu giustiziata nel 1941 sotto Stalin. Non aveva mai smesso di credere nella rivoluzione e nei contadini. Ed era lucidissima.

domenica 24 giugno 2018

DI STATO SI MUORE ANCORA! BASTA TSO CON LE FORZE DELL’ORDINE!

Di pochi giorni fa è la notizia della morte di Jefferson Tomalà, un giovane 21enne di origini ecuadoriane, ucciso nel corso di un intervento effettuato dalle forze di polizia nella sua abitazione a Genova, a seguito di una chiamata da parte della madre del ragazzo, la quale ha chiesto aiuto perché Jefferson minacciava di togliersi la vita.  Non è chiaro se le forze dell’ordine fossero intenzionate a contattare i medici per valutare la possibilità di un TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio); quel che è certo è che l'unica ambulanza arrivata sul posto ha potuto solo raccogliere la sua salma, perché un agente della polizia ha esploso contro Jefferson ben cinque colpi. Infatti gli agenti, una volta intervenuti, hanno spruzzato sul viso di Jefferson dello spray urticante: comprensibilmente questo gesto, anziché calmarlo, lo ha agitato; con il coltello che prima impugnava minacciando di uccidersi, Jefferson ha allora ferito un poliziotto e per questo viene ammazzato, colpito più volte, ad altezza d’uomo, davanti alla madre, in una stanza in cui erano presenti 8 persone e in cui magari sarebbe stato possibile operare in modo diverso per tutelare il poliziotto ferito senza sparare ripetutamente a Jefferson. Il Ministro dell'interno si è dichiarato “vicino al poliziotto” che ha ucciso Jefferson, il quale avrebbe “fatto il suo dovere”; il capo della Polizia Gabrielli ha anche annunciato che presto i poliziotti avranno in dotazione i Taser (le pistole elettriche).
La morte di Jefferson –  perché, anche in assenza camici, è pur sempre la morte di una persona che aveva bisogno di calma e supporto, avvenuta per mano di persone che esercitano il proprio potere con forza e coercizione – ci ricorda ancora una volta quella di Mauro Guerra, ucciso con uno sparo da parte un carabiniere il 29 luglio 2015 a Carmignano di Sant’Urbano mentre cercava di fuggire per sottrarsi a un TSO, e quella di Andrea Soldi, strangolato su una panchina di piazzale Umbria dalle forze dell'ordine durante un TSO, il 5 agosto del 2015 a Torino. Per la morte di Andrea, si è concluso poche settimane fa il processo; sono stati condannati a un anno e otto mesi per omicidio colposo i tre vigili autori della cattura (Enri Botturi, Stefano Del Monaco e Manuel Vair) e lo psichiatra Pier Carlo Della Porta dell’Asl che ha richiesto il TSO Poco più di un anno e mezzo per aver ucciso un uomo. Basta fare un confronto con le pene di oltre 4 anni  che lo stesso tribunale ha inflitto ad alcuni imputati NO TAV che si opposero alla distruzione di un territorio per un progetto inutile quanto oneroso. La psichiatria da anni teneva sotto stretto controllo Andrea, assoggettandolo alle sue cure tramite depot (la puntura intramuscolo bisettimanale o mensile). Tante volte Andrea aveva cercato di liberarsi da questa trappola, di riprendere in mano la propria vita e le proprie scelte: per questo aveva subito una decina di trattamenti obbligatori, fino all’ultimo che l’ha portato alla morte.
Il regime terapeutico imposto dal TSO ha una durata di 7 giorni e può essere effettuato solo all'interno di reparti psichiatrici di ospedali pubblici. Deve essere disposto con provvedimento del Sindaco del Comune di residenza su proposta motivata da un medico e convalidata da uno psichiatra operante nella struttura sanitaria pubblica. Dopo aver firmato la richiesta di TSO, il Sindaco deve inviare il provvedimento e le certificazioni mediche al Giudice Tutelare operante sul territorio, il quale deve notificare il provvedimento e decidere se convalidarlo o meno entro 48 ore. Lo stesso procedimento deve essere seguito nel caso in cui il TSO sia rinnovato oltre i 7 giorni. La legge stabilisce che il ricovero coatto può essere eseguito solo se sussistono contemporaneamente tre condizioni: l'individuo presenta alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, l'individuo rifiuta la terapia psichiatrica, l'individuo non può essere assistito in altro modo rispetto al ricovero ospedaliero.
Subito ci troviamo di fronte ad un problema: chi determina lo “stato di necessità” e l'urgenza dell'intervento terapeutico? E in che modo si dimostra che il ricovero ospedaliero è l'unica soluzione possibile? Risulta evidente che le condizioni di attuazione di un TSO rimandano, di fatto, al giudizio esclusivo ed arbitrario di uno psichiatra, giudizio al quale il Sindaco, che dovrebbe insieme al Giudice Tutelare agire da garante del paziente, di norma non si oppone.
Per la persona coinvolta l'unica possibilità di sottrarsi al TSO sta nell'accettazione della terapia al fine di far decadere una delle tre condizioni, ma è frequente che il provvedimento sia mantenuto anche se il paziente non rifiuta la terapia. Se, in teoria, la legge prevede il ricovero coatto solo in casi limitati e dietro il rispetto rigoroso di alcune condizioni, la realtà testimoniata da chi la psichiatria la subisce è ben diversa. Con grande facilità le procedure giuridiche e mediche vengono aggirate: nella maggior parte dei casi i ricoveri coatti sono eseguiti senza rispettare le norme che li regolano e seguono il loro corso semplicemente per il fatto che quasi nessuno è a conoscenza delle normative e dei diritti del ricoverato.
Molto spesso prima arriva l' ambulanza per portare le persone in reparto psichiatrico e poi viene fatto partire il provvedimento. La funzione dell'ASO (Accertamento Sanitario Obbligatorio) è generalmente quella di portare la persona in reparto, dove sarà poi trattenuta in regime di TSV o TSO secondo la propria accondiscendenza agli psichiatri.
Il paziente talvolta non viene informato di poter lasciare il reparto dopo lo scadere dei sette giorni ed è trattenuto inconsapevolmente in regime di TSV (Trattamento Sanitario Volontario); oppure può accadere che persone che si recano in reparto in regime di TSV sono poi trattenute in TSO al momento in cui richiedono di andarsene. Diffusa è la pratica di far passare, tramite pressioni e ricatti, quelli che sarebbero ricoveri obbligati per ricoveri volontari: si spinge cioè l’individuo a ricoverarsi volontariamente minacciandolo di intervenire altrimenti con un TSO.
A volte vengono negate le visite all’interno del reparto e viene impedito di comunicare con l'esterno a chi è ricoverato nonostante la legge 180 preveda che chi è sottoposto a TSO "ha diritto di comunicare con chi ritenga opportuno".


Il TSO è usato, presso i CIM o i Centri Diurni, anche come strumento di ricatto quando la persona chiede di interrompere il trattamento o sospendere/scalare la terapia; infatti oggi l' obbligo di cura non si limita più alla reclusione in una struttura, ma si trasforma nell'impossibilità effettiva di modificare o sospendere il trattamento psichiatrico per la costante minaccia di ricorso al ricovero coatto cui ci si avvale alla stregua di strumento di oppressione e punizione. Per questo ancora una volta diciamo NO ai TSO, perché i trattamenti sanitari non possono e non devono essere coercitivi e affinché nessuno più debba morire sotto le mani di forze dell'ordine al servizio degli psichiatri.

La nostra più sincera e  affettuosa solidarietà alla madre e alla famiglia di Jefferson.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud-Pisa

antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org 335 7002669

sabato 23 giugno 2018

FRA DIAGNOSI e PECCATO - LA DISCRIMINAZIONE SECOLARE NELLA PSICHIATRIA E NELLA RELIGIONE

A QUARANT'ANNI DALLA  LEGGE  180
I MANICOMI SONO ANCORA TRA NOI!

SABATO  23  GIUGNO

presentazione del libro

FRA  DIAGNOSI e PECCATO -
LA DISCRIMINAZIONE SECOLARE NELLA PSICHIATRIA E NELLA RELIGIONE

Approfondimento inedito e dettagliato del legame fra la disciplina psichiatrica e gli ambiti religiosi. Emerge una pianificata incoerenza fra gli intenti dichiarati e una prassi, sia storica che attuale, legittimata nell’amministrare un’esclusione sociale edificata sul controllo e sul profitto. Attraverso il labile concetto di “norma comportamentale” viene sancita ogni devianza, declinandola sui peccati e sulle diagnosi. Fra senso di colpa, paura, emarginazione, conformismo, paradossi filosofici, punizioni e sofferenza si collocano le esperienze eccezionali di chi ha saputo resistere, di chi non ha accettato l’annientamento della propria libertà. La volontà di ricostruire una memoria cancellata dai timbri maschili darà voce a un coro femminile che ridipingerà contesti storici e pensieri scomodi. Se l’umanità non temesse l’imprevedibilità, potrebbe non delegare le soluzioni a elaborazioni totalitarie. L’analisi è completata da un’intervista a un esorcista e dalle conversazioni con il medico Giorgio Antonucci e con l’antropologa Michela Zucca.

sarà presente l'autrice CHIARA GAZZOLA

ORE  18
presso lo spazio esterno della BIBLIOTECA DI STRADA
VIA SERRAVALLE - ZONA INFRANGIBILE - PIACENZA

A SEGUIRE
Buffet vegan di autofinanziamento

organizza  TELEFONO VIOLA di Piacenza
www.telefonoviola.org    www.telefonoviolapiacenza.blogspot.it  fb:telefonoviola.org