domenica 19 agosto 2018

Per Chi Suona La Campana?

di Giuseppe Bucalo


-Cronache di ordinaria psichiatria PER CHI SUONA LA CAMPANA ?-

«Con Asl e carabinieri ci siamo persino spinti nelle abitazioni di coloro che riteniamo ‘donatori’ abituali di cibo ai piccioni.
Ci sono state segnalate persone che non solo danno cibo ai volatili ma persino... li chiamano per nome.
Ecco, abbiamo voluto capire se in alcuni di questi casi ci fossero le condizioni per un TRATTAMENTO SANITARIO OBBLIGATORIO.
Dai controlli su abitazioni e persone fin qui eseguiti non sono emersi elementi tali da poter procedere in questo senso, ma non ci arrendiamo. Siamo pronti a tutto pur di allontanare questi volatili ‘disturbatori’ dal nostro territorio».
Sindaco di Riomaggiore (La Spezia)


La psichiatria e il trattamento sanitario obbligatorio non sono pratiche mediche o terapeutiche, come si usa credere, ma forme di minaccia per scoraggiare, contenere e isolare le condotte e i pensieri che divergono dall'ordine mentale, familiare e sociale condiviso.
Capita che qualche Sindaco solerte, detentore per legge del potere di disporre il TSO, provi ad utilizzarlo per mantenere l'ordine e il decoro della propria cittadina.
E' successo con Giuseppe Casu, ambulante ribelle che si rifiutava di obbedire all'ordine di liberare la piazza e per questo sottoposto a TSO, legato al letto per 7 giorni e deceduto nel reparto di psichiatria di Cagliari: succede ogni giorno per piegare la volontà di decine di individui disturbanti, inquietanti o .... fiancheggiatori del disordine.
Tutto questo potrà sembrare una "deviazione" rispetto alla nobile vocazione terapeutica della psichiatria, in realtà ne rappresenta l'essenza e il mandato sociale.
L'unica differenza è data dalla vicinanza o la distanza che abbiamo rispetto ai comportamenti e alle persone colpite dalla sua furia diagnostica e dal suo accanimento terapeutico.
Potrà sembrare aberrante che un Sindaco pensi di sottoporre a TSO chi da cibo ai piccioni o parli con loro, ma in realtà lo è altrettanto se si trattasse di una persona che non intende lavarsi o se ne sta su una panchina a ululare alla Luna.
Gli operatori Asl seguono il Sindaco nel suo raid anti-animalisti, così come gli psichiatri hanno avvallato e realizzato il ricovero di Giuseppe Casu ... Non importa quanto insensata e inumana sia la pratica di obbligare qualcuno a cure non volute ... la psichiatria c'é sempre a dare dignità scientifica e terapeutica alla repressione dei comportamenti.
Nessuno di noi può dirsi esente da questa minaccia o completamente al sicuro.
IL RE E' NUDO
Giuseppe Bucalo
--------------------------------------------------------------------------------------
Stop al cibo ai piccioni per strada. Rischio maxi multe e ricovero coatto
https://www.lanazione.it/…/cro…/stop-cibo-piccioni-1.4083229
-------------------------------------------------------------------------------------- 

sabato 18 agosto 2018

Giorgio Antonucci - Il Pregiudizio Psichiatrico

Per chi non l'avesse mai letto o per chi volesse diffonderlo. Uno dei libri più belli di Giorgio Antonucci 'Il Pregiudizio Psichiatrico'. Le sue idee unite al suo ricordo ed alla sua lotta contro il pregiudizio psichiatrico ci accompagneranno sempre.
Elèuthera promuove la libera circolazione della conoscenza.
Ti invitiamo a sostenerli acquistando anche copia cartacea di questo o di altri libri Elèuthera – http://www.eleuthera.it
Questo testo è distribuito sotto licenza Creative Commons 2.5 (Attribuzione, Non Commerciale, Condividi allo stesso modo), una licenza di tipo copyleft che abbiamo scelto per consentirne la libera diffusione. Ne riportiamo il testo in linguaggio accessibile. Si può trovare una copia del testo legale della licenza all’indirizzo web http://creativecommons.org/licenses/by-nc- sa/2.5/it/legalcode o richiederlo a eleuthera@eleuthera.it
Leggi qui ''Il Pregiudizio Psichiatrico'' di Giorgio Antonucci-----> https://eleuthera.it/files/materiali/pregiudizio_psichiatrico_Giorgio-Antonucci.pdf

giovedì 16 agosto 2018

Incapaci di dominarsi e di farsi dominare

di Giuseppe Bucalo

Metamorfosi psichiatriche
INDOMABILI
la malacarne e la malacoscienza

Ho avuto modo di leggere e di ascoltare Anna Carla Valeriano, la ricercatrice che ha pubblicato un testo, "Malacarne", che analizza i documenti (specie le cartelle cliniche) di donne internate in manicomio in epoca fascista.
Anna Carla descrive bene il connubio fra ideologia psichiatrica ed esigenza di controllo e normalizzazione propria dell'ideologia fascista e ancor meglio come questa unità di intenti si concentri sul controllo dei corpi e dei comportamenti, specie quelli delle donne.
L'ideologia fascista (ma possiamo dire tutte le ideologie) impone un'idea di normalità e un ordine che la psichiatria è chiamata a fare rispettare.
Il compito della psichiatria, del resto, è da sempre quello di trasformare le condotte divergenti in malattie per poterne autorizzare il controllo.
Anna Carla, come tanti altri studiosi del fenomeno manicomiale, però indugia sull'equivoco di considerare quelle donne o "sane" e impropriamente ricoverate in manicomio, ovvero emotivamente "fragili" e trattate in modo errato. Facendo trapelare l'idea che in realtà si tratta comunque di disagi trattati in maniera sbagliata.
Tale tesi è ben riassunta nella chiusa finale del suo saggio: "Per un buon numero di donne il manicomio sarebbe stata una nota discordante da confondere nel suono ordinario della vita quotidiana, per molte altre avrebbe rappresentato l'epilogo tragico di un'esistenza vissuta ai margini e non più recuperabile.
Per tutte è stata un'ingiustizia cancellata dalla legge Basaglia"
Lo potremmo definire un eccesso di ottimismo, ma in realtà tale giudizio è frutto del processo di mascheramento e di mistificazione che è alla base di ogni "rivoluzione" e metamorfosi psichiatrica.
La psichiatria cambia forma e aspetto per adattarsi e sopravvivere al nuovo contesto sociale, ma non perde la sua natura.
Difficile per chi segue le vicende della violazione dei diritti degli utenti involontari della psichiatria, sottoscrivere l'idea che oggi l'internamento coatto delle donne in psichiatria sia motivato da ragioni altre da quelle che Anna Carla descrive nel suo testo. Che la società, la famiglia e la psichiatria abbiano smesso di considerare l'autonomia delle donne nella gestione delle propria vita e del proprio corpo un diritto acquisito e inattaccabile. Ancora oggi quella autonomia reca disturbo all'ordine familiare e, quindi, sociale e va (s)piegato e trattato come frutto di "disturbi" emotivi.
I reparti psichiatrici ancora oggi ospitano donne che rifiutano/non si adeguano alle aspettative familiari, non accudiscono i figli, usano liberamente il proprio corpo ... ancora oggi sono "curate" (con le più moderne camice di forza chimiche) per il loro bene, per preservarle da vite dissolute.
Ho ripensato ad Anna Carla e al suo libro proprio in questi giorni, agosto 2018, in cui Teresa è stata prelevata da casa e condotta, per ordine del magistrato, presso una Rems (Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza).
Accusata e denunciata dalla madre e da un vicina di casa che hanno inteso così preservarla e salvarla dalla vita dissoluta che, a loro modo di vedere conduce. Scelte di vita che l'hanno portata negli anni allo scontro verbale e anche fisico con la famiglia e la comunità sociale, guadagnandosi la patente di ragazza difficile, ribelle, ingrata e, quindi, emotivamente instabile.
Maltrattamenti in famiglia, minacce e lesioni ... dichiarate e denunciate per il suo bene, sufficiente non solo a fare scattare le indagini ma a convincere il magistrato dell'urgenza di dover intervenire per metter in sicurezza Teresa (senza averla mai sentita, senza aver appurato i fatti, senza notiziare il suo avvocato ...).
La legge lo permette. Basta il sospetto dell'insanirà mentale dell'indagata e la presentazione di documentazione medica (prodotta dalle persone offese dal reato) che attesti che negli anni precedenti la stessa aveva subito TSO, perché un giudice possa presumerne la pericolosità sociale e disporre il suo internamento, seppur temporaneo, in Rems.
Non ha alcuna importanza se i fatti sono tranquillamente ascrivibili alla normale relazione conflittuale madre/figlia, che probabilmente Teresa ha ben ragione di essere adirata con la madre; che le stesse "aggressioni" denunciate fanno quasi sempre seguito alle continue accuse/offese gratuite che le vengono rivolte o alla minaccia di farla internare.
La presenza delle cartelle cliniche in cui gli psichiatri hanno sancito negli anni che l'aggressività di Teresa sia non solo immotivata, ma probabilmente frutto di una patologia mentale e non legata invece alla sua storia di vita e alle sue relazioni coi familiari, sopravanzano qualsiasi altra valutazione e fanno ritenere superfluo finanche ascoltare la persona interessata.
Anna Carla Valeriano nel suo libro "Malacarne" cita un'annotazione nella cartella clinica in cui un'internata veniva descritta come "incapace di dominarsi e di farsi dominare".
Come si vede: niente è cambiato.

domenica 12 agosto 2018

Diritti, rom e psichiatria


Quando negli anni novanta si aprì la discussione sui campi per Rom fui fortemente impressionato da alcuni paralleli con quanto avevo visto negli anni precedenti seguendo il lavoro di Giorgio Antonucci negli ospedali psichiatrici. Qui mi trovavo di fronte a persone che insistevano perché venissero approvate leggi regionali che istituzionalizzassero l’esistenza di campi per nomadi, sostenendo che i Rom erano incapaci di vivere tra la gente (tra ‘noi’), che erano nomadi e che promuoverne l’integrazione sarebbe stato un atto di violenza, mentre i Rom stessi dichiaravano di non essere affatto nomadi, di non aver mai vissuto in campi e di non volerne sapere: chiedevano case, lavoro, scuole per i figli. Là, negli ospedali psichiatrici, avevo visto la pretesa da parte degli psichiatri di curare persone giudicate, anche in questo caso da loro, incapaci di vivere tra la gente, internandole magari per anni; e mi era stato mostrato come questo non avesse niente a che fare con la realtà in cui erano vissuti e che volevano vivere i ricoverati. Nell’uno e nell’altro caso alcune autorità pretendevano di fare gli interessi di altri e di curarne i diritti, mentre i diretti interessati chiedevano, in un modo o in un altro, cose del tutto diverse: e per prima cosa la libertà di scelta. Venivano a cozzare così due concezioni del tutto opposte del concetto di diritto: un ‘diritto’ difeso autoritariamente da alcuni, che si dichiaravano esperti e affermavano l’incapacità di quegli altri di difendersi, ed un diritto reclamato dai diretti interessati ed appoggiato da persone che traevano le loro convinzioni e le loro conclusioni dalla volontà di quegli stessi che gli esperti consideravano incapaci a vivere secondo le loro idee. Né nel campo della psichiatria né in quello dei Rom il dibattito è chiuso, tolto il fatto che i Rom stessi hanno cercato il modo di disfarsi degli esperti e di prendere in mano le redini del loro destino. Gli oggetti delle attenzioni degli psichiatri, invece, quelli che vengono definiti ‘malati mentali’, sono ancora costretti a subire la volontà di coloro che li trattengono nei loro ‘ospedali’ non essendo essi ancora riusciti a imporre – cosa, del resto, realisticamente quasi impossibile - o non avendo ancora ottenuto da chi li appoggia – cosa anch’essa ad oggi solo in pochi casi possibile per il rapporto di forze contrario - la loro libertà.
Perché è così difficile per i ‘ricoverati mentali’ (oggi vittime più di prigioni chimiche che architettoniche) ottenere la libertà di decidere il loro destino? Proprio perché vengono definiti malati e perché la psichiatria, a differenza di quelle pseudo-antropologie che hanno tentato di imporre la loro idea dei Rom, vive all’interno di un comparto il cui potere, anche storico, è enorme e non è, nel suo insieme, criticabile: la medicina. I Rom invece possono difendersi chiamando apertamente razzista chi voglia opprimerli ed il razzismo, per quanto oggi ancora –anzi sempre più – diffuso è, dopo la scoperta degli orrori dei lager della Germania e dei ghetti del Sudafrica oggetto di dibattito e di condanne a livello mondiale.
Un libro uscito [...] riapre però il dibattito – in realtà mai chiuso, come si diceva, se pur costretto in limiti ristrettissimi – sul rapporto tra psichiatria e medicina, tra cura e danno e tra diritti reali e ‘diritti’ imposti. “Sorvegliato Mentale: Effetti Collaterali degli Psicofarmaci” di Paola Minelli e Maria Rosaria D’Oronzo, ed Nautilus, Torino, è un manuale ragionato dei farmaci usati dagli psichiatri per ‘curare’, cioè rinchiudere chimicamente, i loro pazienti e degli effetti ‘collaterali’ (ma che dovremmo chiamare reali in opposizione a quelli pretesi ) che questi farmaci hanno sulla salute: su quella vera, quella fisica. Effetti sempre negativi, a volte tremendi, che vanno dalle convulsioni a danni definitivi ed irreparabili. Per curare che? Opinioni. Opinioni di singoli, contrarie al sentire comune e giudicate quindi segno di malattia. Oppure per eliminare brutalmente contraddizioni interne, sempre di singole persone già di per sé impossibilitate a difendersi: quelle contraddizioni in cui ciascuno di noi potrebbe trovarsi e che spesso generano drammatiche, paralizzanti, incertezze. Da capire. Da affrontare con il rispetto che le stesse autrici del libro mettono giornalmente in pratica nel loro lavoro. Per gli psichiatri, invece, malattia, schizofrenia: da estirpare, con ogni mezzo.
In un bel saggio del 1939 su alcune peculiari fisime di Jonathan Swift, Aldous Huxley ( l’autore di Bravo Mondo Nuovo, romanzo/manifesto sulla possibilità di asservire persone per mezzo di sostanze chimiche e sul tipo di regime assoluto che ne deriverebbe ) scriveva: “ Le nostre menti, come i nostri corpi, sono colonie di vite separate che convivono in una condizione di simbiosi cronicamente ostile; l’anima è in realtà un grande conglomerato di anime e il nostro comportamento è, in qualunque dato istante, il prodotto di questa loro guerra infinita.” In quello stesso anno 1939 gli psichiatri Cerletti, Bini (italiani) e Kalinowski (tedesco) perfezionavano l’elettroshock, cioè l’uso di violente scariche elettriche per curare la malattia delle contraddizioni, la schizofrenia. L’idea di usare l’elettroshock su persone partiva, com’ è noto, dall’osservazione del metodo usato nel macello di Roma per anestetizzare i maiali prima dell’uccisione.
[Articolo uscito nel 2008, rimasto molto attuale... Scritto da Piero Colacicchi ]

venerdì 3 agosto 2018

INTERVISTA su Radio Wombat con il Collettivo Artaud

su Radio Wombat intervista/chiaccherata con il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud: dalla cronaca nera locale alla prassi psichiatrica; Salvini vuole riaprire manicomi, mai chiusi, nel 40° della legge Basaglia; anche a Firenze la sperimentazione per il Taser; l’omicidio di Jefferson Tomala e i falsi miti della coercizione poliziesca e psichiatrica. sotto il link radio Wombat dove trovate una intervista/chiaccherata alla trasmissione stampa rassegnata 026 2-8 luglio

martedì 31 luglio 2018

MEGLIO MORTI CHE MATTI

di: Giuseppe Bucalo
note a margine delle campagne per i diritti civili delle persone sottoposte a trattamenti psichiatrici
Ogni battaglia per il riconoscimento dei diritti civili, parte sempre dal riconoscimento dell'altro come soggetto inviolabile, responsabile e libero di scegliere.
Nel campo della libertà di scelta terapeutica ci si fa forti del diritto al rifiuto delle cure sancito dall'articolo 32 della Costituzione ("Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana") e si afferma che è nella libera e informata volontà dell'individuo, l'unica e sola giustificazione all'intervento terapeutico del medico.
La battaglia per il diritto alla libertà di scelta terapeutica ha prodotto in questi anni, fra l'altro, il riconoscimento del diritto di ciascuno a dettare disposizioni rispetto al proprio fine vita, rifiutando interventi che ne possano allungare, oltremodo e fuori dalla sua libera scelta, l'esistenza.
E' pacifico e, ormai, universalmente accettato che le persone debbano e possano avere diritto di scegliere se accettare o meno le cure proposte dai medici, finanche nel caso estremo in cui questa scelta li porti alla morte.
La determinazione dei paladini dei diritti civili e della libertà di scelta terapeutica si arresta solo di fronte alle cure psichiatriche.
Per l'ordinamento e il senso comune puoi scegliere di morire ma non di rimanere matto.
L'imperativo della cura psichiatrica (oltreché sancita dalla legge 180 che regola il TSO per "malattia mentale") è tale da fornire alla psichiatria una sorta di obbligo e di licenza ad agire con ogni mezzo a sua disposizione. Tant'è che i "limiti imposti dal rispetto della persona umana", sanciti dal dettato costituzionale, vengono spesso superati con il beneplacito e la comprensione da parte della magistratura e dell'opinione pubblica.
Eppure oltre un secolo di storia delle pratiche psichiatriche dovrebbe far sorgere il dubbio sulla inutilità, la crudeltà e la violenza di tali "cure" e sulla liceità della loro somministrazione coatta. Potrebbe dare a ciascuno il coraggio di dire con chiarezza che "cure" tanto invasive e diagnosi tanto stigmatizzanti, non possono mai essere poste in essere senza la richiesta esplicita e il consenso informato di chi le subisce.
Siamo stati capaci, come società scientifica, di assegnare il nobel per la medicina alla lobotomia e alla malarioterapia. Siamo stati capaci di dedicare un ospedale (quello di Lisbona) a chi ha sperimentato la lobotomia.
Siamo stati (e siamo) capaci, come società civile, ad assistere alla morte fisica, civile e sociale di migliaia di esseri umani rei solo di lesa realtà, di essere semplicemente se stessi e di non rispondere più alle aspettative di chi sta loro intorno.
Ma non riusciamo ancora a dire: basta !
Di fronte alla morte di Francesco Mastrogiovanni, di Giuseppe Casu, di Andrea Soldi, di Mauro Guerra ... non osiamo dire che il trattamento sanitario obbligatorio (TSO) va abolito e che va riconosciuto agli utenti (in)volontari della psichiatria il diritto proprio di ogni cittadino di rifiutare le cure.
A volte mi chiedo cosa ci serve ancora, quale altra prova.

domenica 29 luglio 2018

Manicomi, storie di donne rinchiuse perché ribelli

Rinchiuse perché diverse, donne ribelli che non volevano piegarsi alle rigide regole del ventennio fascista. A quarant'anni dalla legge Basaglia, che ha sancito la chiusura dei manicomi, Annacarla Valeriano, racconta le storie e i volti di chi in quei luoghi ha racchiuso la propria esistenza.
Si chiama Malacarne. Donne e manicomio nell'Italia fascista (edito da Donzelli) e come si legge tra le sue pagine dà voce a tutte le recluse che venivano definite pazze, ‘diverse e squilibrate’, inadatte a ‘vivere una vita ragionevole’, come imponeva il regime. 
Attraverso le cartelle cliniche delle donne del manicomio Sant’Antonio Abate di Teramo, l’autrice, ripercorre la storia a partire dall’ultimo decennio dell’Ottocento, fino alla metà del Novecento, un momento in cui i manicomi assumono dei contorni molto particolari.
Vengono rinchiuse, infatti, tutte ‘quelle donne che si discostano dall’ideale fascista della sposa e madre esemplare e che con le loro condotte intemperanti, con le loro esuberanze, con la loro inadeguatezza fisica, rischiano di intaccare il patrimonio biologico e morale dello Stato’.
La ‘malacarne’ appunto, ovvero personalità più o meno eccentriche che non rispecchiano i canoni e i compiti imposti, cos’ il manicomio ha il dovere di ripristinare la normalità.
“Uno dei luoghi in cui attuare una politica di sorveglianza che annulla i diritti individuali in nome dell’ordine pubblico”, scrive Valeriano.
malacarne

Chi finiva in manicomio quindi?

“Quelle donne che si rifiutano di conformare il proprio stile di vita agli ideali proposti dal fascismo e che, proprio per questa ragione, hanno bisogno di essere rieducate attraverso la disciplina manicomiale per riportare le loro condotte entro i recinti di una normalità biologicamente e socialmente costruita”.

venerdì 27 luglio 2018

Morte Mauro Guerra: “Almeno lo hai beccato, maresciallo?”

Della morte di Mauro Guerra spuntano i video. Il carabiniere: “Almeno lo hai beccato, maresciallo?”
E’ uno dei dialoghi registrati e ripresi il pomeriggio del 29 luglio 2015, quando il 32enne Mauro Guerra viene ammazzato dal maresciallo che comandava la stazione di Carmignano.
Della morte di Mauro Guerra spuntano i video. Il carabiniere: “Almeno lo hai beccato, maresciallo?”

“Almeno lo hai beccato, maresciallo?”, chiede al suo superiore il carabiniere. “Si”, risponde. “Hai fatto bene, marescià (dice così), hai fatto bene. Quel bastardo, figlio di troia” e altri improperi seguono. E’ uno dei dialoghi registrati e ripresi dalla telecamera di un carabiniere il pomeriggio del 29 luglio 2015, quando il 32enne Mauro Guerra viene ammazzato dal maresciallo che comandava la stazione di Carmignano. Quello fu un pomeriggio tragico, pieno di errori, dicono gli avvocati di parte civile. Il primo è stato costringere il malcapitato Mauro Guerra a sottoporsi a un TSO perché gli stessi carabinieri (senza avvallo medico) lo consideravano “violento è pericoloso”.
I militari intervenuti erano però sprovvisti di provvedimenti scritti o mandati giudiziari, per questo Mauro si era rifiutato di seguirli. A seguito di una trattativa avviata verso mezzogiorno e cominciava a farsi sempre più complicata, i carabinieri iniziano a filmare il dialogo con Mauro. Nelle immagini si vede chiaramente che Guerra si trova a una decina di metri da casa sua, quando viene bloccato da alcuni agenti, raggiunti via via da diversi rinforzi. I video dimostrano una tensione via via crescente: Mauro ironico e sarcastico cerca di allontanare i militari, lui, laureato in economia, sa che nessuno può prelevarlo in assenza di un documento. Mauro appare irritato, ma mai aggressivo. Il giovane riesce comunque a tenersi a una certa distanza dai carabinieri pur continuando a chiedergli di andarsene: “Non avete alcun diritto di stare qui” continua a ripetere. E’ palese dai suoi comportamenti e dalle argomentazioni che porta, che riteneva volessero imporgli qualcosa di cui non avevano il diritto, visto che la procedura di TSO è molto chiara e non può essere presa d’iniziativa senza la richiesta del sindaco. E il Guerra senza forzature o colluttazioni riesce a saltare il cancello di casa e a entrare nel giardino di casa.
A petto nudo, in tuta, è palesemente preoccupato. Gli agenti entrano, il pressing continua da due ore. Gli animi si scaldano, Mauro Guerra si vede braccato e gli agenti sono determinati a portare a termine la loro iniziativa. C’è un momento in cui Mauro Guerra, quando capisce che non c’è via d’uscita, sfida quasi gli agenti prendendo un bilanciere, sbattendolo però a terra, mai brandendolo contro di loro i militari. Poi succede quello che è stato tante volte raccontato, ma che le immagini non mostrano, la fuga in mutande e la corsa fino a dove è stato poi raggiunto. Quello che accade, gli spari e l’omicidio, e’ inquadrato in ritardo e da molto lontano. Le immagini andranno viste e riviste per poter essere certi di ciò che si ha di fronte. Restano però quelle parole: “Almeno lo hai beccato, maresciallo? Hai fatto bene, marescià (dice così), hai fatto bene. Quel bastardo figlio di…”. Anche i video saranno visionati in aula alla presenza dei giudici, del pm e della difesa.
fonte:http://www.padovaoggi.it



Potrebbe interessarti: http://www.padovaoggi.it/cronaca/morte-mauro-guerra-video-carabinieri-padova-22-giugno-2018.html
Seguici su Facebook: http://www.facebook.com/pages/PadovaOggi/199447200092925





Potrebbe interessarti: http://www.padovaoggi.it/cronaca/morte-mauro-guerra-video-carabinieri-padova-22-giugno-2018.html
Seguici su Facebook: http://www.facebook.com/pages/PadovaOggi/199447200092925