sabato 8 dicembre 2018

NO AL TASER! NO AI TSO CON LE SCOSSE ELETTRICHE!!!

Dal 5 settembre 2018 in Italia il Thomas A. Swift's Electronic Rifle (
TASER ) è in fase di sperimentazione in dodici città italiane: Milano,
Torino, Padova, Reggio Emilia, Bologna, Genova, Firenze, Napoli,
Caserta, Catania, Palermo e Brindisi.

La pistola elettrica è stata usata la prima volta il 12 settembre a
Firenze dai carabinieri per fermare un giovane musicista turco di 24
anni disarmato in stato di agitazione. Il ragazzo, in seguito al fermo,
è stato ricoverato in TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) presso il
reparto di psichiatria dell’Ospedale S. Maria Nuova di Firenze.

Il Taser è considerato un dispositivo utile a garantire la sicurezza
degli agenti. L’arma spara due dardi collegati alla pistola da cavi
sottili. Quando il dardo colpisce il bersaglio, una scarica di corrente
elettrica a impulsi provoca una paralisi neuromuscolare che concede agli
agenti alcuni secondi per immobilizzare il soggetto. La pistola può
anche essere premuta contro il corpo, causando dolore intenso. Le
pistole in dotazione ai carabinieri non hanno bisogno di essere
ricaricate e quindi possono sparare due colpi, ossia quatto dardi.

La dotazione del Taser viene giustificata dalla non mortalità dell'arma,
nonostante venga considerata dall'ONU uno strumento di tortura. Il
Governo Italiano per mantenere la sicurezza dei cittadini, piuttosto che
ridurre i casi di applicazione della violenza, preferisce dare alle
forze dell'ordine la possibilità di sparare di più facendo meno vittime.
Il Ministro dell'Interno Salvini, nel DDL Sicurezza ha inserito
l'estensione dell'arma anche ai vigili urbani e alla Polizia ferroviaria
oltre che alle altre forze di Polizia.

Nella ricerca “Shock tactics” della Reuters, su 1005 casi di morte
legati all’uso del Taser, ben 257 vengono ricondotti all'uso dell'arma
su soggetti con “disturbi psichiatrici e malattie mentali”; mentre in
153 casi il Taser è indicato come causa o come fattore che ha
contribuito alla morte.

Il fatto che il primo uso della pistola elettrica in Italia sia stato su
una persona in stato di agitazione è perfettamente in linea con le
intenzioni dell'azienda produttrice dell'arma, Taser International, ora
AXON, che già nel 2004 riteneva la pistola elettrica “lo strumento più
adatto a gestire persone emotivamente disturbate”.

Ci preoccupa e allarma molto il fatto che si cominci ad usare il Taser
su persone in difficoltà, in stato di agitazione o di crisi, per poi
ricoverarle nei reparti psichiatrici. Ad oggi il TSO è un metodo
coercitivo che obbliga il soggetto ad un trattamento farmacologico
pesante e sradica la persona dal proprio ambiente sociale,
rinchiudendola in un reparto psichiatrico, ignorando la complessità
delle relazioni umane e sociali e molto spesso ledendone i diritti.

Noi ci opponiamo a tutto ciò! Il superamento delle crisi individuali
passa attraverso un percorso comunitario e non attraverso l’utilizzo di
metodi repressivi e/o coercitivi che risultano dannosi alla dignità
dell'individuo. Ci chiediamo perché non viene attribuito alla rete
sociale il giusto valore.


Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
www. artaudpisa.noblogs.org
335 7002669 via San Lorenzo 38 56100 Pisa

mercoledì 5 dicembre 2018

Brescia - Domenica 9 dicembre - Camap al Circolo Anarchico Bonometti: E noi folli e giusti… Marini e Mastrogiovanni

E noi folli e giusti... 

Domenica 9 Dicembre

Una storia di anarchia, di carcere e psichiatria

“I folli impazziranno solo quando saranno normali, chiamerete tra di voi nel deserto, solo autorizzati alla solitudine e alla paura” (Giovanni Marini)
1972. Un’aggressione fascista. La pronta reazione dei compagni e l’accanimento dello stato nei loro confronti…
ore 19 – Lettura di alcune poesie di Giovanni Marini sulle immagini di “87 ore”, film sulla morte di Franco Mastrogiovanni.
ore 20 – aperitivo/cena
ore 21 – presentazione del CAMAP (Collettivo Antipsichiatrico Camuno).
A seguire dibattito.

domenica 2 dicembre 2018

Massimiliano Malzone - Morte in psichiatria dopo il Tso: sette medici rischiano il processo

Sette sanitari, tra cui tre medici già condannati per il caso Mastrogiovanni, rischiano il processo per la morte di Massimiliano Malzone, il 39enne di Montecorice deceduto l’8 giugno del 2015 nel centro di igiene mentale dell’ospedale di Sant’Arsenio. L’uomo si trovava ricoverato a seguito di un trattamento sanitario obbligatorio. Il caso rischiava di essere archiviato, così aveva deciso la Procura della Repubblica di Lagonegro, ma grazie all’opposizione presentata dall’avvocato Michele Capano, legale della famiglia Malzone, le indagini sono proseguite. Nel registro degli indagati sono finiti sette sanitari che ebbero in cura il 39enne durante i giorni di ricovero nella struttura sanitaria del Vallo di Diano. Per tutti è arrivata la richiesta di rinvio a giudizio. A febbraio si terrà l’udienza preliminare.
fonte: il mattino.

domenica 25 novembre 2018

Milano, taser e mass media...

Sui vari articoli dei giornali si legge di un egiziano fermato col taser la scorsa notte a Milano dato che stava danneggiando con un martello alcune auto vicino ad una pensilina. A seconda della convenienza dei media la cronologia è differente, ovvero nei giornali ai quali conviene scrivere in un certo modo viene fatto notare come l'utilizzo del taser sia successivo al morso della mano del poliziotto. In realtà pare che il taser sia stato utilizzato in precedenza e solo in seguito per 'disarmare dall'accendino che stringeva nel pugno' il 34enne abbia poi morso il poliziotto staccandogli un dito..Tra l'altro pare che più di una pattuglia sia stata impiegata per l'operazione.Ovviamente la chiusa finale, in tutti gli articoli a prescendere, è che l'egiziano avesse conclamati problemi psichiatrici e ciò mette il cuore in pace a lettori, pennivendoli,perbenisti, paladini del benessere vari.

Per chi avesse voglia cercate pure in rete le varie versioni con cronologie differenti con parole chiave: egiziano taser milano.

venerdì 23 novembre 2018

IL PASSAGGIO DI FRONTIERA PRIVO DI PORTE

di Giuseppe Bucalo

“Una linea è stata tracciata fra se stesso e se stesso
e fra se stesso e gli altri.
Si nega che questa linea sia stata tracciata.
Non c’è nessuna linea.
Ma non provate ad attraversarla”.
(R.D. Laing)

E' un errore tragico (a cui non sembra sfuggire neanche il più avvertito dei rivoluzionari) continuare a pensare alla "questione psichiatrica" come alla ricerca del modo più efficace e terapeutico di rispondere ad una malattia, alla sofferenza o al disagio degli individui.
La maggior parte delle critiche alla psichiatria sembrano nascere (e nascono) quando l'opinione pubblica, non senza un pizzico di ipocrisia, si avvede che la stessa "tradisce" questo nobile scopo.
Ci si indigna, si organizzano campagne, si denunciano abusi e pratiche inumane, ma si resta ancorati al "che fare ?" in alternativa, invece di.
Al di là di qualsiasi nefandezza sia stata e sia commessa a suo nome, il dovere di "prendersi cura" delle persone che si afferma soffrano, siano malate o esprimano un disagio mentale, rimane un obbligo morale ed etico da assolvere, indiscutibile e indiscusso.
Se non la psichiatria, si dice, forse la psicoterapia, la naturopatia, il dialogo aperto, l'agopuntura, l'astrologia, la dieta ...qualsiasi cosa pur di non "abbandonare" o "lasciare a se stesse" le persone.
Il tutto può funzionare (e sembra funzionare) se e quando le persone condividano di "stare male" e di avere necessità di un aiuto; se e quando le persone che ritengono di aver bisogno di un aiuto, condividono l'aiuto che siamo disposti ad offrire.
Diversamente, quando le persone si oppongono o ritengono di non aver bisogno di alcun aiuto, la "cura" si trasforma d'incanto in una "pena" e "il prendersi cura" in una "tortura".
Non c'è "buona" pratica o intenzione che tenga.
Nel momento in cui l'opinione di "chi cura" diverge da quella di chi "deve essere curato", la psichiatria o il prendersi cura si rivelano per quello che sono: la negazione del valore, della libertà di scelta e dell'esistenza stessa dell'altro.
Ha un bel dire Franco Basaglia che la follia «è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia», quando i Basagliani e la gente di buon senso continuano a pensare che è preferibile essere (considerati) normali e che dalla follia bisogna "guarire", essere curati o, come si usa dire adesso, "riaversi" (recovery).
Il fatto o la necessità che si debba "guarire", essere curati o riaversi dalla normalità, non sembra all'ordine del giorno e il solo porre la questione ci accomuna al popolo dei deliranti divergenti bisognosi di "cure".
Su cosa basiamo tutte le nostre certezze sul primato della "normalità" ? Non tanto, o non solo, sulla convinzione che nessuno potrebbe "davvero" dire, fare, pensare o credere le cose che chi è definito "folle" dice, fa, pensa o crede; ma piuttosto sul fatto che nessuno di noi potrebbe mai desiderare di essere trattato come matto.
Se, a rigor di logica, non possiamo dire che la follia sia una condizione di umana sofferenza, infatti, possiamo certamente affermare che l'essere trattati come folli, certamente fa soffrire e ci lascia in balia del giudizio e del potere altrui.
Potremmo dire che la "follia" non è tanto una condizione umana, quanto un'etichetta sociale che si applica, a seconda dei luoghi e dei tempi, ad alcune condotte e modi di essere umani e che produce la progressiva perdita da parte della persona cosi designata del suo potere e della sua libertà di scelta.
Questa progressiva perdita della propria autonomia personale e sociale, non è tanto o solo dovuta a scelte individuali, ma è il frutto del sistematico disconoscimento del punto di vista del "bisognoso di cure", primo fra tutti l'affermazione di non avere bisogno di cure.
Il "rifiuto delle cure" rimane in sé un tabù e la cartina di tornasole dell'ipocrisia e della mistificazione del pensiero psichiatrico.
Finché le persone accettano la normalità come norma e condizione naturale dell'uomo e cercano di adeguarsi alle aspettative dei "curatori", tutto può apparire sensato e finanche "terapeutico". Non appena i "pazienti designati" rivendicano il valore e il diritto a sentire ed essere quello che sono, ecco che scatta la coartazione fisica, chimica o sociale con l'invalidazione, anche giuridica, dei propri diritti e la "presa in carico" della propria esistenza da parte dei "curatori".
E' chiaro che chi è definito "folle" ha un'unica e sola alternativa: accettare il punto di vista di chi intende, ha il dovere o l'obbligo di curarlo. Egli deve smettere di fare quello che fa, pensare quello che pensa, dire quello che dice. Deve fare abiura pubblica del suo credo e convertirsi alla fede psichiatrica.
Chi non lo fa, quando riesce a sfuggire all'internamento o all'intrattenimento psichiatrico, rimane imprigionato in quello che i buddisti chiamano "il passaggio di frontiera privo di porte".
Un non luogo che sta fuori dalla realtà condivisa e che non è segnato sulle mappe. Impossibile da trovare ma su cui ci si ritrova senza sapere "come" ma conoscendo bene tutti i "perché".
E allora forse non servono "curatori", ma esploratori capaci di raggiungerci e compagni di viaggio capaci di accettare il rischio di perdersi o di ritrovarsi (perché come dice Horderlin "La dove c'é il pericolo, cresce anche ciò che salva").

domenica 18 novembre 2018

MODENA SABATO 24 NOVEMBRE - La Scintilla

https://artaudpisa.noblogs.org/files/2018/11/24novembre1.jpg 

c/o  La SCINTILLA in strada Attiraglio 66, Zona Mulini Nuovi alle ore 18:30 presentazione del libro:
“ELETTROSHOCK. La storia delle terapie elettroconvulsive e i racconti di chi le ha vissute”. a cura del Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud. Edizioni Sensibili alle Foglie
A seguire CONCERTI: Marnero, Lleroy, Niet e Dysmorfic + DJ SET
Per info: la scintilla@autoproduzioni.net

domenica 11 novembre 2018

FIRENZE VENERDI’ 16 NOVEMBRE

c/o CPA FI SUD in via Villamagna alle ore 19
La Libreria Majakovskij presenta:
“Storia di Antonia. Viaggio al termine di un manicomio”
di Dario Stefano Dell’Aquila e Antonio Esposito
edizioni Sensibili Alle Foglie

Parteciperà al dibattito con gli autori
il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud

venerdì 9 novembre 2018

Riccardo Rasman

Riccardo Rasman è stato ucciso nel 2006 durante un tentativo di ricovero coatto da poliziotti in collaborazione con i vigili del fuoco che hanno contribuito con l'irruzione e l'incatenamento con il fil di ferro.Ad aprile 2015 il tribunale di Trieste condanna il Ministero dell'interno e i tre agenti già riconosciuti responsabili a risarcire un milione e duecentomila euro ai famigliari di Rasman. Il legale della famiglia presentò ricorso ritenendo l'importo insufficiente.
 Risultati immagini per rasman riccardo


di Mario Di Vito (conduttore di Radio Città Aperta)
I poliziotti lo ammanettarono, usarono filo di ferro per le caviglie e un bavaglio: dopo le botte i suoi polmoni si fermarono. Per la Cassazione si è trattato di un omicidio "pacificamente evitabile".
Nel gergo grigio e gelido delle sentenze vuol dire che sarebbe bastato molto poco perché le cose andassero diversamente. Riccardo Rasman aveva 34 anni quando entrarono a prenderlo, la sera del 27 ottobre 2006, nel suo appartamento di via Grego 18, a Trieste.
I vicini avevano chiamato il 113 perché lui stava ascoltando la musica a volume troppo alto e poi si era affacciato - completamente nudo - dal balcone per lanciare due petardi nella corte interna al condominio in cui viveva.
Riccardo durante il servizio militare aveva subito diversi episodi di nonnismo che, successivamente, avrebbero portato a una diagnosi di schizofrenia paranoide. Quella sera era felice, molto felice, troppo felice, almeno per i suoi vicini di casa, ai quali non è mai piaciuto: il giorno successivo, comunque, Rasman avrebbe cominciato a lavorare come operatore ecologico. Alle 20:21 arrivò una pattuglia del 113 sotto casa sua, alle 20;34 ne arrivò un'altra di rinforzo, accompagnata dai vigili del fuoco.
Rasman non voleva aprire: si era steso sul letto e aveva spento le luci. C'è da capirlo: nel 1999 Riccardo aveva già avuto a che fare con le forze dell'ordine, ne era uscito malconcio e lo denunciò, senza grosse conseguenze. Da allora, ogni volta che vedeva una divisa, aveva paura. Per questo si era rintanato e aveva spento tutte le luci e si era rintanato a letto quando aveva visto le luci blu delle volanti dalla sua finestra.
Alla fine i poliziotti riuscirono a entrare a casa sua, ne nacque una colluttazione e Rasman venne ammanettato a terra, immobilizzato, con le manette strette intorno ai polsi, del filo di ferro a tenere ferme le caviglie, addirittura un bavaglio per non farlo urlare.
Messo così, in posizione prona, cominciò a respirare in maniera sempre più affannosa, fino a che i suoi polmoni non si sono fermati; le perizie dicono che gli agenti esercitarono "sul tronco, sia salendogli insieme o alternativamente sulla schiena, sia premendo con le ginocchia, un'eccessiva pressione che ne riduceva gravemente le capacità respiratorie". Morte per arresto respiratorio avvenuta tra le 20:43 e le 21:04, si leggerà dopo nei referti. Sul tavolo c'era un biglietto, scritto proprio da lui, un attimo prima dell'arrivo della
polizia: "Per favore, per cortesia, vi prego, non fatemi del male, non ho fatto niente di male". Sul muro c'erano macchie di sangue; Riccardo era stato pure picchiato, probabilmente con un manico d'ascia e con il piede di porco che i pompieri usarono per forzare la porta del suo appartamento.
"Noi siamo entrati in quell'appartamento soltanto in marzo - racconta Giuliana Rasman, sua sorella, era un disastro: c'era sangue dappertutto e una chiazza di sangue verso la cucina. Poi dalle fotografie mi sono resa conto che l'hanno spostato con la testa verso l'entrata così da nascondere la chiazza di sangue che c'era lì. C'era una frattura, i capelli erano tutti pieni di sangue, c'era una frattura anche dietro il collo.
C'era sangue sul tavolo, sui muri, sulle lenzuola, dietro il letto per terra, c'erano chiazze di sangue sul tappeto sotto il quale abbiamo trovato persino dei pezzi di carne nascosti, Riccardo era martoriato di botte sul viso, gli avevano rotto lo zigomo. Poi c'era il segno dell'imbavagliamento, sangue dalle orecchie, dal naso, dalla bocca, si vede proprio molto bene". Il pm triestino Pietro Montone aprì un'inchiesta su questi fatti e - incredibilmente ma fino a un certo punto, visto che è sempre così - affidò tutto agli stessi poliziotti che quella notte irruppero in casa di Riccardo. Nell'ottobre del 2007 Montone chiese l'archiviazione per gli agenti che, a suo giudizio, avevano solo fatto il suo dovere, anche se era certo anche a lui che Rasman fosse morto per "asfissia posturale" dovuta proprio all'intervento della forza di pubblica sicurezza.
Il gip, però, non accolse la richiesta del magistrato che, dopo essere entrato a conoscenza delle indagini fatte dagli avvocati Giovanni Di Lullo e Fabio Anselmo, cambiò decisamente orientamento sul caso. Il fulcro del ragionamento è la prova provata del fatto che gli agenti Francesca Gatti, Mauro Miraz, Maurizio Mis e Giuseppe Di Blasi erano perfettamente consapevoli dei problemi mentali di Riccardo e questo avrebbe - quantomeno - dovuto indurli a usare una maggiore cautela nell'intervento.
Tra l'altro, fu posta anche una domanda fondamentale: che necessità c'era di sfondare la porta quando era palese che Rasman non stesse più causando pericoli, visto che era dentro il suo letto e non stava più lanciando petardi dal balcone? I quattro uomini in divisa vennero rinviati a giudizio per omicidio colposo.
Il processo di primo grado fu celebrato con rito abbreviato e si concluse con la condanna a sei mesi di carcere (pena sospesa) per tre dei quattro agenti, più il pagamento di una provvisionale da 60mila euro e 20mila euro di risarcimento per danni morali alla famiglia.
La quarta agente, Francesca Gatti, fu assolta con "formula dubitativa", ovvero: lei all'azione ha partecipato, e questo è certo, ma, mentre gli altri stavano legando Riccardo per terra, era in contatto via radio con la Questura. Era il 29 gennaio del 2009. Un anno e mezzo dopo la Corte d'Appello del Tribunale di Trieste avrebbe confermato tutte le sentenze del primo grado. Tutte le parti in causa - i poliziotti e la famiglia Rasman - presentarono ricorso alla Cassazione.
La sentenza definitiva è arrivata il 14 dicembre del 2011: conferma della sentenza d'Appello e epitaffio: la morte di Rasman "era pacificamente evitabile qualora gli agenti avessero interrotto l'attività di violenta contestazione a terra, consentendogli di respirare". Quello stesso giorno, i familiari di Riccardo chiesero formalmente le scuse da parte del ministero degli Interni (mai arrivate) e annunciarono la propria intenzione di procedere anche in via civile contro i poliziotti e lo stesso Viminale.
Da alcune foto, uscite fuori quando ormai era tardi per il processo" si vedano segni anche dagli angoli della bocca fino alle orecchie di Rasman: ci vorranno altre perizie per chiarire se è vero che l'asfissia non è arrivata solo per lo schiacciamento sotto il peso degli agenti, ma anche per il soffocamento dovuto al bavaglio. Sembra un dettaglio, ma la causa civile di risarcimento si gioca tutta qui.
Del caso se ne tornerà a parlare presto: nell'aprile del 2013, infatti, la procura di Trieste ha nuovamente chiesto l'archiviazione del caso. L'avvocata Claudio De Filippi, che adesso segue la vicenda per conto della famiglia della vittima, ha detto che, a suo parere, tutto questo "si colloca tra il caso Sandri, per il quale lo Stato ha pagato tre milioni e mezzo, e il caso Aldrovandi, per il quale ha pagato due milioni di euro".
Resta, in mezzo a quel complesso e lunghissimo caos di carte e di cavilli che è la giustizia civile, la storia di un ragazzo che è morto per poco, praticamente per niente. E che tutto voleva fuorché dare fastidio: "Riccardo non ha mai fatto un Tso - conclude la sorella Giuliana, non era violento né aggressivo, voleva farsi ben volere da tutti, anche per dimostrare questo abbiamo messo nel nostro dossier testimoni che descrivono come era Riccardo. In 3 anni che aveva quel monolocale non ci avrà dormito neanche cinque volte, anche il padre conferma che Riccardo andava lì qualche volta per farsi sentire e faceva andare la lavatrice, allora la vicina cominciava a battere la porta e Riccardo per farsi ben volere le portava la verdura della nostra campagna e le scrisse una lettera per favorire il buon vicinato".

fonte: http://www.ristretti.org