sabato 23 giugno 2018

DI STATO SI MUORE ANCORA! BASTA TSO CON LE FORZE DELL’ORDINE!

Di pochi giorni fa è la notizia della morte di Jefferson Tomalà, un
giovane 21enne di origini ecuadoriane, ucciso nel corso di un intervento
effettuato dalle forze di polizia nella sua abitazione a Genova, a
seguito di una chiamata da parte della madre del ragazzo, la quale ha
chiesto aiuto perché Jefferson minacciava di togliersi la vita. Non è
chiaro se le forze dell’ordine fossero intenzionate a contattare i
medici per valutare la possibilità di un TSO (Trattamento Sanitario
Obbligatorio); quel che è certo è che l'unica ambulanza arrivata sul
posto ha potuto solo raccogliere la sua salma, perché un agente della
polizia ha esploso contro Jefferson ben cinque colpi. Infatti gli
agenti, una volta intervenuti, hanno spruzzato sul viso di Jefferson
dello spray urticante: comprensibilmente questo gesto, anziché calmarlo,
lo ha agitato; con il coltello che prima impugnava minacciando di
uccidersi, Jefferson ha allora ferito un poliziotto e per questo viene
ammazzato, colpito più volte, ad altezza d’uomo, davanti alla madre, in
una stanza in cui erano presenti 8 persone e in cui magari sarebbe stato
possibile operare in modo diverso per tutelare il poliziotto ferito
senza sparare ripetutamente a Jefferson. Il Ministro dell'interno si è
dichiarato “vicino al poliziotto” che ha ucciso Jefferson, il quale
avrebbe “fatto il suo dovere”; il capo della Polizia Gabrielli ha anche
annunciato che presto i poliziotti avranno in dotazione i Taser (le
pistole elettriche).
La morte di Jefferson – perché, anche in assenza camici, è pur sempre
la morte di una persona che aveva bisogno di calma e supporto, avvenuta
per mano di persone che esercitano il proprio potere con forza e
coercizione – ci ricorda ancora una volta quella di Mauro Guerra, ucciso
con uno sparo da parte un carabiniere il 29 luglio 2015 a Carmignano di
Sant’Urbano mentre cercava di fuggire per sottrarsi a un TSO, e quella
di Andrea Soldi, strangolato su una panchina di piazzale Umbria dalle
forze dell'ordine durante un TSO, il 5 agosto del 2015 a Torino. Per la
morte di Andrea, si è concluso poche settimane fa il processo; sono
stati condannati a un anno e otto mesi per omicidio colposo i tre vigili
autori della cattura (Enri Botturi, Stefano Del Monaco e Manuel Vair) e
lo psichiatra Pier Carlo Della Porta dell’Asl che ha richiesto il TSO
Poco più di un anno e mezzo per aver ucciso un uomo. Basta fare un
confronto con le pene di oltre 4 anni che lo stesso tribunale ha
inflitto ad alcuni imputati NO TAV che si opposero alla distruzione di
un territorio per un progetto inutile quanto oneroso. La psichiatria da
anni teneva sotto stretto controllo Andrea, assoggettandolo alle sue
cure tramite depot (la puntura intramuscolo bisettimanale o mensile).
Tante volte Andrea aveva cercato di liberarsi da questa trappola, di
riprendere in mano la propria vita e le proprie scelte: per questo aveva
subito una decina di trattamenti obbligatori, fino all’ultimo che l’ha
portato alla morte.

domenica 17 giugno 2018

Vite negate: in Italia si muore di Tso e lo Stato si autoassolve

fonte:https://www.dinamopress.it
Pazze, schizzati, sbroccate, fuori di testa, sciroccati!
Gli aggettivi e i sostantivi per descrivere persone che vivono situazioni di disagio psichico – più o meno intenso – sono tantissimi e tutti definiti da un minimo comun denominatore fatto di stigma, di etichettamento, di confinamento all’interno di una sola categoria: quella del matt* (ancora, nel 2018).
Esattamente 40 anni fa, a seguito di una lunga battaglia combattuta per lo più nei corridoi e negli angusti e chiusi spazi dei manicomi, veniva approvata in Italia la Legge 180 (meglio conosciuta come Legge Basaglia). Una legge attraverso la quale veniva riformata l’assistenza psichiatrica ospedaliera e territoriale, tramite il superamento della logica manicomiale coercitiva.
Di pochi giorni fa è invece la notizia della morte di Jefferson, giovane di origini ecuadoriane, ucciso nel corso di un intervento di TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) effettuato dalle forze di polizia nella sua abitazione genovese, a seguito della chiamata della madre del ragazzo. La donna infatti, a fronte dell’inasprimento di una lite con il figlio, aveva chiamato il 118 perché fortemente impaurita per il suo comportamento aggressivo. Ma di cosa ci parla questo tragico evento e l’agghiacciante dibattito che ne è seguito?
Non si tratta, come vorrebbero farci credere le testate giornalistiche, di una “lite finita male” o della reazione scomposta di un ragazzo “ai margini”. Quanto accaduto nella periferia genovese rappresenta infatti la punta di un iceberg che sotto nasconde qualcosa di profondo e spesso indicibile: l’isolamento, la solitudine, se non la negazione di vite fatte di sofferenze psicologiche profonde. Vite che a volte valgono poco, se non nulla. Vite in cui i Trattamenti Sanitari Obbligatori diventano una ritualità: si entra e si esce ciclicamente dagli SPDC (Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura) senza soluzione di continuità. Lo dice bene Franca Ongaro Basaglia, quando scrive che la Legge 180 rappresentava una Legge “quadro” che, immediatamente inglobata dentro la Riforma del Sistema Sanitario Nazionale (nello stesso 1978), rimase bloccata in un limbo senza mai assistere alla definizione di un piano adeguato di finanziamenti, di articolazione territoriale, di ri-organizzazione complessiva dell’assistenza psichiatrica. Ciò ha significato, in molti casi, una mera applicazione tecnica della Legge e un forte ridimensionamento del portato critico-riflessivo che aveva accompagnato la sua realizzazione, determinando nuove forme di istituzionalizzazione diffusa dei pazienti psichiatrici e l’utilizzo di nuove e vecchie pratiche contenitive e coercitive. Accade così che, a fronte dell’insorgenza di un disagio psichico, il sostegno offerto dai presidi sanitari pubblici è ridotto all’osso (ora più che mai, dati i continui tagli inferti alla sanità pubblica). Si agisce per lo più in un’ottica di riduzione e contenimento dei “danni”, offrendo risposte e risorse del tutto insufficienti a una sofferenza in continuo aumento e che affonda le sue radici nelle strutture su cui si fonda la società.

mercoledì 13 giugno 2018

TSO e MORTE a Genova: ucciso Jefferson Tomalà

Genova, ragazzo ucciso da poliziotto durante Tso: "Sparati almeno 5 colpi"


Si tinge di giallo la morte di Jefferson Tomalà, il ventenne di origini ecuadoriane ucciso da un agente che gli ha sparato nel suo appartamento per evitare che il ragazzo accoltellasse un collega. I familiari della vittima chiedono infatti "giustizia" per il loro congiunto che, a quanto dicono, "era un bravo ragazzo, conosciuto da tutti". Secondo il fratello, Jefferson avrebbe impugnato il coltello soltanto dopo aver visto che uno degli agenti si toccava la pistola. Il giovane avrebbe chiesto:"Perché ti tocchi l'arma? Cosa vuoi fare? Farla finita?". A rincarare la dose c'ha pensato anche il legale della famiglia, Maurizio Tonnarelli, secondo cui sul corpo del giovane sarebbero stati sparati "5 o 6 colpi di pistola, con fori d'ingresso almeno uno sulla schiena ed un paio sulle spalle. Considerate che abbiamo all'interno di questo appartamento un dispiegamento di forze importante e dall'altra parte un ragazzo che aveva un banale coltello da cucina".

fonte:http://www.ilsussidiario.net

domenica 10 giugno 2018

Comunicati di solidarietà con il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud per le denunce

fonte:https://artaudpisa.noblogs.org/
Sotto i vari comunicati di solidarietà con il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud che ci sono arrivati in questo periodo. Ringraziamo tutti i singoli, i collettivi
e le strutture che ci hanno scritto parole solidali e di sostegno.

Care compagne e cari compagni del Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud,
come OfficinePeregrine Teatro vi scriviamo dalla Gallura per darvi tutta la nostra solidarietà e vi offriamo il nostro sostegno nella risposta che vorrete mettere in atto contro l’attacco costruito da potere medico e potere giudiziario.
Un abbraccio teatrantico e di forza,
OfficinePeregrine Teatro
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COMUNICATO CAMAP PER SOLIDARIETA’ AL COLLETTIVO ARTAUD
…’Le violenze’ dalla parte del manico…
Esprimiamo con queste righe la nostra solidarietà ai compagni del Collettivo Antipsichiatrico Artaud di Pisa accusati di violenza privata.Oltre ad appoggiare il comunicato scritto dai pisani ci sentiamo di aggiungere qualche parola sia perchè siamo fermamente certi della totale infondatezza delle accuse sia perchè altrettanto certi siamo dell’audacia e della bontà dei compagni da anni coinvolti nel perseguire l’attività volontaria contro gli abusi e le violenze (queste sì, reali) dell’istituzione psichiatrica. La riflessione alla base del nostro ragionamento ci fa pensare che le accuse oggi piovute sui pisani sarebbero potute arrivare a noi (avendo conosciuto, tra l’altro, direttamente l’accusatrice ed il suo modo di attaccare) così come su qualsiasi collettivo o realtà che si apre al debole, alla persona in difficoltà oppure in un momento di fragilità. Siamo pertanto ben consci che tale apertura può diventare un’arma a doppio taglio se, per qualsivoglia motivo, il soggetto coinvolto decide di cambiare bandiera e screditare in maniera inopinata le persone legate alla resistenza antipsichiatrica. Non abbiamo, volutamente, le spalle coperte da partiti ed associazioni pertanto siamo altresì facilmente attaccabili. Siamo attaccabili non solo con la menzogna, lo siamo anche in nome del bieco sfruttamento della propria condizione e del proprio personale. Il proprio tornaconto si appaga proiettando il proprio disagio nella direzione sbagliata…D’altra parte siamo pronti ad afferrare il coltello che ci viene puntato dalla parte della lama poichè non esiste vergogna delle nostre pratiche politiche e sociali, la nostra volontà e volontarietà  sono la spinta per fornire aiuto gratuito a qualsivoglia oppresso, disagiato, fragile. Non mancherà mai la nostra azione di libertà ed accoglienza, di aiuto e condivisione, di supporto ed ascolto nell’accettazione più completa. L’accettazione ci sarà sempre, la pazienza quasi. Solidarietà ad oltranza ai pisani, alla loro sensibilità ed alla loro storia fatta di accoglienze e non di violenze.
CAMAP – Collettivo Antipsichiatrico Camuno
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Cari compagni/e,
Ho appreso con grande dolore la notizia delle denunce rivolte a due di voi. Vi invio tutta la mia solidarietà. Se c’è qualcosa che posso fare per aiutarvi….ditemelo. Mi avete aiutato in momenti di grande difficoltà, e vorrei poterlo ricambiare. Soprattutto spero che insisterete nella lotta, perchè quello che fate è di vitale importanza per molti. Non scoraggiatevi! Cercherò di passare da voi nelle prossime settimane, e di nuovo: se posso aiutarvi in qualche cosa, lo farò volentieri.
Nella solidarietà e nella lotta
Fabrizio Cucchi – Empoli
_______________________________________________________________________Conoscendo direttamente da anni sia l’impegno svolto dal Collettivo antipsichiatrico “A. Artaud” che le persone inquisite, intendo manifestare lo stupore per le accuse loro rivolte riguardo presunte minacce che avrebbero rivolto nei confronti di chi stava cercando un aiuto.
L’approccio critico nei confronti del sistema psichiatrico che anima l’attività di base svolta dal Collettivo, senza alcuno scopo di lucro o di potere, verso persone che in primo luogo esprimono il bisogno di un ascolto sensibile e un sostegno paritario, si concretizza attraverso relazioni umane libere. Libere dallo schema che definisce come “malati mentali” quanti vivono disagi e sofferenze determinate in primo luogo da rapporti sociali, familiari e culturali tendenti a negare le diversità e i problemi individuali.
Tale impegno volontaristico è, a tutti gli effetti, l’opposto delle logiche coercitive – e quindi violente – con i quali “normalmente” si vogliono curare persone in difficoltà, sovente strette fra trattamenti sanitari obbligatori e psico-farmaci.
Per questo, l’ipotesi che alcuni aderenti al Collettivo abbiano esercitato una qualche forma di oppressione ai danni di una persona in difficoltà appare paradossale e il processo intentato assume connotazioni kafkiane.
Nel comune rifiuto di ogni discriminazione, esprimo la mia più affettuosa e incondizionata solidarietà.
Marco Rossi

giovedì 7 giugno 2018

ROMA: 8,9,10 GIUGNO - L38SQUAT

Programma:
VENERDI' 8 GIUGNO

16:30 Apertura sala tatuaggi e sala da tè
21:00 Cena vegan
22:00 Dj Set R'N'R a cura di Mary Muh
SABATO 9 GIUGNO

10:30 Apertura sala tatuaggi e sala da tè
13:30 Pranzo vegan e apertura birreria
17:00 DISCUSSIONE su ingegneria genetica, schedatura del DNA, genetica
forense. Conoscerli per resistere.

Discussione e confronto su le innovazioni che lo Stato sta portando
avanti nel campo della schedatura del DNA, dell'ingegneria genetica e
della genetica forense. Innovazioni che stanno già avendo gravi
implicazioni nell'ambito di procedimenti giudiziari specifici e più in
generale in quello che possiamo definire sistema di controllo e
repressione. Comprendere i meccanismi e gli interessi che muovono questi
processi, le regole che li governano e capire come e cosa si possa fare
per ostacolarli è un passaggio necessario. Sempre più a rischio sono la
nostra libertà e i nostri spazi di agibilità. Ne parleranno compagni e
compagne che da tempo studiano e approfondiscono il tema.

21:00 Cena vegan
22:00 CONCERTO con Devil's hand, Plutonium Baby e Kalashnikov Collective
DOMENICA 10 GIUGNO

10:30 Apertura sala tatuaggi e sala da tè
13:30 Pranzo vegan e apertura birreria
16:00 INCONTRO su Lager e gestione dei flussi migratori: le
responsabilità italiane in Libia

Partendo dagli accordi bilaterali tra i due paesi, approfondiremo la
situazione dei lager in Libia e come la copertura mediatica su stupri,
torture, compravendita di persone da sfruttare abbia creato consenso per
militarizzare ancor di più la gestione delle migrazioni e incrementare,
attraverso il coinvolgimento “umanitario” delle agenzie ONU e delle ONG,
il meccanismo delle deportazioni interne ai paesi africani e dei
respingimenti.
Discuteremo di come i corridoi umanitari, richiesti a gran voce dal
mondo dell'antirazzismo democratico, siano un ulteriore tassello del
processo di selezione delle persone migranti. Infine, evidenzieremo i
responsabili italiani della detenzione e della gestione dei flussi
migratori.

21:00 Cena vegan

https://www.tmcrew.org/l38squat/index.php/en/main-page/75-iniziative/thiz-week/2141-8-9-10-giugno-2018-tattoo-circus

domenica 3 giugno 2018

SENTENZA PROCESSO SOLDI - COMUNICATO COLLETTIVO MASTROGIOVANNI

Gio 31/05/18
Si è concluso ieri il processo sulla morte di Andrea Soldi, l'uomo ucciso il 5 agosto del 2015 durante un TSO. Sono stati condannati a un anno e otto mesi per omicidio colposo i tre vigili autori della cattura ( Enri Botturi, Stefano Del Monaco e Manuel Vair) e lo psichiatra Pier Carlo Della Porta dell'Asl to2 che ha richiesto il TSO. È stato fissato un risarcimento, da definire in sede civile, di 220.000 euro al padre e di 75.000 euro alla sorella.
Non crediamo nei tribunali e nella giustizia dello Stato: in galera non vogliamo vederci nessuno. Non possiamo non constatare che il collegio, pur aumentando di due mesi la condanna rispetto alle richieste del Pm, ha comminato una pena risibile. Poco più di un anno e mezzo per aver ucciso un uomo. Basta fare un confronto con le pene di oltre 4 anni  che lo stesso tribunale ha inflitto ad alcuni imputati NO TAV che si opposero alla distruzione di un territorio per un progetto inutile quanto oneroso.
Lo Stato assolve se stesso e condanna duramente chi lo contrasta!
Quello stesso Stato per molti anni ha imposto il suo potere su Andrea, prima che le forze del (dis)ordine lo strangolassero sulla panchina di piazzale Umbria. La psichiatria da anni lo teneva sotto stretto controllo, assoggettandolo alle sue cure e drogandone corpo e mente per renderlo più mansueto. Tante volte Andrea aveva cercato di liberarsi da questa trappola, di riprendere in mano la propria vita e le proprie scelte: per questo aveva subito una decina di trattamenti obbligatori (TSO), fino all'ultimo che l'ha portato alla morte.
La maggior parte degli utenti psichiatrici sono pazienti (in)volontari dell'istituzione psichiatrica, come dimostrano i dati sul numero dei TSO effettuati. Della loro vita scandita dal SSN non parla mai nessuno, della prigionia vissuta all'interno dei repartini per periodi prolungati, dei continui ricatti, del degrado fisico dovuto ai farmaci, della sedazione, dell'infantilizzazione, della perdita del controllo sulla propria vita, sul proprio corpo e sul proprio pensiero, dell'invalidità indotta, dei lavori a 2euro/h concordati dai servizi.
Andrea è morto perché rifiutava le "cure". Se pensiamo alla storia della psichiatria, costellata di atrocità, possiamo facilmente immaginare che in futuro la puntura di haldol, a cui cercava di sottrarsi,  verrà vista con lo stesso sdegno con cui oggi vediamo i vecchi manicomi, i manicomi criminali, la lobotomia, le terapie da shock.
Ma al di là di una storia che si ripete e di un'istituzione totale che nel tempo è sempre riuscita a ripulirsi degli orrori perpetrati e a "riformarsi" senza cambiare la sostanza, resta il fatto che senza consenso ogni cura è una tortura, e che tutti debbano poter rifiutare le cure, se ritenute lesive della propria integrità psico-fisica o contrarie ai propri convincimenti. Tutti, quindi anche gli utenti psichiatrici. Perché, come Andrea, non sono "malati", "schizofrenici", ma esseri umani come noi, «perché la pazzia, amici miei, non esiste. Esiste soltanto nei riflessi onirici del sonno e in quel terrore che abbiamo tutti, inveterato, di perdere la nostra ragione» (Alda Merini)

Collettivo antipsichiatrico Francesco Mastrogiovanni

domenica 27 maggio 2018

L’altra verità. Diario di una diversa

 «Perché la pazzia, amici miei, non esiste. Esiste soltanto nei riflessi onirici del sonno e in quel terrore che abbiamo tutti, inveterato, di perdere la nostra ragione.»
(Alda Merini)

di emmerre
 
Il 13 maggio scorso correva il quarantesimo anniversario dell’approvazione della Legge n. 180, nota come “Legge Basaglia”, avente come oggetto “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori” che, teoricamente, doveva mettere fine all’inumana e arretrata realtà dei manicomi.
Franco Basaglia che in verità aveva un approccio ben più radicale nei confronti della psichiatria e dell’istituzione manicomiale, non mancò di esprimere rispetto alla legge le sue critiche: “E’ una legge transitoria, fatta per evitare il referendum e perciò non immune da compromessi politici. Attenzione quindi alle facili euforie. Non si deve credere di aver trovato la panacea a tutti i problemi del malato di mente con il suo inserimento negli ospedali tradizionali. La nuova legge cerca di omologare la psichiatria alla medicina, cioè il comportamento umano al corpo, è come se volessimo omologare i cani alle banane”.
Nel testo della legge – redatto dallo psichiatra democristiano Bruno Orsini – si trovava infatti la non abolita misura coercitiva del trattamento sanitario obbligatorio (TSO). L’intento, politico, dell’approvazione della legge era palese: evitare il referendum popolare, promosso dai Radicali, per l’abrogazione degli articoli essenziali della precedente Legge n. 36, risalente al 1904, ma anche mettere fine ai movimenti di base da tempo attivi e sensibili alla questione psichiatrica, vista e combattuta come un aspetto della repressione sociale verso le persone “fuori dalla norma” e dei comportamenti non omologati alla cultura e alla morale dominante.
Questione che peraltro rimane dolorosamente aperta, tra acronimi minacciosi: TSO, REMS (le “nuove” micro strutture istituite in sostituzione degli ex-Ospedali psichiatrici giudiziari), psicofarmaci e persino il mai dismesso elettroshock, seppure dissimulato sotto la sigla TEC (terapia elettroconvulsivante).
Il manicomio, d’altronde, non è soltanto una struttura muraria chiusa, ma un sistema della separazione e un’ideologia della segregazione finalizzata a confinare le “diversità” e i “problemi” lontano dalla società ritenuta normalmente sana, produttiva e ossequiente.
Ideologia che trova la sua traduzione nel codice penale nel concetto di “pericolosità sociale” sull’ambiguo confine tra fuori e dentro, tra salute e malattia.
 
Numerose sono le testimonianze di questo mondo separato, ma fra le tante quella che forse più si addentra nelle sue pieghe e nei suoi risvolti è stata scritta da Alda Merini, rinchiusa in manicomio a Milano per un decennio e ripetutamente sottoposta ad elettroshock, ma ancora “ricoverata” a Tarantodopo la Legge n. 180.
Tale esperienza affiora in molte sue poesie, ma è in particolare narrata ne L’altra verità. Diario di una diversa, da poco riedito dalla BUR (la prima edizione è del 1986), così come se ne trovano numerose tracce in Elettroshock. Parole, poesie, racconti, aforismi, foto (Stampa Alternativa, 2015).
In un’intervista, alla domanda se la mente del poeta fosse più vulnerabile, rispondeva: “il poeta soffre molto di più, però ha una dignità tale che non si difende neanche alle volte.. è bello accettare anche il male: una delle prerogative del poeta, che è anche stata la mia, è non discutere mai da che parte venisse il male. Io l’ho accettato ed è diventato un vestito incandescente, è diventato poesia”.
Tra le tante immagini che ci offre, una fra tutte sembra alludere alle rose, non senza spine, di una liberazione ancora tutta da compiere.
E di quelle rose magnifiche noi non potevamo cogliere nemmeno il profumo, non potevamo guardarle.
Ma il giorno che ci apersero i cancelli, che potemmo toccarle con le mani quelle rose stupende, che potemmo finalmente inebriarci del loro destino di fiori, oh, fu quello il tempo in cui tutte le nostre inquietudini segrete disparvero… Ma sapevamo che non potevamo coglierle. E allora le rubammo, ne facemmo un fascio che portammo di nascosto dietro l’abside della chiesa. E lì stemmo a curarle una intera giornata, intrecciandoci sopra le dita. A chi avremmo date quelle rose perfette? Chi ci aveva fatto del bene al punto di meritarsele? Nessuno. E allora, le avremmo donate a noi stessi, ne avremmo fatto un giaciglio di amore.

Alda Merini, L’altra verità. Diario di una diversa, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 2007

tratto da https://aspettandoilcaffe.com
segnalato dal Collettivo Antipsichiatrico Artaud

domenica 20 maggio 2018

PSICOFARMACI e PSICHIATRIA: ATTENZIONE ALL’EPIDEMIA!!

Sotto il volantino distribuito dal
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
alla STREET PARADE ANTIPROIBIZIONISTA CANAPISA 2018
di SABATO 19 MAGGIO

L’istituzione psichiatrica è uno dei principali strumenti che il sistema
usa per ostacolare l’autodeterminazione degli individui, per arginare
qualsiasi critica sociale e normalizzare quei comportamenti ritenuti
“pericolosi” poiché non conformi al mantenimento dello status quo,
intervenendo nel complesso ambito della sofferenza. Assistiamo oggi ad
una sistematica diffusione della crisi, sia sociale, economica e
personale; le cui cause vanno ricercate nella società in cui viviamo e
nello stile di vita che ci viene imposto e non nei meccanismi biochimici
della mente. La logica psichiatrica sminuisce le nostre sofferenze,
riducendo le reazioni dell’individuo al carico di stress cui si trova
sottoposto a sintomi di malattia e medicalizzando gli eventi naturali
della vita.
La psichiatria moderna è diventata una tecnica di repressione tramite
psicofarmaci. Che bisogno c’è della camicia di forza quando oggi basta
una pillola oppure una siringa?
La psichiatria ha rimodellato , in profondità, la nostra società.
Attraverso il suo Manuale Diagnostico e Statistico (DSM) , la
psichiatria traccia la linea di confine tra ciò che è normale e ciò che
non lo è. La nostra comprensione sociale della mente umana, che in
passato nasceva da fonti di vario genere, ora è filtrata attraverso il
DSM. Quello che finora ci ha proposto la psichiatria è la centralità
degli “squilibri chimici” nel funzionamento del cervello, ha cambiato il
nostro schema di comprensione della mente e messo in discussione il
concetto di libero arbitrio. Ma noi siamo davvero i nostri
neurotrasmettitori?
Gli psicofarmaci, oltre ad agire solo sui sintomi e non sulle cause
della sofferenza della persona, alterano il metabolismo e le percezioni,
rallentano i percorsi cognitivi ed ideativi contrastando la possibilità
di fare scelte autonome, generano fenomeni di dipendenza ed assuefazione
del tutto pari, se non superiori, a quelli delle sostanze illegali
classificate come droghe pesanti, dalle quali si distinguono non per le
loro proprietà chimiche o effetti ma per il fatto di essere prescritti
da un medico e commercializzate in farmacia. Siamo qui a chiedere
dunque: qual’é la vera differenza fra le droghe illegali e gli
psicofarmaci?