Su invito di una persona che si trova in una condizione di reclusione
psichiatrica mettiamo a disposizione i nostri indirizzi email con
l’intento di raccogliere testimonianze, racconti, scritti e narrazioni
di coloro che si ritrovano in strutture psichiatriche come SPDC (Servizi
Psichiatrici Diagnosi e Cura), REMS (Residenze per l’Esecuzione della
Misura di Sicurezza) o Strutture Residenziali Psichiatriche chiuse.
Gli obiettivi principali sono innanzitutto dare voce a chi non ne ha,
riuscendo possibilmente a mettersi/li in relazione ed inoltre rendere
pubbliche tali testimonianze (con il consenso della persona e
rispettandone l'anonimato) attraverso un'eventuale pubblicazione quanto
più possibile periodica.
Rete Assemblea Antipsichiatrica
Per info o invio testimonianze:
assembleaantipsichiatrica@inventati.org - https://assembleareteantipsichiatrica.noblogs.org/blog/
antipsichiatriapisa@inventati.org
mercoledì 15 maggio 2024
RACCOLTA TESTI PERSONE RINCHIUSE in STRUTTURE PSICHIATRICHE
sabato 6 agosto 2022
Storia di Alice, un altro caso di cattiva applicazione dell’amministrazione di sostegno
Fonte:http://www.informareunh.it
Intervista a Rosella Malune, avvocata, a cura di Simona Lancioni
Come centro Informare un’h abbiamo più volte avuto modo di occuparci delle modalità distorsive con le quali viene talvolta applicato l’istituto dell’amministrazione di sostegno. Modalità che possono portare a configurare situazioni di arbitraria compressione dei diritti di soggetti vulnerabili, quando non delle vere e proprie violenze. Quella che raccontiamo oggi è la storia di Alice, una giovane donna con disabilità, e di suo padre Antonio, che, loro malgrado, hanno dovuto e devono ancora fare i conti con le degenerazioni di questo istituto di tutela, e con molte altre forme di discriminazione sistemica che incidono pesantemente sulle loro vite. Ricostruiamo la loro vicenda con l’aiuto dell’avvocata Rosella Malune, che li rappresenta.
Gentilissima avvocata Malune, vuole presentarci Alice e suo padre Antonio?
«Alice è una giovane donna di 28 anni
nata con un lieve-moderato ritardo mentale a cui all’età di 11 anni è
stata diagnosticata un’epilessia tipo assenze, senza cerebropatia.
All’età di 12 anni è stata affidata ai servizi sociali dal Tribunale dei
minori, presso i quali è rimasta sino all’età di 18 anni a causa dei
conflitti, allora esistenti, tra i genitori, come spesso accade alle
coppie separate che si rivolgono ai servizi sociali. Per alcuni anni,
divenuta maggiorenne, ha rifiutato di assumere con regolarità farmaci
per l’epilessia e ha fatto uso di sostanze stupefacenti a partire dal
2014. In seguito ad un eccesivo uso di droghe, nel 2017, ha riportato un
presunto arresto cardiorespiratorio che ha determinato un coma
post-anossico, a cui sono residuati diversi esiti tra cui una
insufficienza respiratoria trattata con tracheostomia. Tale situazione doveva essere temporanea
in quanto all’epoca è stato riferito al padre, il signor Antonio Di
Vita, che la cannula poteva essere rimossa, ma di fatto Alice porta tutt’ora la cannula tracheostomica.
Antonio Di Vita è un padre che si prende cura della figlia,
che nutre un amore incondizionato verso di lei, che vuole essere
partecipe della sua vita e vuole essere informato delle decisioni che
riguardano la stessa al fine di tutelarla. Inoltre non si rassegna ad
una condizione patologica della figlia ma è disposto a fare tutto il
possibile per rendere migliore e più autonoma la vita di Alice.
Soprattutto si batte affinché venga rispettata la volontà di Alice.»
La vicenda di Alice inizia nel 2017, a seguito di un presunto
arresto cardiaco che ha comportato il suo ricovero presso il Reparto di
Rianimazione del Careggi a Firenze, ed un successivo trasferimento
prima all’Istituto Don Gnocchi, poi in altre strutture. Alice come ha
vissuto l’esperienza dell’istituzionalizzazione e quali conseguenze ha
avuto sulla sua salute?
«Alice è stata sradicata dal proprio contesto sociale, dal suo paese,
dalle sue amicizie, dalla sua vita e pertanto non può aver vissuto
serenamente questa orribile esperienza durata anni. Infatti è stata
trasferita da una struttura all’altra. Tali luoghi sono utilizzati,
frequentati solo da persone disabili e spesso è negata ogni iterazione
con l’esterno, infatti nel caso specifico di Alice sono state
addirittura negate le visite del padre, per alcuni periodi, per non
parlare del divieto di frequentazione da parte degli amici. Per cui
Alice ora è traumatizzata dall’idea di ritornare in una struttura, che vive come un incubo.
Inoltre non è stata sufficientemente assistita dal punto di vista della
salute, non sono stata fatte le visite mediche e i doverosi controlli
al fine di migliorare la sua condizione.»
Antonio ha raccontato che mentre era ospitata preso
l’Istituto Don Gnocchi di Firenze, Alice veniva legata al letto o alla
sedia, veniva imbottita di psicofarmaci, e presentava infezioni e piaghe
conseguenti alle cattive condizioni igieniche. Ci sono state delle
verifiche riguardo all’uso della contenzione ed agli aspetti
igienico-sanitari?
«Purtroppo non è stato fatto niente e il padre non è
stato ascoltato. Il signor Di Vita in quel periodo ha presentato degli
esposti alla procura di Firenze, ma che io sappia non vi sono stati
controlli negli istituti.»
Mentre Alice era istituzionalizzata il suo fratellastro ha
proposto che le venisse affiancato un amministratore di sostegno. Da
allora ne sono stati nominati diversi. In che misura è stata presa in
considerazione la volontà di Alice e di suo padre riguardo a queste
nomine?
«Occorre precisare che Alice Di Vita è una ragazza non in grado di
provvedere ai propri interessi perché versa in stato di disabilità, ma
non è tout court incapace, nel senso che è in grado di esprimere i propri desideri,
è in grado di riferire su quello che è accaduto nel suo passato, è in
grado di comprendere le domande che le vengono poste e di dare risposte
adeguate e opportune, e soprattutto è in grado di esprimere il proprio dissenso per una collocazione in istituto
mentre esprime il desiderio di abitare con il padre. Alice Di Vita ha
il diritto di scegliere dove, come e con chi vivere nonostante la
disabilità, di essere una persona attiva e decidere per la propria vita
in quanto libero individuo. Il Giudice Tutelare dovrebbe tener conto dei
desideri e delle preferenze di Alice, nel rispetto della nostra
Costituzione e delle norme sovranazionali, in particolare della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. Purtroppo però non viene ascoltata e nonostante abbia espresso chiaramente il suo disagio nei confronti dell’attuale amministratore di sostegno,
nonché, tramite la sottoscritta, abbia espresso in un suo scritto tale
disapprovazione, il Giudice ad oggi non ha disposto una sua audizione.
Il signor Di Vita è un padre che non si rassegna, esprime le proprie
opinioni e contestazioni, ma tutto questo viene visto dalla Istituzioni
come una “mancanza di collaborazione” o come “comportamento oppositivo”.
Il padre, giustamente, vuole solo essere presente per la figlia e a suo
modo tutelarla. Il padre da voce ad Alice e mette in risalto la sua
volontà, vuole migliorare le condizioni di vita e di salute di Alice nel
rispetto della sua volontà. Ma purtroppo nonostante ci siano state
decine di istanze e richieste, abbiamo sempre avuto grosse difficoltà ad
essere ascoltati.
Non mi risulta sia stato richiesto il parere di Alice e del Padre sulla nomina dei vari amministratori di sostegno.»
Come descriverebbe il rapporto di Alice con i diversi
amministratori di sostegno che si sono succeduti? E le interazioni con i
Giudici Tutelari?
«La funzione dell’amministratore di sostegno è sostanzialmente quella di supportare
la beneficiaria, pertanto ha il dovere di prendersi cura
dell’amministrata. Il dovere di supportare richiede che vengano
ascoltati i bisogni e le aspirazioni dell’amministrato, come afferma il
codice civile, nonché che l’amministratore informi l’amministrato delle
iniziative che intende prendere e che provveda a comunicare al Giudice
il suo eventuale dissenso. Tutto questo non c’è e non c’è mai stato. L’amministratore di sostegno non parla con Alice.
Ed anche quando era collocata in istituto non vi era comunicazione con
Alice. Ultimamente la giovane donna si agita e non vuole vederlo perché ha paura di Lui, teme che venga ricondotta in una struttura e per questo, nel suo modo di ragionare, vuole evitarlo.
L’amministratore di sostegno dovrebbe aiutare Alice a curarsi nel modo migliore ma non imporre il luogo in cui stare. Per quanto mi è stato riferito anche i precedenti amministratori non prendevano in considerazione la volontà di Alice.
Una o due volte da quando è stato aperto il procedimento è stata sentita
dal Giudice Tutelare, tendenzialmente si prendono in esame le relazioni
dei servizi sociali senza ascoltare la volontà diretta di Alice.»
Nonostante Antonio non abbia mai avuto precedenti penali, né
problemi con la giustizia o perizie psichiatriche negative, e nonostante
Alice abbia innumerevoli volte manifestato la volontà di vivere con
lui, per un certo periodo gli è stato impedito di vedere sua figlia, e
non è stato preso in considerazione nella nomina ad amministratore di
sostegno. Sono state date delle spiegazioni in merito?
«Nessuna spiegazione reale ed esaustiva. In generale viene giustificato con la relazione dei servizi sociali
riguardo alla conflittualità genitoriale, quando in realtà non è una
situazione attuale e in ogni caso i genitori non vivono insieme, per cui
non ha alcuna rilevanza, inoltre si dà credito al giudizio, sempre dei
servizi sociali, di inadeguatezza in rapporto ai bisogni della ragazza
(per entrambi i genitori). Purtroppo non vi è un buon rapporto con
l’amministratore di sostegno per cui il signor Di Vita viene descritto
diversamente da come è realmente. Sono state fatte tantissime illazioni senza prova alcuna,
senza contradditorio e senza rispetto dei suoi diritti. Inoltre vi è
stata alcuni anni fa una consulenza tecnica d’ufficio (CTU) su Alice in
cui sul signor Di Vita è stato espresso un giudizio di “personalità
paranoide e narcisistica” (un parere, tra l’altro, non richiesto nel
quesito del Giudice) e questo viene utilizzato in negativo. In realtà le
perizie psichiatriche che sono state fatte su Di Vita, per mia
richiesta, negano tale condizione.»
Lei è riuscita a ottenere che da gennaio 2021 Alice fosse
trasferita dapprima presso l’abitazione di sua madre a Montevarchi
(Arezzo), con la quale però Alice non ha un buon rapporto, ed in seguito
(nell’agosto 2021) presso l’abitazione di Antonio, nello stesso Comune.
Può illustrarci brevemente questi passaggi e quali criticità persistono
tuttora?
«Abbiamo fatto innumerevoli istanze e utilizzato il periodo emergenziale
per porre il problema al Giudice, in quanto Alice, essendo una ragazza
potatrice di cannula trachestomica, era soggetta ad un rischio maggiore
nella struttura piuttosto che a casa. Con l’intervento anche del Garante
dei diritti delle persone private della libertà personale e del
Difensore civico della Toscana, i quali hanno scritto più volte
all’amministratore di sostegno per porre delle domande sui rischi
concreti di Alice, siamo riusciti a ottenere una collocazione
provvisoria nella casa materna. La madre aveva all’epoca preso una casa
in affitto vicino al padre, a Montevarchi, e di comune accordo abbiamo
proposto tale collocazione e l’abbiamo ottenuta. Successivamente la
madre di Alice non ha potuto prendersi cura di lei e ha chiesto
l’intervento del padre, anche perché Alice ripetutamente chiedeva di
essere portata da lui; di fatto con l’accordo dell’amministratore di
sostegno è stata trasferita a casa del padre. Ma purtroppo ad oggi non abbiamo un provvedimento ufficiale di collocazione presso il padre
e persistono delle problematiche in quanto, come detto sopra, Alice
rifiuta di vedere l’amministratore di sostegno. Alice è seguita dal
padre che si prende cura di lei, la porta ai controlli medici, assume i
farmaci prescritti (è migliorata notevolmente sia nell’aspetto estetico
che nella postura), tutto a sue spese, senza ricevere alcun aiuto
economico nonostante Alice percepisca una pensione di invalidità e
un’indennità di accompagnamento, ovviamente amministrata
dall’amministratore di sostegno. Per fare un esempio, quando era in
struttura e dalla madre neppure camminava più, ora è in grado di andare in bicicletta da sola, mangia da sola, esegue dei compiti semplici in casa, etc.
In generale quando un figlio maggiorenne è portatore di handicap di
particolare gravità ha bisogno (e diritto) di frequentazioni, visite e
rapporti significativi con i parenti, ha diritto ad uno speciale
accudimento e cure particolari, continuative e permanenti da parte dei
genitori. Cure non sempre delegabili, sotto il profilo dell’impegno e
dell’attenzione esternata, a soggetti terzi. Nello specifico Alice ha
bisogno di tali cure e frequentazioni e il signor Di Vita ha dimostrato
che con il suo impegno e la sua assistenza Alice è migliorata.
Ora è necessario ottenere un provvedimento di collocazione presso la
casa paterna e una sostituzione dell’amministratore di sostegno a favore
del padre. Purtroppo l’attuale amministratore di sostegno non è dello stesso avviso e si oppone a tali richieste.»
Lei ha presentato una richiesta volta a far sostituire
l’attuale amministrazione di sostegno con il padre di Alice. Finalmente
il 23 giugno scorso il Giudice Tutelare ha preso in considerazione
questa richiesta ed ha nominato un Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU)
preposto a valutare le capacità genitoriali di Antonio. L’udienza per il
conferimento dell’incarico è stata fissata per il prossimo ottobre.
Siamo vicini alla soluzione della vicenda o ci sono altri aspetti da
risolvere?
«La logica e la giustizia dovrebbero portare ad una soluzione con
collocazione di Alice presso il padre e la sostituzione
dell’amministratore di sostegno, ma purtroppo per esperienza non posso permettermi di pensare che tutto sia risolto
in quanto ci sono i servizi sociali e l’attuale amministratore di
sostegno che non sono dello stesso avviso e si oppongono a tale
soluzione. Inoltre Alice essendo un soggetto fragile, portatrice di
cannula tracheostomica, ha necessità di maggiori cure e tale condizione
viene utilizzata per impedire la collocazione domiciliare. Tale
problematica dovrebbe essere risolta dal fatto che in undici mesi il
padre non ha avuto nessun problema con la cura di Alice, al contrario di
quanto accaduto in struttura, però dobbiamo aspettare la consulenza
tecnica d’ufficio e la decisione del Giudice. Inoltre un aspetto ancora
più importante è quello di far fare ad Alice tutti i controlli per una
possibile eliminazione della cannula trachestomica, in tanti anni di istituzionalizzazione non è stato fatto nulla per migliorare le condizioni di Alice, nonostante entrambi i genitori chiedessero interventi in tal senso.
Solo ultimamente vi è stato un intervento a Cesena, quando Alice era già
fuori dalla struttura, ma non ha portato ad un esito positivo. È
necessario continuare e non fermarsi come sostenuto dal direttore del
reparto dell’Unità Operativa di Otorinolaringoiatra dell’Ospedale
Bufalini di Cesena, il quale esorta a rivolgersi ad altri centri con
diverse tipologie di intervento.»
Nella sua vicenda Alice si è vista negare molti dei diritti
riconosciuti dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con
disabilità (ratificata dall’Italia con la Legge 18/2009).
Tra le violazioni più vistose vi è il fatto di non aver alcuna voce in
capitolo nelle decisioni che riguardano la sua vita (art. 12), il non
poter scegliere dove e con chi vivere (art. 19), una tracheotomia che
doveva essere temporanea immotivatamente protratta per anni (art. 25). A
suo giudizio, com’è stato possibile?
«Credo che la ragione sia da ricercare nel fatto che in gran parte la Convenzione ONU, nonostante la ratifica del 2009, in Italia non sia sufficientemente conosciuta.
Inoltre le decisioni politiche troppo spesso non si occupano della
disabilità, che di fatto viene trascurata. È necessario far comprendere
che se la Convezione ONU venisse realmente attuata darebbe maggiore
dignità e sosterrebbe i diritti delle persone disabili, che non sono
diversi da quelli delle altre persone. Probabilmente la soluzione è
proprio quella di fare informazione tramite le Associazioni che si
occupano di queste problematiche, dare voce alle persone e alle loro
testimonianze, nonché creare una rete tra queste Associazioni che
pongono il problema e in tal modo farsi sentire e ottenere maggiori
soluzioni.»
Si ringrazia l’Associazione Diritti alla Follia per averci messo in contatto con i protagonisti di questa storia, nonché con l’avvocata Rosella Malune.
domenica 27 marzo 2022
Storia di Eros
di Francesca De Carolis
laltrariva.net, https://ristretti.org
Eros Priore. Il suo nome forse non vi dirà niente. Ma la sua parabola, di persona “problematica” che in una dozzina d’anni passa da un TSO al carcere di Velletri, poi a quello di Secondigliano, e poi alla Rems di Subiaco, per approdare alla casa circondariale-casa di lavoro di Vasto, da dove il 23 gennaio scorso esce, a 61 anni, distrutto anche nel fisico, pochi giorni, per subito morire… è il racconto di un meccanismo feroce che non può lasciarci indifferenti.
Ma chi era Eros Priore? Cosa aveva combinato di tanto grave da finire anche in un carcere?
“Chi era… una persona certo poco gestibile, un caratteriale, ma che non aveva mai fatto male a nessuno. Una sorta di Forrest Gump, lo definirei… nel suo paese, Colleferro, era anche benvoluto… lo racconta anche il parroco che ne conosceva le fragilità” risponde Francesco Lo Piccolo, giornalista che da anni si occupa del reinserimento di ex detenuti, e dirige Voci di Dentro, rivista scritta da detenuti delle carceri abruzzesi. Che la vita di Eros da tempo aveva seguito, e questa vicenda “incivile e barbara” ha denunciato dalle pagine di Huffpost.
Il TSO, il trattamento sanitario obbligatorio, Eros Priore, irascibile quando obbligato o se si sentiva “guardato storto”, lo subisce dopo un litigio, nel Centro di Igiene mentale di Colleferro… da lì inizia “un calvario fatto di comunità che definiva lager, legacci, psicofarmaci, visite mediche, perizie… per poi finire in carcere. Un calvario per motivi di sicurezza, per risocializzare - come prescrivono i giudici - una persona ritenuta socialmente pericolosa, caratteriale, visionario che si rifiuta di prendere psicofarmaci, che non accetta cure, comunità e restrizioni di alcuna natura…”.
Ma tutto accade a Eros, fuorché essere curato e tantomeno risocializzato. Perché non è cura la somministrazione costante di psicofarmaci quando esclude, come denuncia la sorella di Eros, l’attenzione all’umanità che pure è in ciascuno. Immaginate poi cosa può accadere quando “la cura” diventa il carcere, foss’anche una casa-lavoro, dove però Eros, invalido, non può lavorare. Lì alle problematiche di salute mentale si aggiunge dell’altro. Eros si ammala, è stato necessario asportare parte dell’intestino, subisce una stomia e lì rimane, in un’estate che trasforma quel carcere in una fornace (è il suo lamento…), con il sacchetto esterno per la raccolta delle feci più del tempo necessario per mancanza, quell’estate, di personale medico che potesse rioperarlo. Ha un tumore ai polmoni e nell’ultimo video-colloquio con la sorella si presenta reggendosi su una scopa, che gli fa da stampella… E viene rimandato a casa, il tempo di essere trasferito in ospedale per morire.
Se cerchi il perché di tutto questo, rischi di perderti nei dettagli, di burocrazie, vuoti, timori, non risposte… ma al di là di inadeguatezze individuali o collettive, alla fine la risposta è in un kafkiano meccanismo di rimpallo per cui alla fine, quando non si sa che fare, rimane il carcere. Un tremendo cortocircuito fra sistema giudiziario, penale e sanitario.
Una storia che, per chi l’ha seguita, non è facile buttarsi alle spalle. Così Francesco Lo Piccolo ha cercato di capirne di più, e mi racconta: “Sono andato questa settimana a parlare con la direttrice della casa lavoro di Vasto dove era internato Eros Priori. Mi ha spiegato che Priori era una persona bizzarra ma tranquilla (forse per i farmaci) e che in più occasioni ha fatto presente alla Sorveglianza che il suo stato di salute (resezione dell’intestino e applicazione del sacchetto per le feci) non era compatibile con la detenzione. La stessa incompatibilità era stata accertata anche dal Medico dell’Unità Operativa di Sanità Penitenziaria del Provveditorato dell’Amministrazione Penitenziaria di Abruzzo e Molise. La risposta (ovvero la scarcerazione e l’invio a casa dalla sorella) purtroppo è stata sempre negativa, mi è stato detto, a causa della diagnosi di pericolosità sociale accertata dal Dipartimento di Salute Mentale di Colleferro che aveva definito Priori affetto da schizofrenia e delirio”.
Il controllo, dunque, prevale sulla cura.
La non cura in carcere, in generale, è tanta… basti dire che Francesco Ceraudo, pioniere della sanità penitenziaria, ha titolato il libro sulla sua esperienza nei lunghi anni nelle carceri italiane “Uomini come bestie”. Pensate poi come possano essere seguite e curate persone con problemi psichiatrici, anche solo considerando che la media nazionale di ore di presenza degli psichiatri in carcere è di 8,9 ore ogni 100 detenuti, 13,5 ore se parliamo di psicologi. “Lo psichiatra dedica meno di 5 minuti a settimana, lo psicologo 8 minuti a settimana per persona detenuta”, dicono i dati raccolti da Lo Piccolo che non si ferma nel portare avanti la sua denuncia.
Stiamo parlando di medie, ma valutate voi, se nell’universo carcere più della metà dei detenuti è in terapia psichiatrica…
Tornando alla triste storia di Eros Priore… Quasi una beffa, se proprio due giorni dopo la sua morte, arriva la pronuncia della Cedu, la Corte europea dei diritti dell’uomo, che condanna l’Italia per aver tenuto in carcere per più di due anni un cittadino con problemi psichici. Detenzione “illecita”, il carcere è “vietato” per i malati psichici.
Eros in carcere non sarebbe dovuto mai entrare. E quante sono le persone che in carcere ancora stanno, pur dovendo stare, se si volesse dar seguito alla pronuncia della Cedu, da tutt’altra parte. Ma tant’è. E dimentichiamo in fretta storie come questa.
Eppure, molto ci sarebbe da cercare, per capire e trovare strade.
Confrontandomi, ancora, con Francesco Lo Piccolo che, appena tornato dal suo ostinato indagare (ha ascoltato anche l’avvocato di Priore, il parroco di Colleferro…), mi ha detto: “Alla fine, resto della mia idea: un debole in una società dove è facile approfittarsi di chi non sa difendersi. E dove alla cura, all’aiuto e alla comprensione si preferisce la costrizione e il carcere. E che, pur di fronte all’evidenza, pur di fronte alla sua sofferenza anche fisica (dopo la resezione dell’intestino Priori non stava neppure in piedi) si è preferito non vederlo, facendo parlare le carte, il fascicolo, la fredda diagnosi. Un meccanismo infernale che si è protratto anche di fronte alla diagnosi di tumore all’ultimo stadio. Non c’è una responsabilità, ce ne sono tante, soprattutto di chi non sa guardare in faccia il prossimo, come peraltro faceva ed insegnava Franco Basaglia”.
sabato 14 agosto 2021
Da non dimenticare, accadeva in questi giorni. Lui come altri/e vittime della psichiatria
fonte:https://www.infocilento.it/
12 anni fa moriva Francesco Mastrogiovanni: “il maestro più alto del mondo”
Era il 4 agosto 2009 quando Francesco Mastrogiovanni morì all'ospedale di Vallo dopo 83 ore trascorse legato al letto di contenzione

VALLO DELLA LUCANIA. Era il 4 agosto del 2009 quando Francesco Mastrogiovanni, maestro elementare di Castelnuovo Cilento, spirò presso l’ospedale “San Luca” di Vallo della Lucania. Era ricoverato in regime di Tso dal 31 luglio.
Francesco Mastrogiovanni: il tso
Quel giorno le forze dell’ordine lo andarono a prendere in spiaggia per un trattamento sanitario obbligatorio (per lui sarebbe il terzo nel giro di pochi anni). Quella mattina ci fu un dispiegamento di forze non indifferente: Francesco Mastrogiovanni fu circondato da terra e da mare da carabinieri e guardia costiera.
Arrivato in ospedale, Francesco Mastrogiovanni, venne dopo poco tempo legato con delle fascette di plastica al letto di contenzione. Fu liberato solo sei ore dopo il decesso, avvenuto il 4 agosto, ad 83 ore dal suo arrivo presso il presidio ospedaliero.
Il processo
Dopo il decesso è iniziato un lungo iter giudiziario. In primo grado per la morte dell’insegnante vennero condannati i medici, a vario titolo, per omicidio colposo, sequestro di persona e falso ideologico. Tre anni fa, nel 2018, la Corte di Cassazione mise la parola fine alla vicenda.
I giudici per la morte di Francesco Mastrogiovanni confermarono le condanne ai sei medici e agli undici infermieri per il sequestro di persona, con i medici condannati anche per falso ideologico. Annullata invece la sentenza d’appello per il reato di morte come conseguenza di altro delitto, caduto in prescrizione. Le pene: dai 15 ai 7 mesi.
Chi era Francesco Mastrogiovanni
Maestro nella scuola elementare di Pollica, anarchico, uomo di cultura, amatissimo dai suoi alunni che lo descrivevano come il «maestro più alto del mondo», Francesco Mastrogiovanni è diventato il simbolo per quanto lottano per un’adeguatezza delle cure in ambito psichiatrico.
Nel 2015 un docufilm raccontò la tragica morte di Mastrogiovanni.
Il ricordo
«Noi non dimentichiamo! Mio zio Francesco Mastrogiovanni è stato ucciso dalla mancanza di umanità di persone che avrebbero dovuto curarlo e invece hanno messo fine alla sua vita in poche ore. Nessuno, in quel reparto, lo ha considerato più come una persona». Così la nipote Grazia Serra in occasione del 12° anniversario della scomparsa.
sabato 13 febbraio 2021
LETTERA con gli ULTIMI AGGIORNAMENTI sulla SITUAZIONE di ALICE DI VITA
Sotto trovate una nuova lettera di Antonio Di Vita con gli ultimi aggiornamenti sulla vicenda di Alice. Antonio da tempo lotta per la libertà di scelta terapeutica, contro l’obbligo di cura e per il rispetto delle volontà di sua figlia Alice. Vi chiediamo di pubblicare la storia di Antonio e Alice sui vostri canali e siti, nella speranza che altri si uniscano alla sua battaglia per la liberazione di Alice.
Il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud-Pisa
antipsichiatriapisa@inventati.org
artaudpisa.noblogs.org 335 7002669
via San Lorenzo 38 Pisa
Alice da tempo esprime la volontà di venire a vivere da me e di essere curata presso strutture specializzate per ciò che concerne il problema della tracheostomia. Questa volontà è stata negata più volte dal giudice tutelare. Le istanze della mia avvocatessa dott.ssa Malune non sono mai state prese in considerazione.
In seguito ad un’istanza presentata dal corrente Amministratore Di Sostegno (ADS), la giudice tutelare dott.ssa Colombo ha disposto che Alice sia collocata in una struttura lontana da me, l’Istituto La Consolata di Bibbiena (AR) e che io non possa avvicinarmi a tale struttura. Cosa molto ingiusta, senza ragionevoli motivazioni e senza mai essersi presa la briga di ascoltarmi, come da mio diritto. Perché??? Mi domando se questo modo di operare dell’autorità giudiziaria rispetti i principi della nostra Costituzione.
Alice si è molto preoccupata dal fatto che io non andassi più a trovarla, quando prima ci andavo tutti i giorni per almeno otto ore. Alice, con la quale ho un contatto telefonico quotidiano, per qualche tempo non ha creduto alle mie spiegazioni, non capacitandosi delle motivazioni della giudice che mi tengono lontano da lei.
Il 14 luglio 2020 Alice è stata ricoverata di urgenza al Pronto Soccorso di Arezzo per seri problemi respiratori dovuti ad un cercine creatosi a causa dell’infiammazione generata dalla permanenza prolungata della cannula tracheostomica. È stato in seguito deciso di procedere con un intervento chirurgico, che però – nonostante l’urgenza – ad oggi non è stato ancora eseguito ed i problemi, ovviamente, si sono aggravati. Considerate che la cannula poteva e doveva essere rimossa già tre anni e mezzo fa.
Mi chiedo perché, nonostante io abbia informato gli organi istituzionali preposti al riguardo (Difensore Civico ed il Garante dei Detenuti e delle persone private della libertà) questo intervento non sia stato ancora eseguito. È necessario ricordare che loro stessi avevano contattato il primario otorino dell’ospedale di Arezzo, dott. Ciabatti, il quale aveva dato piena disponibilità per l’intervento ad agosto 2020. La disponibilità da parte del dott. Ciabatti era stata già confermata e l’operazione poteva essere fatta a breve termine quando il rischio covid-19 era molto inferiore che nei mesi di fine settembre – ottobre 2020.
A mia figlia vengono tuttora somministrati pesanti psicofarmaci: sta nuovamente perdendo la memoria recente e ha difficoltà a esprimersi. I suoi denti si sono affossati all’interno delle gengive e sono diventati neri, probabilmente proprio a causa dei farmaci. A oggi nulla è ancora stato fatto Non è stato fatto per risolvere questi problemi.
Essendoci stati casi di covid-19 nell’Istituto La Consolata (che è anche una Residenza Sanitaria Assistita), ho presentato subito un’istanza per riportare a casa mia figlia e farla curare, a mie spese, dai migliori specialisti.
La giudice tutelare ha negato la
mia richiesta, non tenendo conto della Convenzione ONU sui diritti
delle persone con disabilità, fatta a New York il 13/12/2006, ratificata
dall’Italia con legge n. 18 del 03 marzo 2009 (pubblicata nella
Gazzetta Ufficiale n. 61 del 14 marzo 2009) e nello specifico:
Art. 12: “..…… Tutte le persone con
disabilità, indipendentemente dal tipo e grado di disabilità, hanno il
diritto inalienabile di godere della capacità legale su base di
eguaglianza con gli altri. – Il diritto degli adulti di esercitare
pienamente la capacità giuridica in ogni area della vita.”
Art. 19: …”riconoscono il diritto
di tutte le persone con disabilità a vivere nella società, con la stessa
libertà di scelta delle altre persone, e adottano misure efficaci ed
adeguate al fine di facilitare il pieno godimento da parte delle persone
con disabilità di tale diritto e la loro piena integrazione e
partecipazione nella società, assicurando che: le persone con disabilità
abbiano la possibilità di scegliere, su base di uguaglianza con gli
altri, il proprio luogo di residenza e dove e con chi vivere e non siano
obbligate a vivere iin una particolare sistemazione”.
Al contrario, sia la giudice che
il Consulente Tecnico di Ufficio (CTU) sembrano aver tenuto in alta
considerazione, ed in pratica assecondato, quanto indicato dal direttore
dell’istituto Agazzi, dott. Lapini, che precedentemente aveva in carico
Alice. Il CTU ha infatti riportato le seguenti indicazioni nella
relazione “il dott. Lapini ribadisce la necessità e la volontà di non
rompere con il padre, ma di inviargli un messaggio chiaro, di maggior
rispetto delle regole”. Su questo bisognerebbe che ci chiedessimo “quali
regole?”. Infatti, io vorrei sapere il reale motivo per il quale il
giudice ha preso il provvedimento di divieto nei miei confronti di
avvicinarmi alla struttura dove Alice è ricoverata, senza avermi mai
convocato per sentire la mia versione dei fatti e le mie ragioni
riguardo alle così dette “regole” del dott. Lapini, delle quali ho
appreso l’esistenza solo leggendo tale relazione.
chi è che dovrebbe decidere? Il direttore di un istituto privato o la giudice tutelare?
A fronte di altri casi di covid-19 verificatesi nell’Istituto La Consolata di Bibbiena, il giorno 11 gennaio 2021, ho appreso con mio stupore che Alice era stata affidata a sua madre, sig.ra Rossella Bonistalli, la quale aveva fatto anche lei un’istanza per richiedere il temporaneo affidamento di Alice e nel frattempo aveva già affittato una casa a Montevarchi e aveva preso aspettativa.
Perché ancora una volta è stata ignorata la volontà di Alice di tornare a vivere a casa mia, dove aveva vissuto e ha la residenza? A detta della direzione dell’Istituto La Consolata, Alice era risultata negativa al Covid-19 dopo aver fatto due tamponi. Purtroppo però, Alice si è sentita male dopo soli due giorni trascorsi con la madre a Montevarchi, ed è risultata positiva al covid-19. Per fortuna le sue condizioni di salute sono migliorate e attualmente è casa della madre.
Avendovi detto tutto questo e
avendo constatato che attraverso le vie legali non sono riuscito ad
ottenere giustizia, ma solo la consapevolezza di un muro di gomma
costruito ad arte e con lo scopo di perseguire interessi privati a spese
dei contribuenti. Vi chiedo di aiutarmi a far si che la volontà di mia
figlia sia rispettata che non venga più rinchiusa in strutture private
convenzionate e che le vengono tolti gli psicofarmaci che la stanno
danneggiando. Sono disposto a fornirvi tutte le documentazioni,
chiarimenti e dettagli che riterrete necessari. Devotamente
riconoscente, e ringraziandovi per il Vostro aiuto,
cordiali saluti
Antonio Di Vita, Montevarchi, 05/02/2021 Tel. 3397547345 – 339 345 2642
domenica 1 novembre 2020
TSO e trattamento coercitivo con depot – Storia di Alessandra
fonte:https://mad-in-italy.com
Questa è la storia di Alessandra (nome di fantasia) che ci racconta di come i contrasti sul lavoro e il mobbing possano avere come conseguenza il coinvolgimento dei servizi di psichiatria e di come, una volta segnalati come utenti, sia quasi impossibile uscirne.
Storia di Alessandra
A metà degli anni ‘90 cominciai a lavorare come barista presso il bar di una sede politica. Il lavoro procedeva bene e per una decina di anni non ho avuto alcun tipo di problema, dopodiché per uno scandalo che coinvolgeva le forze politiche che gestivano la catena dei bar cominciò per me un periodo di forte stress, di paura e di ansia.
Nel tentativo di conservare il posto di lavoro insieme ai miei colleghi denunciammo alcuni illeciti riguardanti la gestione del bar. Alla denuncia seguirono provvedimenti disciplinari come ritorsione contro di noi.
Iniziò così nei nostri confronti un duro mobbing con minacce, intimidazioni, gomme squarciate, macchine graffiate ecc.
Dato lo stress che stavo vivendo, un responsabile dell’esercizio in cui lavoravo mi consigliò di rivolgermi alla Asl e di farmi fare un certificato per mettermi in malattia.
Così andai alla ASL, ma la dottoressa a cui chiesi aiuto non fece nessun certificato medico, bensì mi riempì di psicofarmaci. Non mi ripresentai più e buttai via i farmaci, visto che la mia unica colpa era di aver denunciato gli illeciti.
Quella, a mio avviso, fu solo una tattica per potermi segnalare a vita. Scoprii solo in seguito che chi si rivolge alla psichiatria della Asl rimane segnalato e marchiato a vita.
Iniziai la mia causa per aver subito un licenziamento illecito mentre continuavano le minacce e le intimidazioni.
La causa, che vinsi, durò 4 anni. Nel frattempo, cominciai a lavorare per un’altra catena di ristorazione, ma fu sempre peggio, in quanto c’erano le votazioni di mezzo. Nel 2013 iniziarono a togliere voci dalla busta paga o a non pagare gli stipendi, fui declassata e minacciata verbalmente da parte di soggetti conosciuti alle forze dell’ordine. Denunciai i soprusi nuovamente ai carabinieri, alla guardia di finanza e all’ispettorato del lavoro.
Nel 2015 venni fermata a Roma dove ero giunta per trovare un buon avvocato disposto ad aiutarmi e fare emergere la mia storia, ma fui fermata da due poliziotti con due pistole puntate addosso. Questi mi parlano per più di tre ore, durante le quali io ero tranquilla e serena, non davo alcun segno di agitazione, spiegando che avrei denunciato quello che stavo subendo presso la caserma di via Genova, poco distante da Roma termini. Ma venni convinta a salire su un’ambulanza con l’inganno. Mi dissero che mi avrebbero fatto un controllo e che sarei poi stata rimandata a casa.
Ma così non fu, mi sedarono pesantemente tanto che mi risvegliai solo dopo essere stata trasporta in una stanza d’ospedale. Solo in seguito, si scoprirà tramite le cartelle cliniche che in un foglio fu dichiarato che ero in stato confusionale lungo una strada, mentre in un altro che venivo prelevata da un albergo di via Firenze. Affermazioni in contraddizione tra loro per giustificare il TSO.
Durante il TSO vieni pesantemente imbottita di psicofarmaci e lasciata sola. Non ti vengono spiegati tuoi diritti e non puoi difenderti in quel silenzio totale. Mi fecero così una diagnosi di mania di persecuzione. Una vera vergogna!
All’uscita dall’ospedale mi venne cambiata la terapia e iniziò la mia odissea: Tavor, puntura di Haldol (terapia depot), Clozapina e Depakin.
Iniziarono i problemi di tremore, svenimenti, collassi, sbavavo dalla bocca, movimento delle gambe come uno spastico e movimenti delle braccia incontrollabili.
Durante il TSO ero stordita dagli psicofarmaci, ma non stavo male, mentre con la nuova terapia dovevo uscire accompagnata e avevo tutti questi effetti collaterali fastidiosissimi e invalidanti.
Che necessità c’era di cambiarla? Mi dissero che il cambio di terapia era la prassi.
Stavo molto male e la dottoressa della Asl mi consigliò di fare la domanda di invalidità e accedere alle liste delle categorie protette.
Ai miei familiari, fratelli e marito, venne detto che la mia patologia era grave e ci sarebbero voluti anni per guarire.
Dopo avermi quasi resa invalida, sapendo che avevo una casa di proprietà, volevano che facessi domanda per avere un amministratore di sostegno, ma mi opposi insieme alla mia famiglia e la cosa per fortuna non andò in porto. Uno scandalo!
Posso ringraziare mio marito e mia sorella che fecero sospendere la puntura di Haldol se oggi sono qui a raccontate la mia storia, fatta di malagiustizia e malasanità.
Nonostante questo, sono tuttora costretta, contro la mia volontà, ad assumere Clozapina e Paliperidone in forma depot (al posto dell’Haldol). L’assunzione di questi farmaci mi ha procurato danni al cuore, in particolare un ispessimento della parete cardiaca, aritmie e la sindrome del QT lungo (alterazione dell’attività elettrica del cuore che può mettere a repentaglio la vita del paziente, NDR), tipici del trattamento attuale e che possono indurre un attacco cardiaco improvviso.
A tutt’oggi, dopo averne sentito più di 20, sono in cerca di un avvocato che si prenda a cuore la mia storia, ma tutti rispondono che non trattano i casi di TSO, che non vogliono correre il rischio di dover smettere di lavorare, che hanno dei figli e non vogliono perdere il posto di lavoro ecc.
È una pura e reale vergogna dalla quale non riesco ad uscire!!!
Mi auguro che la pubblicazione della mia storia serva a salvare e aiutare molte altre persone che come me stanno subendo situazioni come la mia.
Alessandra
domenica 20 settembre 2020
Intervista a Giorgio Antonucci
Circa 3 anni fa veniva mancare a Firenze Giorgio Antonucci,
medico e psicanalista che per più di vent’anni si è occupato di
psichiatria nelle istituzioni pubbliche. Antonucci ha iniziato nel 1968 a Cividale del Friuli, nel primo reparto di ospedale civile pensato in alternativa agli internamenti in manicomio. Nel 1969 ha lavorato a Gorizia, con Franco Basaglia (a differenza sua non ha mai praticato l'elettroshock sui propri pazienti). Dal 1970 al 1972 ha svolto la sua attività a Reggio Emilia. Infine è rimasto in servizio a Imola, sino a un paio di anni fa. Pubblichiamo questa intervista del 1997 che rimane, purtroppo, molto attuale.
Psicofarmaci
Intervista al Dott. Giorgio Antonucci
Dr. Giorgio Antonucci: "Direi che un primo punto comprensibile a tutti è che gli psicofarmaci sono sostanze chimiche dello stesso tipo delle droghe, anche se in generale si dà il nome di droga alle sostanze proibite e non agli psicofarmaci. Si tratta di sostanze che si dicono "neurotrope", cioè che agiscono elettivamente sulle cellule nervose e sulle cellule cerebrali; sia gli psicofarmaci che le droghe proibite hanno le stesse caratteristiche di "neurotropismo".
La chimica cerebrale è così complessa e fine che qualsiasi intervento grossolano, che venga definito droga o psicofarmaco, comporta delle conseguenze negative anche se certi effetti iniziali, sia delle droghe che degli psicofarmaci, possano sembrare favorevoli. A lungo andare si costituisce la tossicodipendenza, che significa che le cellule nervose e le altre cellule che si sono difese dalla sostanza tossica, ad un certo punto hanno elaborato delle situazioni chimiche per cui cercano di inglobare la sostanza estranea e allora poi, quando questa sostanza viene sospesa, avviene la dipendenza farmacologica, che è un fatto anche questo biochimico. Se giustamente si fa la campagna contro le droghe in quanto danneggiano il sistema nervoso, si dovrebbe fare anche la campagna contro gli psicofarmaci.
Il guaio più grosso è che le persone prendono queste sostanze su consiglio dei medici o su influenza della cultura medica, pensando che migliorino il funzionamento del sistema nervoso centrale. Se qualcuno si vuole avvelenare, ha il diritto di farlo, ma il brutto è se uno si avvelena pensando di farsi del bene perchè il medico gli ha dato dei consigli sbagliati: questo è grave. Un medico che consiglia delle sostanze dannose per il cervello e per l'organismo fà il contrario di quello che dovrebbe fare."
Domanda: "C'è quindi una subcultura che porta alla prescrizione di droghe dannose...."
Dr. Giorgio Antonucci: "Io non direi una subcultura, ma una cultura; io non faccio ora una considerazione qualitativa: è cultura perchè la medicina attuale nella nostra società non è una sottocultura. E' cultura nel senso che viene insegnata nelle università, viene applicata negli ospedali, viene accettata dalle Unità Sanitarie Locali, il Ministero della Sanità si attiene a questo tipo di pratica. Si tratta ovviamente, a mio giudizio, di una cultura sbagliata.
Proprio per questo succede che le persone si avvelenano con il Tavor credendo di farsi del bene. E' perchè glielo ha detto il medico, oppure, se non glielo ha detto il medico, è a causa di questa cultura medica in generale che è presente nella nostra società attualmente.
Più volte -e lo ripeto ora- ho attribuito alla medicina ufficiale l'uso delle droghe: è la nostra medicina che ha inventato la "pillola della felicità". Detto in altre parole: è la nostra medicina che ha inventato che con la chimica si può essere più felici che senza la chimica; per cui poi non c'è da meravigliarsi se le persone prendono le droghe per essere meno infelici o per risolvere dei problemi o per passare una serata. Quella della droga non è una cultura indipendente dalla medicina ufficiale.
Fin dall'antichità c'è il concetto che certe sostanze chimiche possano darci un prolungamento della giovinezza, un miglioramento della vita amorosa o una diminuzione dell'angoscia di vivere. Questa è una cultura che la medicina ha assimilato dentro di sé e che porta avanti con la psichiatria. La cultura che passa è che bastano alcune pilloline per risolvere un problema che riguarda l'intera esistenza.
Personalmente non sono proibizionista e penso che ognuno abbia il diritto di assumere la sostanza che più gli piace, ma i medici non hanno il diritto di consigliare delle sostanze che sono dannose.
Domanda: "Questo è un punto importante. Come è possibile che certi medici, anche accreditati, come per esempio Cassano, in televisione, affermino che gli psicofarmaci sono utili in innumerevoli casi? Ci possono essere delle situazioni in cui è necessario l'uso, o si tratta di medici sicuramente corrotti o incompetenti?
Dr. Giorgio Antonucci: "Si tratta ancora una volta del problema della cultura dominante attualmente nella nostra società. Nel 1600 c'era ancora la cultura della caccia alle streghe che comportava determinate conseguenze. Non era una sottocultura, ma una cultura di avvocati, giuristi, sacerdoti, scrittori e anche scienziati. Da una determinata cultura vengono determinate conseguenze.
Come ho detto all'inizio, le interconnessioni tra i neuroni sono delicatissime ed intervenire in modo da disturbarle è pericoloso. Questo è un dato di fatto, poi stà a Cassano rispondere perchè non tiene conto di questo dato di fatto.
Però devo dire, anche, che gli psichiatri non si preoccupano affatto di migliorare lo stato d'animo, la condizione psicologica o la salute in generale, delle persone.
Si preoccupano casomai, di mantenere l'ordine pubblico: lo psichiatra non viene chiamato quando uno sta male, ma quando uno fa una cosa che disturba gli altri nel loro moralismo e nella loro vita pratica. Non mi risulta che mai sia stato chiamato uno psichiatra quando uno sta male in tanti anni che sono in questo campo.
Specialmente quando si tratta di Trattamento Sanitario Obbligatorio, viene chiamato quando per esempio uno ha picchiato la madre o è uscito fuori in mutande, oppure per cose molto meno vistose come nel caso in cui uno si chiude in una stanza e non vuole più uscire o perchè non ha più voglia di lavorare. Tutti problemi che, comunque si vogliano vedere, sono problemi di comportamento e di rapporto, non probelmi medici, né probelmi di benessere psicologico. La psichiatria fà passare come malattia il comportamento che non corrisponde ai concetti generali delle persone che si trovano d'intorno e poi, dopo di ciò, fà degli interventi cosidetti di carattere medico, ma che invece non hanno niente a che vedere con la medicina e che sono per di più dannosi.
Domanda: "Ecco, vediamo proprio quest'ultimo aspetto di carattere tecnico: tu escludi quindi che ci possa essere anche un solo caso in cui la somministrazione di uno psicofarmaco possa essere beneficio per la salute...
Dr. Giorgio Antonucci: "Non dico questo. Dico più precisamente che un medico non deve somministrare psicofarmaci sapendo che questi sono dannosi al cervello e all'organismo.
Domanda: "Quindi è sicuramente un danno la somministrazione di qualsiasi psicofarmaco....
Dr. Giorgio Antonucci: "Si. Come c'è scritto nei fogli stessi delle case farmaceutiche che accompagnano queste sostanze.
Domanda: "C'è un principio in medicina che afferma: "Primum non nocere":
Dr. Giorgio Antonucci: "Esatto. A questo si deve aggiungere il fatto che essere tristi o allegri, pensare di essere ricchi mentre invece si è poveri, pensare di essere grandi come Beethowen mentre non si sà neanche la musica, aver paura di essere perseguitati anche quando non è dimostrabile che lo si è: tutte queste non sono malattie ma sono variazioni di comportamento e di pensiero nell'ambito di una vita sociale complessa.
Domanda: "A quanto ne sappiamo, la psichiatria afferma, e ultimamente dirige la sua azione sempre di più nei confronti dell'adolescenza e dell'infanzia, che un dato comportamento anomalo è il risultato di un difetto neuronale e il farmaco può riuscire a corregere in tempo questo difetto, salvando così la persona dalla malattia.
Dr. Giorgio Antonucci: "Escludo che possa trattarsi in ogni caso di un difetto, si tratta sempre di scelte che non vengono comprese o condivise dal medico. Comunque, poniamo che ci sia un difetto neuronale: con gli psicofarmaci lo si peggiora!
Se in una struttura così delicata come il cervello si interviene "bombardando"... Sarebbe come dire che la città di Firenze funziona male- il che è vero per diversi motivi (traffico, inquinamento, ecc)- e allora cosa si fà? La si bombarda e dopo vediamo come vanno le cose. Gli psicofarmaci agiscono nello stesso modo nei confronti del cervello.
Se io riduco una persona in condizioni tali che non è più nemmeno capace di pensare, non gli faccio certo cambiare idea, ma limito le sue capacità di scelta: con gli psicofarmaci ottengo precisamente questo.
La condizione umana è ricca e complessa e gli psichiatri la semplificano, tanto è vero che Cassano (che preferirei non citare nemmeno) parla di personaggi come Dante Alighieri e San Francesco dicendo che sono dei depressi o altre cose e, conoscendo le sue idee, se questi personaggi fossero vissuti ora, gli avrebbe certamente fatto l'elettroshock o qualcos'altro. Gli psichiatri in generale sono delle persone molto limitate, se no non farebbero la loro professione e probabilmente sono anche invidiosi delle persone che limitate non sono.
Domanda: "Ho conosciuto una persona che, per dei suoi problemi esistenziali, si è rivolta ad uno psichiatra famoso e quest'ultimo gli ha somministrato degli psicofarmaci. Ora questa persona non ha risolto in questo modo i suoi problemi, però vorrebbe avere un'alternativa. Ha discusso con me la sua situazione e, alla fine, la sua domanda era sempre: "cosa debbo fare?" Quale alternativa ci può essere alla psichiatria?
Dr. Giorgio Antonucci: "Certamente, se una persona esprime il suo stato di infelicità esistenziale, ci si domanda come si può aiutarla, ma non cosa si deve fare nel senso "questa è la malattia e questa è la cura". E' questo il grave errore! Se una persona è, come dicono gli psichiatri con un termine superficiale, depressa (sarebbe meglio dire infelice), io, come medico, non gli posso risolvere il problema. Gli psichiatri invece si presentano come quelli che risolvono il problema: è questa l'ipocrisia.
Quelli che vanno dallo psichiatra sperano nel miracolo: "sto male, lui mi dà la medicina e dopo sto bene", poi passano gli anni, non succede niente di buono, anzi uno si logora per delle speranze sbagliate e logora anche il proprio organismo. Non esistono soluzioni di questo tipo. Non si può risolvere il problema di un altro e non si deve neanche farlo.
Domanda: "Quindi lo psichiatra fa delle false promesse o, detto in altre parole, approfitta delle sofferenze degli altri...
Dr. Giorgio Antonucci: "E anche dell'ingenuità. Una persona che soffre è disposta a tutto.
Una persona che è disperata perchè si sente fallita, perchè invecchia, perchè ha paura della morte, perchè si innamora e non è corrisposta e così via, va dallo psichiatra e quando quest'ultimo gli dice "ti faccio l'elettroshock e dopo starai meglio", quella se lo fa fare. Resta il fatto che questa persona viene aggredita. Gli viene promesso un aiuto e la si aggredisce: peggio di così non si potrebbe fare.
Oppure ci potrebbe essere il caso di una persona che è confusa, che non ha le idee chiare. Con lo psicofarmaco ce l'avrà meno chiare di prima! Mettiamo il caso che una persona non abbia le idee chiare riguardo alla propria vita amorosa: ha certamente bisogno di aiuto. Ma se qualcuno gli dice "Ti dò questa medicina così poi risolvi tutto"; questa è una truffa.
Domanda: "Attualmente viene fatta molta pubblicità riguardo al cosidetto "Disturbo da Attacco di Panico"...
Dr. Giorgio Antonucci: "Questa è la situazione in cui, data una definizione a qualcosa, si costruisce una malattia. Come la 'sindrome di Stendhal'. Siccome Stendhal racconta che quando venne a Firenze, a Santa Croce, era emozionato ed ha avuto un momento come di estasi, hanno inventato ora questa malattia. Per cui quando un turista arriva a Firenze e, a causa dell'inquinamento, è asfissiato e viene ricoverato in ospedale dicono che ha la "sindrome di Stendhal". Se per ogni singola esperienza che facciamo si inventa una malattia, non se ne esce più. La paura è solo un singolo aspetto della realtà. In un mondo come quello in cui viviamo, avere delle crisi di panico è più che naturale. In certi momenti uno può essere terrorizzato, ma non è una malattia questo: è il fatto che ci possono essere delle cose che provocano paura e può succedere anche che sfuggano le vere cause che provocano questa paura. Discutendo con questa persona si può arrivare a capire da dove viene la paura e vedere se ci si può rassicurare, evitare i pericoli, eccetera. Non si può parlare di patologia: si tratta casomai di problemi psicologici, ma non di patologia. Ma poi, qual'è lo stato di salute della psiche, visto che si parla tanto di malattie psichiche? Qual'è l'uomo normale? E' l'uomo che non ha paura, quello che non fa errori, che non ha angosce, che non fa mai niente di stravagante,... E cos'è questo? E' morto!
Domanda: "Ho assistito ad una trasmissione televisiva in cui Cassano si è portato dietro una persona che soffriva appunto di questa "malattia" (disturbo da attacco di panico) e ha citato anche una statistica che afferma che in Italia circa 240.000 persone ne soffrono. Queste persone, improvvisamente e senza alcun motivo...
Dr. Giorgio Antonucci: "Non ha senso neanche continuare a discutere. Il solo fatto di dire "una persona ha paura senza alcun motivo" è un'affermazione stupida; se qualcuno afferma una cosa del genere non può altro che essere uno che non capisce niente. Innanzi tutto come si fà a stabilire che una persona prova paura senza alcun motivo; e poi al giorno d'oggi succede che siamo minacciati da tutte le parti...
Domanda: "Il fatto è che la persona, paziente di Cassano, diceva di se stessa di provare paura senza capirne il motivo...
Dr. Giorgio Antonucci: "Che ci siano molte persone che sono convinte che le loro paure, invece che essere parte della loro psicologia, siano una malattia, questo è reale. In manicomio, le persone di cui mi occupavo io erano tutte convinte di essere malate, ma questo non cambia niente.
Tra l'altro non è neanche una cosa corretta dal punto di vista deontologico. Portarsi dietro una persona che dice "Mi ha guarito bene" è anche ridicolo: è chiaro che non mi porterò dietro la persona che non dice quello che voglio io".
da Liberamente, dicembre 1997
giovedì 23 luglio 2020
C'è chi i manicomi li libera e chi invece li inaugura
di Giuliano Granato
Quando il 2 marzo 2015 sono entrato per la prima volta in quello che era stato un Ospedale Psichiatrico Giudiziario, e che oggi è l'Ex Opg Je so’ Pazzo!, sapevo ben poco di cosa fosse un “manicomio”. Ne avevo l’immagine che avevo preso dai film, da qualche articolo, da qualche chiacchierata con psichiatri.
Dopo i primi giri per quel luogo sconfinato i cui corridoi facevano paura nell’abbandono cui erano stati lasciati, mi sono messo a studiare. Mi sono immerso in letture che mi consigliavano. Qualcosa di taglio più storico, qualcosa che indagava la struttura repressiva di quei luoghi. Ciò che però mi colpì più d’ogni altra cosa fu la lettura di testi scritti da ex internati, che raccontavano la propria storia, la propria reclusione, le torture subite., il "bello" che malgrado tutto quelle istituzioni totali non erano riuscite a strappare dalle loro anime. I primi mesi sono stati frenetici per attività portate avanti, incontri, presentazioni di libri.
Sono nate traiettorie che a distanza di tempo avrebbero dato vita a nuove ricerche, come quella di Antonia Bernardini sviluppata da Dario Stefano Dell'Aquila e Antonio Esposito, il cui spunto è nato da una mimosa che piantammo l’8 marzo 2015 e che dedicammo a lei, internata morta bruciata, legata al letto, nel manicomio femminile di Pozzuoli, reclusa per aver risposto male a un agente della Polfer.
L’incontro più segnante fu quello con Sabatino Catapano, scomparso da poco. Venne all’Opg, ci parlò della sua esperienza, gli orrori, la capacità di resistere. Ricordo perfettamente che alla famiglia di un altro internato, scioccata dallo stato in cui aveva ritrovato il proprio caro, suggerì di ritornare a brevissimo, di non lasciar passare tempo, di non lasciarlo solo. “Perché altrimenti arriva la morte” – disse.
E arriviamo a questi giorni. A un altro annuncio in pompa magna del Presidente De Luca, che ha sbandierato l’inaugurazione di una residenza psichiatrica ad Arzano. De Luca si gonfia perché si tratta della “più grande” struttura di questo tipo. 40 posti contro strutture più piccole, che al massimo possono contenere 20 persone.
Eppure, se De Luca avesse studiato un po’ saprebbe che non c’è proprio nulla di cui vantarsi. La “più grande” residenza psichiatrica è semplicemente un “deposito pacchi” più grande di quelli esistenti. Un luogo che ripropone la stessa logica del manicomio. La caratteristica fondamentale è quella dell’isolamento dei pazienti. Loro dentro e tutto il mondo fuori.
Io l’ho imparato da Sabatino che la cosa forse più importante è la comunità. E quello che ho appreso da Sergio Piro è che il contatto umano è ciò di cui un essere umano ha più bisogno. Legami, contatto, ascolto… Esattamente l’opposto del modello che De Luca ha celebrato.
De Luca è uno che esalterebbe la Bastiglia se solo fosse stata più grande. Perché non vede la sofferenza e l’oppressione, ma solo la metratura. Forse può essere un buon agente immobiliare – non me ne voglia la categoria, che tra l’altro spesso suda in situazioni difficilissime!, ma il Presidente di una Regione come la Campania proprio no...
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- Written by Giuliano Granato
mercoledì 24 giugno 2020
Per La LIBERTA’ di ALICE
VENERDì 26 GIUGNO alle ore 11 davanti alla struttura della Consolata a SERRAVALLE (Bibbiena- Arezzo)saremo presenti a sostegno di Antonio Di Vita che da tempo lotta per la libertà di scelta terapeutica, contro l’obbligo di cura e per la liberazione di sua figlia Alice. Ad Antonio è negato il diritto di visitare sua figlia, infatti da quando è stato nominato un Amministratore di Sostegno ogni volontà di Alice e suo padre è stata calpestata. Vi invitiamo tutti e tutte ad appoggiare questa battaglia. In allegato la lettera con la storia di Alice.
Il collettivo Artaud
mercoledì 4 settembre 2019
Ricordando Elena Casetto
Una vicenda ancora da chiarire. Ma senza dubbio drammatica, angosciante. La morte della giovane Elena Casetto, nemmeno ventenne, bruciata mentre era legata al letto d’ospedale, ha scosso moltissime persone, compresa la scrittrice Simona Vinci (autrice, tra gli altri, del romanzo Dei bambini non si sa niente, vincitore del Premio Elsa Morante e tradotto in dodici paesi) che dopo aver letto la notizia ha pubblicato un post sulla sua pagina Facebook che vi proponiamo integralmente.
IL POST DELLA SCRITTRICE
“Elena Casetto. Osio di Sopra. Senza nessuna vergogna o freno inibitorio, tale era il bisogno di saperne di più, l’ho cercata sui social e ho fatto una ricerca google ma in rete, le uniche tracce eloquenti riguardo questa ragazza che avrebbe compiuto vent’anni a ottobre – lo riporta un comunicato redatto da qualcuno che evidentemente qualcosa in più lo sa – sono la data e le circostanze della sua morte: 13 agosto 2019, ore 10, torre 7 piano III del reparto di psichiatria – anzi: “servizio del territorio” – dell’ospedale GIovanni XXIII di Bergamo, morta carbonizzata senza che nessuno facesse in tempo a salvarla nonostante i numerosi tentativi.
Le fiamme pare siano divampate proprio dalla stanza nella quale la ragazza, sedata, era legata – negli articoli si legge “bloccata” – a un letto di contenzione per uno “stato di grave agitazione” e da più parti si legge che “pare” sia stata proprio lei – sedata e legata! – ad appiccare l’incendio, ma non sia ancora come. Sherlock Holmes vorrebbe resuscitare per esaminare il caso e risolvere l’enigma.
Da qualche altra parte ho letto un macabro dettaglio: che i resti del suo corpo sono stati ritrovati a terra, una gamba ancora legata con una cinghia al letto. È la fantasia a briglia sciolta del cronista? È la terribile realtà? Come si può morire in questo modo? Come si può aver vissuto, in quel modo, mi chiedo io. Diciannove anni. Chi era questa ragazza, che sofferenze deve aver patito, quali danni subito e quale destino le è toccato, mentre era letteralmente nelle mani di chi avrebbe dovuto sor-VEGLIARLA, accudirla, aiutarla. È possibile che nel 2019 dopo tutte le battaglie fatte in nome della libertà e della dignità di ogni singolo individuo – soprattutto se sofferente – e anche se “pericoloso per sé e per gli altri” – si possa morire bruciati e legati a un letto di contenzione?
Le indagini sono in corso, ne sapremo di più, per ora quello che sappiamo è che se la pratica della contenzione meccanica è normata per legge in maniera molto restrittiva e deve essere utilizzata solo come extrema ratio, in realtà in molti “reparti” psichiatrici degli ospedali italiani si pratica eccome. C’è un profilo senza volto e senza informazioni su Fb che risponde al nome di Elena Casetto. Il buio, il nulla, il vuoto. Se davvero questo è il nome della ragazza e se è lei ad essersi registrata, sarebbe stato molto meno angoscioso e atroce trovarci dei fiori su quella home, dei gattini, una frase, i versi di una canzone, un selfie, piuttosto che quell’identità pencolante, allusiva ma muta. Una specie di monito: ci sono ma non esisto. È questo che grida la sua morte”.
da qui
fonte: http://www.labottegadelbarbieri.org
domenica 21 aprile 2019
Coming Out Psichiatrici
" A che servirebbe, se conoscessimo tutto ciò che accade nel cervello durante la sua attività, se potessimo penetrare tutti i processi chimici, elettrici e così via, fino all'ultimo dettaglio?
Qualsiasi oscillazione e vibrazione, qualsiasi evento chimico e meccanico, non è mai uno stato d'animo, idea.
Comunque vadano le cose, quest'enigma resterà insoluto fino alla fine dei tempi, e io credo che se oggi venisse un angelo dal cielo e ci spiegasse tutto, il nostro intelletto non sarebbe nemmeno capace di comprenderlo "
Riflessioni postume del dottor Griesinger, l'essere umano a cui viene imputata la responsabilità di aver affermato che le malattie mentali sono malattie del cervello, dando inizio probabilmente al più tragico errore scientifico (e al più grande orrore sociale) della storia dell'evoluzione della conoscenza e della società umana.
venerdì 9 novembre 2018
Riccardo Rasman
di Mario Di Vito (conduttore di Radio Città Aperta)
I poliziotti lo ammanettarono, usarono filo di ferro per le caviglie e un bavaglio: dopo le botte i suoi polmoni si fermarono. Per la Cassazione si è trattato di un omicidio "pacificamente evitabile".
Nel gergo grigio e gelido delle sentenze vuol dire che sarebbe bastato molto poco perché le cose andassero diversamente. Riccardo Rasman aveva 34 anni quando entrarono a prenderlo, la sera del 27 ottobre 2006, nel suo appartamento di via Grego 18, a Trieste.
I vicini avevano chiamato il 113 perché lui stava ascoltando la musica a volume troppo alto e poi si era affacciato - completamente nudo - dal balcone per lanciare due petardi nella corte interna al condominio in cui viveva.
Riccardo durante il servizio militare aveva subito diversi episodi di nonnismo che, successivamente, avrebbero portato a una diagnosi di schizofrenia paranoide. Quella sera era felice, molto felice, troppo felice, almeno per i suoi vicini di casa, ai quali non è mai piaciuto: il giorno successivo, comunque, Rasman avrebbe cominciato a lavorare come operatore ecologico. Alle 20:21 arrivò una pattuglia del 113 sotto casa sua, alle 20;34 ne arrivò un'altra di rinforzo, accompagnata dai vigili del fuoco.
Rasman non voleva aprire: si era steso sul letto e aveva spento le luci. C'è da capirlo: nel 1999 Riccardo aveva già avuto a che fare con le forze dell'ordine, ne era uscito malconcio e lo denunciò, senza grosse conseguenze. Da allora, ogni volta che vedeva una divisa, aveva paura. Per questo si era rintanato e aveva spento tutte le luci e si era rintanato a letto quando aveva visto le luci blu delle volanti dalla sua finestra.
Alla fine i poliziotti riuscirono a entrare a casa sua, ne nacque una colluttazione e Rasman venne ammanettato a terra, immobilizzato, con le manette strette intorno ai polsi, del filo di ferro a tenere ferme le caviglie, addirittura un bavaglio per non farlo urlare.
Messo così, in posizione prona, cominciò a respirare in maniera sempre più affannosa, fino a che i suoi polmoni non si sono fermati; le perizie dicono che gli agenti esercitarono "sul tronco, sia salendogli insieme o alternativamente sulla schiena, sia premendo con le ginocchia, un'eccessiva pressione che ne riduceva gravemente le capacità respiratorie". Morte per arresto respiratorio avvenuta tra le 20:43 e le 21:04, si leggerà dopo nei referti. Sul tavolo c'era un biglietto, scritto proprio da lui, un attimo prima dell'arrivo della
polizia: "Per favore, per cortesia, vi prego, non fatemi del male, non ho fatto niente di male". Sul muro c'erano macchie di sangue; Riccardo era stato pure picchiato, probabilmente con un manico d'ascia e con il piede di porco che i pompieri usarono per forzare la porta del suo appartamento.
"Noi siamo entrati in quell'appartamento soltanto in marzo - racconta Giuliana Rasman, sua sorella, era un disastro: c'era sangue dappertutto e una chiazza di sangue verso la cucina. Poi dalle fotografie mi sono resa conto che l'hanno spostato con la testa verso l'entrata così da nascondere la chiazza di sangue che c'era lì. C'era una frattura, i capelli erano tutti pieni di sangue, c'era una frattura anche dietro il collo.
C'era sangue sul tavolo, sui muri, sulle lenzuola, dietro il letto per terra, c'erano chiazze di sangue sul tappeto sotto il quale abbiamo trovato persino dei pezzi di carne nascosti, Riccardo era martoriato di botte sul viso, gli avevano rotto lo zigomo. Poi c'era il segno dell'imbavagliamento, sangue dalle orecchie, dal naso, dalla bocca, si vede proprio molto bene". Il pm triestino Pietro Montone aprì un'inchiesta su questi fatti e - incredibilmente ma fino a un certo punto, visto che è sempre così - affidò tutto agli stessi poliziotti che quella notte irruppero in casa di Riccardo. Nell'ottobre del 2007 Montone chiese l'archiviazione per gli agenti che, a suo giudizio, avevano solo fatto il suo dovere, anche se era certo anche a lui che Rasman fosse morto per "asfissia posturale" dovuta proprio all'intervento della forza di pubblica sicurezza.
Il gip, però, non accolse la richiesta del magistrato che, dopo essere entrato a conoscenza delle indagini fatte dagli avvocati Giovanni Di Lullo e Fabio Anselmo, cambiò decisamente orientamento sul caso. Il fulcro del ragionamento è la prova provata del fatto che gli agenti Francesca Gatti, Mauro Miraz, Maurizio Mis e Giuseppe Di Blasi erano perfettamente consapevoli dei problemi mentali di Riccardo e questo avrebbe - quantomeno - dovuto indurli a usare una maggiore cautela nell'intervento.
Tra l'altro, fu posta anche una domanda fondamentale: che necessità c'era di sfondare la porta quando era palese che Rasman non stesse più causando pericoli, visto che era dentro il suo letto e non stava più lanciando petardi dal balcone? I quattro uomini in divisa vennero rinviati a giudizio per omicidio colposo.
Il processo di primo grado fu celebrato con rito abbreviato e si concluse con la condanna a sei mesi di carcere (pena sospesa) per tre dei quattro agenti, più il pagamento di una provvisionale da 60mila euro e 20mila euro di risarcimento per danni morali alla famiglia.
La quarta agente, Francesca Gatti, fu assolta con "formula dubitativa", ovvero: lei all'azione ha partecipato, e questo è certo, ma, mentre gli altri stavano legando Riccardo per terra, era in contatto via radio con la Questura. Era il 29 gennaio del 2009. Un anno e mezzo dopo la Corte d'Appello del Tribunale di Trieste avrebbe confermato tutte le sentenze del primo grado. Tutte le parti in causa - i poliziotti e la famiglia Rasman - presentarono ricorso alla Cassazione.
La sentenza definitiva è arrivata il 14 dicembre del 2011: conferma della sentenza d'Appello e epitaffio: la morte di Rasman "era pacificamente evitabile qualora gli agenti avessero interrotto l'attività di violenta contestazione a terra, consentendogli di respirare". Quello stesso giorno, i familiari di Riccardo chiesero formalmente le scuse da parte del ministero degli Interni (mai arrivate) e annunciarono la propria intenzione di procedere anche in via civile contro i poliziotti e lo stesso Viminale.
Da alcune foto, uscite fuori quando ormai era tardi per il processo" si vedano segni anche dagli angoli della bocca fino alle orecchie di Rasman: ci vorranno altre perizie per chiarire se è vero che l'asfissia non è arrivata solo per lo schiacciamento sotto il peso degli agenti, ma anche per il soffocamento dovuto al bavaglio. Sembra un dettaglio, ma la causa civile di risarcimento si gioca tutta qui.
Del caso se ne tornerà a parlare presto: nell'aprile del 2013, infatti, la procura di Trieste ha nuovamente chiesto l'archiviazione del caso. L'avvocata Claudio De Filippi, che adesso segue la vicenda per conto della famiglia della vittima, ha detto che, a suo parere, tutto questo "si colloca tra il caso Sandri, per il quale lo Stato ha pagato tre milioni e mezzo, e il caso Aldrovandi, per il quale ha pagato due milioni di euro".
Resta, in mezzo a quel complesso e lunghissimo caos di carte e di cavilli che è la giustizia civile, la storia di un ragazzo che è morto per poco, praticamente per niente. E che tutto voleva fuorché dare fastidio: "Riccardo non ha mai fatto un Tso - conclude la sorella Giuliana, non era violento né aggressivo, voleva farsi ben volere da tutti, anche per dimostrare questo abbiamo messo nel nostro dossier testimoni che descrivono come era Riccardo. In 3 anni che aveva quel monolocale non ci avrà dormito neanche cinque volte, anche il padre conferma che Riccardo andava lì qualche volta per farsi sentire e faceva andare la lavatrice, allora la vicina cominciava a battere la porta e Riccardo per farsi ben volere le portava la verdura della nostra campagna e le scrisse una lettera per favorire il buon vicinato".
fonte: http://www.ristretti.org
giovedì 16 agosto 2018
Incapaci di dominarsi e di farsi dominare
INDOMABILI
la malacarne e la malacoscienza
Ho avuto modo di leggere e di ascoltare Anna Carla Valeriano, la ricercatrice che ha pubblicato un testo, "Malacarne", che analizza i documenti (specie le cartelle cliniche) di donne internate in manicomio in epoca fascista.
Anna Carla descrive bene il connubio fra ideologia psichiatrica ed esigenza di controllo e normalizzazione propria dell'ideologia fascista e ancor meglio come questa unità di intenti si concentri sul controllo dei corpi e dei comportamenti, specie quelli delle donne.
L'ideologia fascista (ma possiamo dire tutte le ideologie) impone un'idea di normalità e un ordine che la psichiatria è chiamata a fare rispettare.
Il compito della psichiatria, del resto, è da sempre quello di trasformare le condotte divergenti in malattie per poterne autorizzare il controllo.
Anna Carla, come tanti altri studiosi del fenomeno manicomiale, però indugia sull'equivoco di considerare quelle donne o "sane" e impropriamente ricoverate in manicomio, ovvero emotivamente "fragili" e trattate in modo errato. Facendo trapelare l'idea che in realtà si tratta comunque di disagi trattati in maniera sbagliata.
Tale tesi è ben riassunta nella chiusa finale del suo saggio: "Per un buon numero di donne il manicomio sarebbe stata una nota discordante da confondere nel suono ordinario della vita quotidiana, per molte altre avrebbe rappresentato l'epilogo tragico di un'esistenza vissuta ai margini e non più recuperabile.
Per tutte è stata un'ingiustizia cancellata dalla legge Basaglia"
Lo potremmo definire un eccesso di ottimismo, ma in realtà tale giudizio è frutto del processo di mascheramento e di mistificazione che è alla base di ogni "rivoluzione" e metamorfosi psichiatrica.
La psichiatria cambia forma e aspetto per adattarsi e sopravvivere al nuovo contesto sociale, ma non perde la sua natura.
Difficile per chi segue le vicende della violazione dei diritti degli utenti involontari della psichiatria, sottoscrivere l'idea che oggi l'internamento coatto delle donne in psichiatria sia motivato da ragioni altre da quelle che Anna Carla descrive nel suo testo. Che la società, la famiglia e la psichiatria abbiano smesso di considerare l'autonomia delle donne nella gestione delle propria vita e del proprio corpo un diritto acquisito e inattaccabile. Ancora oggi quella autonomia reca disturbo all'ordine familiare e, quindi, sociale e va (s)piegato e trattato come frutto di "disturbi" emotivi.
I reparti psichiatrici ancora oggi ospitano donne che rifiutano/non si adeguano alle aspettative familiari, non accudiscono i figli, usano liberamente il proprio corpo ... ancora oggi sono "curate" (con le più moderne camice di forza chimiche) per il loro bene, per preservarle da vite dissolute.
Ho ripensato ad Anna Carla e al suo libro proprio in questi giorni, agosto 2018, in cui Teresa è stata prelevata da casa e condotta, per ordine del magistrato, presso una Rems (Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza).
Accusata e denunciata dalla madre e da un vicina di casa che hanno inteso così preservarla e salvarla dalla vita dissoluta che, a loro modo di vedere conduce. Scelte di vita che l'hanno portata negli anni allo scontro verbale e anche fisico con la famiglia e la comunità sociale, guadagnandosi la patente di ragazza difficile, ribelle, ingrata e, quindi, emotivamente instabile.
Maltrattamenti in famiglia, minacce e lesioni ... dichiarate e denunciate per il suo bene, sufficiente non solo a fare scattare le indagini ma a convincere il magistrato dell'urgenza di dover intervenire per metter in sicurezza Teresa (senza averla mai sentita, senza aver appurato i fatti, senza notiziare il suo avvocato ...).
La legge lo permette. Basta il sospetto dell'insanirà mentale dell'indagata e la presentazione di documentazione medica (prodotta dalle persone offese dal reato) che attesti che negli anni precedenti la stessa aveva subito TSO, perché un giudice possa presumerne la pericolosità sociale e disporre il suo internamento, seppur temporaneo, in Rems.
Non ha alcuna importanza se i fatti sono tranquillamente ascrivibili alla normale relazione conflittuale madre/figlia, che probabilmente Teresa ha ben ragione di essere adirata con la madre; che le stesse "aggressioni" denunciate fanno quasi sempre seguito alle continue accuse/offese gratuite che le vengono rivolte o alla minaccia di farla internare.
La presenza delle cartelle cliniche in cui gli psichiatri hanno sancito negli anni che l'aggressività di Teresa sia non solo immotivata, ma probabilmente frutto di una patologia mentale e non legata invece alla sua storia di vita e alle sue relazioni coi familiari, sopravanzano qualsiasi altra valutazione e fanno ritenere superfluo finanche ascoltare la persona interessata.
Anna Carla Valeriano nel suo libro "Malacarne" cita un'annotazione nella cartella clinica in cui un'internata veniva descritta come "incapace di dominarsi e di farsi dominare".
Come si vede: niente è cambiato.
giovedì 4 agosto 2016
Un uomo sta facendo le vacanze in un campeggio: Francesco Mastrogiovanni
Non è necessario sottolineare più di tanto che un intervento terapeutico è un intervento che dovrebbe essere finalizzato al benessere di chi l'intervento lo riceve.
Un Paese che vuol definirsi civile, non può permettere ciò, non può permettere che accada senza che poi prenda gli adeguati provvedimenti. E un Paese civile non può permettere che le persone vengano legate ad un letto. E quando parlo di Paese civile, non mi riferisco solamente alle istituzioni ma anche a tutte le persone che della società fanno parte.
Nei sit-in fatti per Francesco, campeggiava la scritta “E mai più”. Che mai più una persona debba morire in questo modo orrendo. Che mai più ci sia questa tortura, che mai più degli esseri umani vengano legati al letto. Tantissime persone, psichiatri e psichiatre in testa, dicono che la contenzione è terapeutica, che fa parte del piano terapeutico. Fa quindi bene, no? Dunque la tortura, qualcosa che sconvolge la mente e l'animo di una persona, farebbe bene, sarebbe terapeutica.
È venuto il momento che tutte le persone del mondo dicano prima e concretizzino poi “E mai più”. Se questo ci fosse già stato, Francesco ed altre persone sarebbero ancora vive e molte altre non sarebbero mentalmente dilaniate per il resto dei loro giorni.
Natale Adornetto ©Copyright
domenica 8 maggio 2016
RACCONTO DI UNA ESPERIENZA CON LA PSICHIATRIA
Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo racconto di una reale esperienza con la psichiatria.
È difficile rendersi conto che stai subendo un t.s.o.? di solito la pratica inizia con un punturone di sedativo, le parole stentano e ti accorgi di essere stato ricoverato e catturato al reparto, dove è quasi inevitabile la contenzione fisica. Arrivano guardie, 118, vigili e esercito. Al di là dell’atto infamante del TRATTAMENTO SANITARIO OBBLIGATORIO vorrei sottolineare che un ricovero psichiatrico anche in T.S.V. (Trattamento Sanitario Volontario n.d.r.) è in ogni caso una lunga agonia e la complicità dell’infermiere arriva addirittura alle contenzioni anche senza t.s.o. ; cioè sarai per quei giorni in balia delle decisioni di 4 loschi individui, che sfogano le loro tensioni aggressive sul paziente.
Io ne ho subiti una quarantina e fino all’arrivo in SPDC ricordo lucidamente cosa stava accadendo, dopo il trattamento un buio assoluto che si trascina per alcuni giorni. Ho imparato dopo queste lunghe esperienze che ribellarsi è inutile, aggrava soltanto la tua condizione. Informarsi della terapia, chiedere delle proprie condizioni, significa essere “fastidiosi” ed aumenta il pericolo della gravità della malattia.
Mi dispiace affermarlo, ma prima sei sottomesso e prima finirà il calvario.
Mi hanno fatto t.s.o. per motivi più variegati, ma se devo essere obiettivo, non ci sono mai state le condizioni di legge per essere in t.s.o.
È stata sempre una prevaricazione del mio essere individuo, un atto prepotente e violento, dove l’unica finalità è essere cavia dell’istituzione psichiatrica e dei suoi metodi. Nei primi ricoveri ero realmente aggressivo, contro ogni persona che si avvicinasse a letto, ma lentamente ho lasciato la mia rivolta per seguire una strada di mediazione: le contenzioni segnano. Più sei contrario alle cure e rifiuti il reparto, più la violenza di quegli esseri dal camice bianco si sfoga su te stesso, arrivando a pratiche fuori dal comune, dalla camicia di forza ad una serie di shock punitivi.
Ricordo una sera per condizioni di abuso di LSD ho iniziato a pescare dal sesto piano; in 20 minuti sono arrivate tutte le divise che si possano immaginare.
Preso, ricoverato e legato con flebo in endovena per 20 giorni. Con il sadico che si accaniva sul mio corpo, arrivando addirittura ad un catetere di fil di ferro. Ogni pisciata era un urlo munchiano. Un’altra volta ho chiuso mia madre fuori casa, è arrivata il 118 e i pompieri hanno aperto casa. Il medico senza accertare le mie condizioni psicofisiche, è arrivato ad affermare che io volevo uccidere mia madre e con una facilità estrema mi considerò socialmente pericoloso; acchiappato, imbavagliato e dopo… un ricovero in lunga degenza che durò 5 mesi sempre conteso, dove le mie condizioni fisiche si aggravarono a tal punto di chiedere in extremis un ricovero allo Spallanzani (Ospedale di Roma n.d.r.), con transaminasi che arrivarono a livelli impressionanti. Non esiste più la tua possibilità di scegliere e alcune volte ti trovi in una clinica senza che nessuna legge sia rispettata. Ed è facile, quasi automatico, che dopo un t.s.o. devi inevitabilmente prendere la terapia al DSM, ASO (Accertamento Sanitario Obbligatorio n.d.r.) per alcuni mesi. Fino a quando una psichiatra non deciderà di lasciarti più o meno libertà sugli psicofarmaci, e se sei scaltro, fortunato e consapevole dei danni che le medicine provocano, desidererai scalare quella terapia da cavallo.
Non riesco a capire l’associazione di farmaci che hanno come unica finalità di sedarti, più dormi e più sarai giudicato prossimo alle dimissioni. È da considerare fondamentale il ruolo di familiari che spesso diventano il tramite delle tue decisioni: dall’approvazione dell’elettroshock al trasferimento in uno di questi manicomi mascherati. È tutto contro legge. Ricordo che una sera, nel mio covo, la lavanderia delle case popolari, ho cucinato alla brace il pesce spada, gli inquilini chiamarono il 113 dicendo che stavo incendiando il palazzo e senza verificare che in realtà stavo cucinando, venni scortato al Sandro Pertini, dove le condizioni di vivibilità sono deprimenti. Di questo ricovero non ricordo altro. Un altro t.s.o. è stato al San Filippo Neri, motivando il trattamento per abbigliamento bizzarro, sono stato sveglio per due notti perché appena prendevi sonno arrivava un punturone. In T.s.o. a Rieti cambiava terapia giornalmente senza alcun tipo di coerenza, dal clopixol al nepolex, ma se senza coerenza medica. Allora mi domando. Domare la tua ribellione significa essere malati di mente? Arriveranno ad affermare che i tuoi geni sono malati? Mi diedero 7 abilify, sono fortunato di essere ancora vivo, ho amici che durante un t.s.o. hanno perso la vita.
Ricorderei Luigi Marinelli che messe le manette gli è stato spappolato il fegato e morì di colpo.
Effetti collaterali annessi, perdita di istinto alla sopravvivenza, annientamento dei propri impulsi sessuali, tremori infiniti, ecco cos’è la loro scienza; un mare di paroloni presuntuosi e sentenziosi.
Contro la pratica del t.s.o. organizzare resistenze, ipotizzare sempre il peggio per essere pronti ad avere un minimo di attendibilità nella pianificazione di qualunque risposta. Essere in tanti per difendere ciò che è rimasto di te e della tua sensibilità, del tuo mondo affettivo, distrutto quasi annientato. Sembrerà fantascientifico, ma più persone sono al corrente del t.s.o. più le possibilità di essere liberato aumentano, è come se i visitatori prendessero il ruolo di testimoni scomodi; in questo denso mare inquinato di petrolio apriamo uno spiraglio di luce.
In t.s.o. mi piace scappare, lunghe derive mentali per approdare in altre regioni dove non sei più perseguibile – mi legarono più per le fughe che per la violenza – ero evasione – prendo un caffè chiedo 10 euro a una paziente e sono fuori da questo inceppo. Innocuo, addomesticato, docile, ecco come vorrebbero. Mi sgarbo la barba con il sangue per non farmi toccare e poi mi do via sull’autostrada. Com’è bello fuggire davanti a un ricovero, ti senti soddisfatto, quasi vincitore, non c’è più il carrello dei medicinali. Ecco fatto, sono di nuovo libero, ma in balia della strada non dell’infermiere. E poi se esci positivo alle droghe sono cazzi tuoi. La clinica non te la leva nessuno. Un periodo di risanamento. Dopo comunità di doppia diagnosi, lager mascherati. Che bella soddisfazione slegarsele, levarsele, strapparsele.
Il delirio destabilizza, vince l’organizzazione statale, va annientato non promulgato, se poi è strutturato sei schizofrenico, allora sta 180 ma che è? Me lo sono chiesto molte volte. Ogni t.s.o. mi sono chiesto che è sta legge, la legge è legge mi sono risposto, e per ciò definiamo concetti per superare anche sto Basaglia. I “basagliani” sono i peggio, è meglio uno psichiatra fascio, almeno sai cosa hai davanti. La psichiatria democratica è qualcosa per ripulirsi le coscienze di tutti gli A.S.O. perpetuati al DSM, luogo di soppressione. Il dialogo? Devi essere incisivo, forte e determinato, altrimenti le tue ragioni cadono nella terapia intramuscolo. Quali risposte dare alla loro aggressività? Giulia, Marco, Luigi, vivete di nuovo vi prego, voglio stare con voi fino all’ultima iniezione di haldol. Una volta una responsabile del DSM, un pezzo grosso, affermò: ziprex, aldol, risperdal, è tutto uguale. Pensiamo a questa scienza di speculazione, rispondiamo con la prassi, che è azione rivoluzionaria. I t.s.o. più deleteri non ve li racconto, fanno parte del mio intimo segreto. Mi vergogno.
Scusate ma io devo dire pure questo, una volta durante un T.S.O. ho telefonato al telefono viola di Roma. Mi hanno risposto “prenda un appuntamento”. Io ce l’ho con tutti in questo argomento. Ce l’ho con P. Perché la pensione di irreversibilità me la vuole levare, ce l’ho con tutti questi comitati che mi levano la casa popolare e poi c’è la casa famiglia, se c’hai le spinte giuste.
fonte : https://artaudpisa.noblogs.org