di Francesca De Carolis
laltrariva.net, https://ristretti.org
Eros Priore. Il suo nome forse non vi dirà niente. Ma la sua
parabola, di persona “problematica” che in una dozzina d’anni passa da
un TSO al carcere di Velletri, poi a quello di Secondigliano, e poi alla
Rems di Subiaco, per approdare alla casa circondariale-casa di lavoro
di Vasto, da dove il 23 gennaio scorso esce, a 61 anni, distrutto anche
nel fisico, pochi giorni, per subito morire… è il racconto di un
meccanismo feroce che non può lasciarci indifferenti.
Ma chi era Eros Priore? Cosa aveva combinato di tanto grave da finire anche in un carcere?
“Chi era… una persona certo poco gestibile, un caratteriale, ma che
non aveva mai fatto male a nessuno. Una sorta di Forrest Gump, lo
definirei… nel suo paese, Colleferro, era anche benvoluto… lo racconta
anche il parroco che ne conosceva le fragilità” risponde Francesco Lo
Piccolo, giornalista che da anni si occupa del reinserimento di ex
detenuti, e dirige Voci di Dentro, rivista scritta da detenuti delle
carceri abruzzesi. Che la vita di Eros da tempo aveva seguito, e questa
vicenda “incivile e barbara” ha denunciato dalle pagine di Huffpost.
Il TSO, il trattamento sanitario obbligatorio, Eros Priore,
irascibile quando obbligato o se si sentiva “guardato storto”, lo
subisce dopo un litigio, nel Centro di Igiene mentale di Colleferro… da
lì inizia “un calvario fatto di comunità che definiva lager, legacci,
psicofarmaci, visite mediche, perizie… per poi finire in carcere. Un
calvario per motivi di sicurezza, per risocializzare - come prescrivono i
giudici - una persona ritenuta socialmente pericolosa, caratteriale,
visionario che si rifiuta di prendere psicofarmaci, che non accetta
cure, comunità e restrizioni di alcuna natura…”.
Ma tutto accade a Eros, fuorché essere curato e tantomeno
risocializzato. Perché non è cura la somministrazione costante di
psicofarmaci quando esclude, come denuncia la sorella di Eros,
l’attenzione all’umanità che pure è in ciascuno. Immaginate poi cosa può
accadere quando “la cura” diventa il carcere, foss’anche una
casa-lavoro, dove però Eros, invalido, non può lavorare. Lì alle
problematiche di salute mentale si aggiunge dell’altro. Eros si ammala, è
stato necessario asportare parte dell’intestino, subisce una stomia e
lì rimane, in un’estate che trasforma quel carcere in una fornace (è il
suo lamento…), con il sacchetto esterno per la raccolta delle feci più
del tempo necessario per mancanza, quell’estate, di personale medico che
potesse rioperarlo. Ha un tumore ai polmoni e nell’ultimo
video-colloquio con la sorella si presenta reggendosi su una scopa, che
gli fa da stampella… E viene rimandato a casa, il tempo di essere
trasferito in ospedale per morire.
Se cerchi il perché di tutto questo, rischi di perderti nei dettagli,
di burocrazie, vuoti, timori, non risposte… ma al di là di
inadeguatezze individuali o collettive, alla fine la risposta è in un
kafkiano meccanismo di rimpallo per cui alla fine, quando non si sa che
fare, rimane il carcere. Un tremendo cortocircuito fra sistema
giudiziario, penale e sanitario.
Una storia che, per chi l’ha seguita, non è facile buttarsi alle
spalle. Così Francesco Lo Piccolo ha cercato di capirne di più, e mi
racconta: “Sono andato questa settimana a parlare con la direttrice
della casa lavoro di Vasto dove era internato Eros Priori. Mi ha
spiegato che Priori era una persona bizzarra ma tranquilla (forse per i
farmaci) e che in più occasioni ha fatto presente alla Sorveglianza che
il suo stato di salute (resezione dell’intestino e applicazione del
sacchetto per le feci) non era compatibile con la detenzione. La stessa
incompatibilità era stata accertata anche dal Medico dell’Unità
Operativa di Sanità Penitenziaria del Provveditorato
dell’Amministrazione Penitenziaria di Abruzzo e Molise. La risposta
(ovvero la scarcerazione e l’invio a casa dalla sorella) purtroppo è
stata sempre negativa, mi è stato detto, a causa della diagnosi di
pericolosità sociale accertata dal Dipartimento di Salute Mentale di
Colleferro che aveva definito Priori affetto da schizofrenia e delirio”.
Il controllo, dunque, prevale sulla cura.
La non cura in carcere, in generale, è tanta… basti dire che
Francesco Ceraudo, pioniere della sanità penitenziaria, ha titolato il
libro sulla sua esperienza nei lunghi anni nelle carceri italiane
“Uomini come bestie”. Pensate poi come possano essere seguite e curate
persone con problemi psichiatrici, anche solo considerando che la media
nazionale di ore di presenza degli psichiatri in carcere è di 8,9 ore
ogni 100 detenuti, 13,5 ore se parliamo di psicologi. “Lo psichiatra
dedica meno di 5 minuti a settimana, lo psicologo 8 minuti a settimana
per persona detenuta”, dicono i dati raccolti da Lo Piccolo che non si
ferma nel portare avanti la sua denuncia.
Stiamo parlando di medie, ma valutate voi, se nell’universo carcere più della metà dei detenuti è in terapia psichiatrica…
Tornando alla triste storia di Eros Priore… Quasi una beffa, se
proprio due giorni dopo la sua morte, arriva la pronuncia della Cedu, la
Corte europea dei diritti dell’uomo, che condanna l’Italia per aver
tenuto in carcere per più di due anni un cittadino con problemi
psichici. Detenzione “illecita”, il carcere è “vietato” per i malati
psichici.
Eros in carcere non sarebbe dovuto mai entrare. E quante sono le
persone che in carcere ancora stanno, pur dovendo stare, se si volesse
dar seguito alla pronuncia della Cedu, da tutt’altra parte. Ma tant’è. E
dimentichiamo in fretta storie come questa.
Eppure, molto ci sarebbe da cercare, per capire e trovare strade.
Confrontandomi, ancora, con Francesco Lo Piccolo che, appena tornato
dal suo ostinato indagare (ha ascoltato anche l’avvocato di Priore, il
parroco di Colleferro…), mi ha detto: “Alla fine, resto della mia idea:
un debole in una società dove è facile approfittarsi di chi non sa
difendersi. E dove alla cura, all’aiuto e alla comprensione si
preferisce la costrizione e il carcere. E che, pur di fronte
all’evidenza, pur di fronte alla sua sofferenza anche fisica (dopo la
resezione dell’intestino Priori non stava neppure in piedi) si è
preferito non vederlo, facendo parlare le carte, il fascicolo, la fredda
diagnosi. Un meccanismo infernale che si è protratto anche di fronte
alla diagnosi di tumore all’ultimo stadio. Non c’è una responsabilità,
ce ne sono tante, soprattutto di chi non sa guardare in faccia il
prossimo, come peraltro faceva ed insegnava Franco Basaglia”.