giovedì 24 febbraio 2022

Contenzione farmacologica nelle carceri

La storia di I.: Si parla di una giovane donna deceduta lo scorso febbraio 2021 mentre era detenuta nel reparto psichiatrico del carcere di Pozzuoli.

Intervista al Collettivo Artaud
https://www.ondarossa.info/redazionali/2022/02/contenzione-farmacologica-nelle-carceri

sabato 12 febbraio 2022

Sulla Contenzione

Riportiamo un articolo del Corriere della Sera a firma Paolo Riva, tratto da http://www.ristretti.org Non amiamo diffondere e riprendere link di media mainstream, ma se arrivano persino loro a rilevare tematiche di questo tipo possiamo immaginare quanto l'entità della questione sia molto più alta e pressante...

 

Il fenomeno della contenzione meccanica è ancora troppo diffuso nei reparti. La campagna nazionale contro i lacci per i malati e la bozza del governo per superare la pratica.

Elena Casetto, Giuseppe Casu, Franco Mastrogiovanni, e, ultimo in ordine di tempo, Wissem Ben Abdellatif. Sono tutte persone la cui morte è collegata alla pratica della contenzione meccanica. Casetto è deceduta a causa di un incendio divampato nel reparto di psichiatria dell'ospedale di Bergamo, dove era ricoverata, legata. Casu, all'ospedale di Cagliari, è mancato dopo essere stato bloccato per sette giorni. All'ospedale di Vallo della Lucania, Mastrogiovanni è morto nel letto al quale era stato legato per 87 ore. Infine, lo scorso novembre, il cittadino tunisino da poco arrivato in Italia Ben Abdellatif è morto dopo essere stato contenuto per molte ore, sia all'ospedale di Ostia sia al San Camillo di Roma. Questi casi sono i più gravi, ma la pratica è molto diffusa in Italia. E, proprio per i suoi effetti negativi, in molti chiedono che venga superata.

In concreto, la contenzione meccanica utilizza dei messi fisici, come lacci e cinture, per limitare i movimenti di una persona. Viene utilizzata per prevenire danni fisici al paziente stesso o ad altre persone, e il personale sanitario che sceglie di servirsene dovrebbe usarla solo in situazioni di emergenza, come ultima risorsa. Eppure, stimava nel 2013 un articolo scientifico dello psichiatra Vittorio Ferioli, "nei reparti psichiatrici per acuti, in Italia, avvengono in media 20 contenzioni ogni 100 ricoveri".

Se consideriamo che, secondo gli ultimi dati disponibili relativi al 2019, i ricoveri in psichiatria sono stati 96.510 in un anno, non si tratta di pochi casi. Secondo il Comitato nazionale di bioetica, però, "la contenzione rappresenta in sé una violazione dei diritti fondamentali della persona" e, per questo, deve avvenire solo "in situazioni di reale necessità e urgenza, in modo proporzionato alle esigenze concrete, utilizzando le modalità meno invasive e per il tempo necessario al superamento delle condizioni che abbiano indotto a ricorrervi".

Il Comitato si è espresso sulla questione nel 2015, ma lo scorso dicembre è intervenuta sul tema anche la Corte Europea dei diritti dell'uomo. Grazie al ricorso di un quattordicenne che venne legato al letto per sette giorni, il tribunale ha messo per la prima volta sotto sorveglianza l'Italia su questa pratica, imponendo al governo di rispondere a dei quesiti sul fenomeno e sull'esistenza o meno di protocolli. Una sentenza della Corte potrebbe portare a quel che, da tempo, chiede "...e tu Slegalo subito", la campagna nazionale per l'abolizione della contenzione meccanica in psichiatria promossa dal Forum Salute Mentale e sostenuta da numerose realtà della società civile.

"L'uso delle fasce, dei letti di contenzione, sopravvissuto alla chiusura dei manicomi, è la prova più chiara e scandalosa di quanto sia ancora viva l'immagine del matto pericoloso. In molti dei luoghi della cura si lega ma si fa di tutto per non parlarne. Salvo quando capita l'incidente". Come quelli drammatici di Casetto, Casu, Mastrogiovanni e Ben Abdellatif.

Eppure, esistono realtà che riescono a curare i pazienti senza bisogno di legarli. Dal 2006, in Italia, opera il Club Spdc- No Restraint che riunisce i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (Spdc, appunto) che non usano la contenzione e tengono aperte le porte dei loro reparti. Le adesioni sono ventuno e vanno da Trento a Grosseto, da Terni a Matera, da Caltanisetta a Ravenna, Parma, Modena e Mantova. Senza contare Trieste, la città in cui operò Franco Basaglia.

Proprio in Friuli-Venezia Giulia, lo scorso novembre si è tenuto un convegno degli Spdc- No Restraint. L'iniziativa, intitolata "Verso servizi liberi da contenzione" è stata organizzata tra Trieste e Gorizia, una scelta simbolica, dal momento che fu proprio a Gorizia, nel 1961, che Basaglia pose il problema delle persone legate in manicomio. Il rivoluzionario psichiatra si rifiutò di avvallare con la propria firma di medico questa pratica. "E mi no firmo", disse, dando idealmente il via al percorso che portò nel 1978 alla legge 180, cui si deve la chiusura dei manicomi. Oltre quarant'anni dopo, la contenzione è considerata da più parti come "un residuo" di quella "cultura manicomiale" che la 180 voleva superare. A farlo definitivamente, potrebbe contribuire una bozza di accordo stilata dal Ministero della Salute, per il "definitivo superamento della contenzione meccanica in tutti luoghi della salute mentale in un triennio". Il documento contiene sette raccomandazioni: è stato redatto a giugno e ora si attendono i pareri di Comuni e Regioni.

Pazienti nelle psichiatrie? Troppi quelli che sono legati. "Diritti violati una volta su 5" PDF Stampa

lunedì 31 gennaio 2022

Altro morto in TSO

Riportiamo, purtroppo, la notizia di un altro morto in TSO. Ancora una volta...Basta morti in contenzione! 

Notizia del 29 Gennaio 2022 

È deceduto l’uomo, 39enne, di Biancavilla che ieri era stato sottoposto a TSO. È deceduto nel reparto di Psichiatria dell’ospedale di Paternò. Sarebbe stato un malore a stroncargli la vita. L’uomo, in cura da tempo, ieri mattina, era andato in escandescenza e per questo motivo si era reso necessario il trattamento sanitario obbligatorio. A praticarlo, come avviene in questi casi, sono stati i sanitari in collaborazione con gli agenti della Polizia Municipale. Durante i momenti concitati vissuti all’interno della sua abitazione, in pieno centro cittadino, l’uomo con un oggetto ha colpito ad un occhio uno dei vigili urbani ferendolo. Il 39enne, una volta reso inoffensivo era stato poi preso in consegna dal personale sanitario e accompagnato al nosocomio paternese. Il poliziotto municipale è stato trasportato al Pronto Soccorso di Biancavilla per essere curato per la ferita riportata all’occhio sinistro. I medici gli hanno riscontrato 10 giorni di prognosi. Questa mattina è giunta la notizia della morte improvvisa del 39enne. 

FONTE: videostarnews.tv

venerdì 31 dicembre 2021

La morte di Abdel - Basta morte nei reparti!

(aggiornamenti) 

 

I risultati dell'inchiesta della Regione confermano "rilevanti criticità nella documentazione sanitaria"

Se Wissem Ben Abdel Latif ha mangiato o ha bevuto, se la pressione arteriosa era regolare o se lo erano i battiti del suo cuore nei tre giorni di ricovero all'ospedale San Camillo, molto probabilmente non lo sapremo mai. Dopo la rivelazione di Repubblica sulla documentazione mancante nella cartella clinica del tunisino morto a 26 anni nel Servizio psichiatrico arriva anche il sigillo da parte della Regione. 

"Soprattutto al Servizio psichiatrico del San Camillo, la qualità della documentazione sanitaria ha mostrato rilevanti criticità", scrivono in una nota dal Centro regionale Rischio clinico al termine dell'inchiesta interna voluta dalla direzione regionale Salute. L'inchiesta interna della Regione ha messo in luce anche dell'altro. Wissem non avrebbe avuto sin da subito la possibilità di parlare con un mediatore culturale nella sua lingua. Tanto che gli ispettori hanno scritto: "È emersa la difficoltà nel reperimento del servizio di mediazione culturale".

E, con molta probabilità, non sapremo nemmeno se le fasce che tenevano costretto il migrante a letto erano posizionate in modo corretto. Uno dei dati di maggior rilievo per un paziente che viene ricoverato in "contenzione" come era Wissem Abdel. Su questo monitoraggio e su altri parametri non riportati in una apposita scheda, la Regione scrive ancora: "Viene segnalato alla Asl Roma 3 l'importanza di revisionare le procedure clinico-operative per la corretta gestione delle complicanze gestite nel reparto comprese le attività di monitoraggio, segnalazione e gestione di eventuali eventi avversi".

Dall'inizio di dicembre gli avvocati della famiglia del migrante morto e il legale del Garante nazionale dei detenuti hanno chiesto un'integrazione degli atti in loro possesso dove c'è soltanto il "registro di contenzione". C'è la data di inizio della procedura di immobilizzazione, il 25 novembre. Ma non sono indicati gli orari in cui è stata interrotta. Viene scritto che il paziente era "sedato", aveva un "comportamento aggressivo", era "confuso" e "disorientato" in ogni giorno di degenza.

Per ogni giorno, poi, viene scritto "contenzione" o "contenuto", il 28 novembre viene indicato alle 4,20 "arresto cardiocircolatorio". Ma se quel paziente aveva dormito o se stava bene o male, nessuno lo ha scritto in quel registro. Perché quei dati dovevano essere annotati nella scheda mancante: quella di "utilizzo della contenzione fisica". Ma che fine ha fatto quella scheda? Non è mai stata compilata o è andata persa?

Nella relazione, la Regione spiega che ha concentrato l'inchiesta "dal momento del ricovero presso il Servizio psichiatrico del Grassi fino all'exitus (decesso, ndr) verificatosi presso il Servizio psichiatrico, di competenza della Asl Roma 3 all'interno dell'azienda ospedaliera San Camillo".

Wissem era arrivato al Grassi il 23 novembre con una diagnosi di disagio "schizo-affettivo". Aveva rifiutato la terapia che gli avevano prescritto al Cpr di Ponte Galeria dove si trovava dai primi di ottobre. "Non accettava quella condizione", hanno raccontato i suoi compagni di viaggio. Dal 25 novembre è stato trasferito al San Camillo, per competenza territoriale.

Al termine della loro relazione gli ispettori della Regione danno delle indicazioni: "Si segnala alla Asl Roma 3 l'importanza di attivare il servizio di mediazione culturale che è stato possibile solo dopo alcuni giorni dal ricovero". La relazione è arrivata all'Asl 3 che adesso dovrà "mettere immediatamente in atto le azioni di miglioramento e il superamento delle problematiche rilevate entro il 31 gennaio 2022".

Solidarietà concreta per Giovanna

Condiviamo quanto ricevuto--->

https://artaudpisa.noblogs.org/

Ciao,
Dopo l’intervento di aprile e la lunga ripresa che è seguita, Giova è tornata a lavoro e alle attività quotidiane e di lotta.
A ottobre c’è stato il secondo intervento e a novembre un terzo.

Il morale è alto ma la sanità non smette di farci arrabbiare, noi come tante altre persone che vi si rivolgono. Disorganizzazione, sfruttamento selvaggio di chi ci lavora, assenza di tutele per chi ha bisogno di cure, costi esorbitanti perché il SSN non garantisce l’accesso gratuito a tutte le cure.

In seguito all’ultimo intervento è necessaria una riabilitazione della mandibola e dei supporti specifici per la cura, nonché visite e accertamenti oculistici.
Le spese sono altissime, si parla di diverse migliaia di euro. Senza queste cure le operazioni fatte rischiano di non essere utili.

Abbiamo quindi deciso di scrivervi e raccogliere l’invito, che in tant* ci avete fatto, di contribuire alle spese che affrontiamo. Per ora abbiamo deciso di inviare questo messaggio a compagn, *amic* e organizzazioni del nostro territorio in modo da sostenere le spese più imminenti.

Per far ciò abbiamo aperto un conto apposito di cui vi diamo gli estremi per il bonifico.

Vi ringraziamo anticipatamente per lo sforzo e il sostegno,
Un grande abbraccio
Compagne e compagni di Pisa

Iban: IT38K3608105138254838454853
Giovanna Saraceno

sabato 25 dicembre 2021

Gli antipsicotici sono utili?

fonte: https://mad-in-italy.com

Joanna Moncrieff spiega che l’effetto dei farmaci antipsicotici è aspecifico e non mirato ai pensieri definiti in termini psichiatrici “psicotici”.

Gli antipsicotici inducono un appiattimento emotivo che può essere utile ad attenuare la sofferenza emotiva che scatena i sintomi “psicotici”, ma allo stesso tempo sopprimono anche i sentimenti e le emozioni positive, togliendo la motivazione, l’interesse e il piacere delle cose.

Il loro uso potrebbe quindi essere utile nel breve periodo, ma a lungo termine è associato a un peggioramento della “psicosi” e dello stato di salute generale.

Per questo, se non evitabili, l’uso dovrebbe essere limitato al controllo dei sintomi acuti e poi dovrebbero essere sospesi in sicurezza, sotto il controllo medico esperto, lentamente e gradualmente, per lasciare spazio agli interventi psicosociali mirati ad affrontare le cause della sofferenza psichica alla base dei sintomi psichici.

Dal libro Le pillole più amare. La storia inquietante dei farmaci antipsicotici

di Joanna Moncrieff

traduzione del libro di Laura Guerra

L’assunzione di farmaci antipsicotici produce uno stato di sedazione, letargia, appiattimento delle risposte emotive, indifferenza e stati di alterazione del funzionamento mentale a volte accompagnati, a seconda del farmaco in qualche misura, da una spiacevole agitazione nota come acatisia….

… Il rallentamento fisico e mentale indotto dai farmaci riduce l’agitazione e aiuta a calmare le persone che sono molto agitate, a causa delle voci che sentono nella loro testa o di altri fenomeni mentali inquietanti.

L’annebbiamento mentale prodotto dai farmaci può anche ridurre l’intensità dei sintomi psicotici, ma ciò che li contraddistingue dalla maggior parte delle altre sostanze sedative e psicoattive è la capacità distintiva dei farmaci di smorzare le risposte emotive.

L’appiattimento emotivo e la perdita di interesse e di motivazione che i farmaci producono possono ridurre la preoccupazione delle persone per le idee e le esperienze intrusive e quindi anche l’agitazione, l’ansia o l’aggressività che tali esperienze possono provocare.

I fenomeni psicotici sembrano svanire nel nulla, non richiedono più così tanta attenzione e i livelli di disagio possono diminuire notevolmente.

Con il trattamento farmacologico le persone sono in grado di ignorare i loro sintomi psicotici e, sebbene ne parlino ancora quando gli viene chiesto, i sintomi non sembrano più essere in primo piano nel loro pensiero.

A volte le idee e le esperienze alterate possono scomparire del tutto, poiché le persone semplicemente perdono interesse per esse….

La Moncrieff continua spiegando che l’uso a lungo termine dei farmaci antipsicotici è associato a un esito peggiore dei sintomi e dello stato di salute.

“In che modo gli antipsicotici influenzino negativamente la prospettiva delle condizioni psicotiche, se effettivamente lo fanno, rimane incerto ma, come abbiamo visto, è stato proposto che potrebbero rendere il cervello più vulnerabile alle psicosi inducendo cambiamenti nei recettori della dopamina e in altri sistemi di neurotrasmettitori, come nell’idea di “psicosi da supersensibilità”.

Note sull’autrice del libro Le pillole più amare. La storia inquitente dei farmaci antipsicotici

La Dr.ssa Joanna Moncrieff è docente presso la University College di Londra. È una delle fondatrici e co-presidentessa della Critical Psychiatry Network. Ha scritto tre libri: The Bitterest Pills qui tradotto e presentato come Le pillole più amare, The Myth of the Chemical Cure e A Straight Talking Introduction to Psychiatric Drugs.

venerdì 10 dicembre 2021

ANCORA UN MORTO PER CONTENZIONE MECCANICA

Condividiamo e diffondiamo il volantino scritto dal collettivo antipsichiatrico SenzaNumero riguardo la morte per contenzione meccanica di Abdel Latif avvenuta nel reparto psichiatrico dell’Ospedale San Camillo di Roma.

BASTA MORTE NEI REPARTI PSICHIATRICI!!

ABOLIAMO LA CONTENZIONE!!

Abdel Latif, ragazzo tunisino di 26 anni. Era arrivato in Italia tramite una delle tante navi che cercano di approdare, fortunate per non essere state respinte. L’ “accoglienza” che gli è stata riservata, a lui come a tanti/e altre, è stata quella di essere rinchiuso in un CPR, un centro di detenzione per migranti nel quale vieni portato per un reato terribile: non avere il documento “giusto”.

Abdel rimane nel CPR svariati giorni; a un certo punto, da quanto appreso dai giornali, gli viene diagnosticato un disturbo psichiatrico (di cui non aveva mai avuto segni in Tunisia) e gli vengono dati dei farmaci. Dopo pochi giorni la “cura” pare vada rafforzata e Abdel viene trasferito al reparto di psichiatria prima del Grassi di Ostia, poi al San Camillo.

Qui viene tenuto legato al letto per 3 giorni, dal 26 al 28 novembre giorno in cui muore.

Le autorità mediche parlano di arresto cardiaco, non facendo alcun riferimento né ai farmaci somministrati né al fatto che fosse stato contenuto per almeno 72 ore.

Questa storia ci riporta a due verità purtroppo già note: nei reparti psichiatrici italiani si continua a morire di contenzione meccanica, sia in regime di degenza che durante le procedure di TSO. IL CPR è un luogo di detenzione e come tale si fonda sulla violenza e sulla sopraffazione.
La
morte di Abdel non è una storia isolata, molti/e hanno subito la sua stessa sorte. Citiamo solo gli ultimi di cui siamo a conoscenza: Guglielmo Antonio Grassi morto nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Livorno; Elena Casetto, arsa viva perché legata… sempre in un reparto psichiatrico.

Ma la l’elenco sarebbe lungo nonostante di molte persone non si conoscano neanche i nomi.

Contenzione meccanica e farmacologica sono pratiche diffuse anche nei CPR, nelle carceri, nelle strutture che ospitano persone anziane e/o non autosufficienti, negli ospedali. In nessun caso la carenza di personale può giustificare il ricorso a pratiche coercitive. La logica dei “motivi di sicurezza”, dello “stato di necessità” o delle “persone aggressive”, a cui sovente si fa appello nei reparti, deve essere respinta poiché fondata sul pregiudizio ancora diffuso della potenziale pericolosità della “pazzia”. Molti ritengono, per atteggiamento culturale o per formazione, che sia giustificabile sottoporre persone diagnosticate come “malate mentali” a mezzi coercitivi, che sia nell’ordine delle cose e corrisponda al loro stesso interesse (!), rimuovendo dal loro orizzonte il valore imprescindibile della libertà della persona. Tanto più rilevante quanto più attinente alle libertà minime, elementari e naturali, come quella di movimento.

Oltre al ricorso alla contenzione meccanica e farmacologica, continua ancora oggi a prevalere nei servizi psichiatrici un atteggiamento custodialistico e l’impiego sistematico di pratiche e dispositivi manicomiali: obbligo di cura, porte chiuse, grate alle finestre, sequestro dei beni personali, limitazione e controllo delle telefonate e di altre relazioni e abitudini. Lo stato di pandemia ha inoltre rafforzato l’isolamento e la distanza tra chi è tenuto rinchiuso/a e chi non lo è, accrescendo le violenze perpetrate all’interno di quelle mura (siano esse del carcere, del CPR, dei reparti di psichiatria).

Ribadiamo la necessità di eliminare, senza alcuna eccezione, la contenzione meccanica nelle istituzioni sanitarie, assistenziali e penitenziarie italiane.

Continueremo a lottare con forza contro ogni dispositivo manicomiale e coercitivo (obbligo di cura, trattamento sanitario obbligatorio, uso dell’elettroshock, contenzione meccanica, farmacologica e ambientale, ecc.) e per il superamento e l’abolizione di ogni pratica lesiva della libertà personale.

Continueremo a lottare contro i respingimenti, i rimpatri, le espulsioni, le frontiere, per la libera circolazione di tutte le persone.

PER UN MONDO SENZA FRONTIERE, SENZA PSICHIATRIA, SENZA COERCIZIONI

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