Condividiamo e
diffondiamo il volantino scritto dal collettivo antipsichiatrico
SenzaNumero riguardo la morte per contenzione meccanica di Abdel Latif
avvenuta nel reparto psichiatrico dell’Ospedale San Camillo di Roma.
BASTA MORTE NEI REPARTI PSICHIATRICI!!
ABOLIAMO LA CONTENZIONE!!
Abdel
Latif, ragazzo tunisino di 26 anni. Era arrivato in Italia tramite una
delle tante navi che cercano di approdare, fortunate per non essere
state respinte. L’ “accoglienza” che gli è stata riservata, a lui come a
tanti/e altre, è stata quella di essere rinchiuso in un CPR, un centro
di detenzione per migranti nel quale vieni portato per un reato
terribile: non avere il documento “giusto”.
Abdel rimane nel CPR svariati giorni; a un certo punto, da quanto appreso
dai giornali, gli viene diagnosticato un disturbo psichiatrico (di cui
non aveva mai avuto segni in Tunisia) e gli vengono dati dei farmaci.
Dopo pochi giorni la “cura” pare vada rafforzata e Abdel viene trasferito al reparto di psichiatria prima del Grassi di Ostia, poi al San Camillo.
Qui viene tenuto legato al letto per 3 giorni, dal 26 al 28 novembre giorno in cui muore.
Le autorità mediche parlano di arresto cardiaco, non facendo alcun riferimento né ai farmaci somministrati né al fatto che fosse stato contenuto per almeno 72 ore.
Questa storia ci riporta a due verità purtroppo già note:
nei reparti psichiatrici italiani si continua a morire di contenzione
meccanica, sia in regime di degenza che durante le procedure di TSO. IL
CPR è un luogo di detenzione e come tale si fonda sulla violenza e sulla
sopraffazione.
La morte di Abdel non è una storia isolata, molti/e hanno subito la sua stessa sorte. Citiamo solo gli ultimi di cui siamo a conoscenza:
Guglielmo Antonio Grassi morto nel reparto psichiatrico dell’ospedale
di Livorno; Elena Casetto, arsa viva perché legata… sempre in un reparto
psichiatrico.
Ma la l’elenco sarebbe lungo nonostante di molte persone non si conoscano neanche i nomi.
Contenzione meccanica e farmacologica sono pratiche diffuse anche nei CPR, nelle
carceri, nelle strutture che ospitano persone anziane e/o non
autosufficienti, negli ospedali. In nessun caso la carenza di personale
può giustificare il ricorso a pratiche coercitive. La logica dei “motivi
di sicurezza”, dello “stato di necessità” o delle “persone aggressive”,
a cui sovente si fa appello nei reparti, deve essere respinta poiché
fondata sul pregiudizio ancora diffuso della potenziale pericolosità
della “pazzia”. Molti ritengono, per atteggiamento culturale o per
formazione, che sia giustificabile sottoporre persone diagnosticate come
“malate mentali” a mezzi coercitivi, che sia nell’ordine delle cose e
corrisponda al loro stesso interesse (!), rimuovendo dal loro orizzonte
il valore imprescindibile della libertà della persona. Tanto più
rilevante quanto più attinente alle libertà minime, elementari e
naturali, come quella di movimento.
Oltre al ricorso alla contenzione meccanica e farmacologica, continua ancora oggi a prevalere nei servizi psichiatrici un atteggiamento
custodialistico e l’impiego sistematico di pratiche e dispositivi
manicomiali: obbligo di cura, porte chiuse, grate alle finestre,
sequestro dei beni personali, limitazione e controllo delle telefonate e
di altre relazioni e abitudini. Lo stato di pandemia ha inoltre
rafforzato l’isolamento e la distanza tra chi è tenuto rinchiuso/a e chi
non lo è, accrescendo le violenze perpetrate all’interno di quelle mura
(siano esse del carcere, del CPR, dei reparti di psichiatria).
Ribadiamo la necessità di eliminare, senza alcuna eccezione, la contenzione meccanica nelle istituzioni sanitarie, assistenziali e penitenziarie italiane.
Continueremo
a lottare con forza contro ogni dispositivo manicomiale e coercitivo
(obbligo di cura, trattamento sanitario obbligatorio, uso
dell’elettroshock, contenzione meccanica, farmacologica e ambientale,
ecc.) e per il superamento e l’abolizione di ogni pratica lesiva della
libertà personale.
Continueremo
a lottare contro i respingimenti, i rimpatri, le espulsioni, le
frontiere, per la libera circolazione di tutte le persone.
PER UN MONDO SENZA FRONTIERE, SENZA PSICHIATRIA, SENZA COERCIZIONI
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