martedì 31 marzo 2020
RACCONTACI LA TUA ESPERIENZA DI QUESTI GIORNI
Chi in questi gironi non si è sentito solo/a, privato/a della propria libertà e dei propri affetti? Tuttavia è proprio in questa condizione che collettivamente abbiamo perso ogni connessione con l’altro/con gli altri. L’emergenza pesa come una cappa di fumo che ci isola nella nostra esperienza personale di dolore e preoccupazione, nascondendo quello che succede al di fuori delle quattro mura in cui ci troviamo ad affrontare questi fatti preoccupanti.
Come collettivo antipsichiatrico siamo preoccupati per l’aumento dei TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio), del possibile aumento del consumo di psicofarmaci e per le persone che sono obbligate ad andare ai CIM (Centri Igiene Mentale) solamente a prendere la terapia; ci segnalano infatti che in questi giorni i CIM si limitano alla sola distribuzione di psicofarmaci. Un altro fattore di preoccupazione è l’aumento di conflittualità familiare dovuto alla convivenza forzata; ci auguriamo che questa non sfoci in un ulteriore aumento della medicalizzazione.
Mai come oggi c’è l’esigenza di utilizzare tutti i canali possibili per ricostruire i legami tra le persone, in particolar modo con chi vive situazioni di difficoltà e trova minor sostegno a causa della mancanza di momenti di incontro in questo momento emergenziale. Pur nell’impossibilità di muoverci fisicamente, come collettivo abbiamo deciso di offrire il nostro supporto in quello che da sempre facciamo: raccogliere il grido di chi vuole raccontare la propria sofferenza e vuole condividere le proprie difficoltà nel modo più diretto possibile.
RACCONTACI LA TUA ESPERIENZA DI QUESTI GIORNI
Puoi farlo condividendo storie, pensieri, eventi, o quant’altro ti sembra adatto a esprimere la tua esperienza.
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
Mettiti in contatto con noi tramite i seguenti canali:
pagina fb: antipsichiatria Antonin Artaud
sito: artaudpisa.noblogs.org
email: antipsichiatriapisa@inventati.org
telefono: 335 7002669
domenica 22 marzo 2020
Torino, aumento dei casi di TSO
Riportiamo questo articolo di Mole24.it. Come spesso accade in questi casi ci dissociamo da un certo tipo di linguaggio utilizzato nell'articolo e da una serie di conclusioni tipiche dei media mainstream. La nostra volontà è solo quella di riportare i fatti ed i dati. Purtroppo, ancora una volta, ci tocca registrare che le persone più fragili sono sempre le prime a subire la repressione più di tutte e tutti.
A Torino sono in aumento i casi di Tso (trattamento sanitario obbligatorio), il comandante dei vigili Bezzon lancia l’allarme. Una decina di interventi solo ieri
Iniziano a palesarsi le conseguenze della quarantena forzata determinata dall’emergenza Coronavirus. Giorno dopo giorno si inaspriscono le misure di contenimento del virus e il contagio non accenna a rallentare. L’ultimo provvedimento riguarda la chiusura di parchi e giardini e il divieto di fare jogging (se non per sgranchirsi le gambe da soli rigorosamente sotto casa). Una misura ampiamente voluta dal presidente della Regione Alberto Cirio, che anzi non si accontenta e chiede di più.A Torino aumentano i casi di aggressività e scattano i Tso
Timori confermati da un evidente aumento dei casi di Tso (trattamento sanitario obbligatorio) effettuati dai vigili di Torino. Parliamo di tutti quei ricoveri forzati di pazienti che riscontrano problemi psichiatrici e che sono potenzialmente pericolosi per se stessi e per la comunità.mercoledì 18 marzo 2020
Shock the Gay Away: svelati i segreti della prima terapia di avversione gay
Nell’articolo di "J. Scot, Shock the gay away: secrets of early gay
aversion therapy revealed, Huffpost blogs, 28/06/2013", trovate il link
sotto, si parla di un opuscolo che pubblicizza apparecchi per dare
scosse elettriche per la “terapia d’avversione”, al fine di trasformare i
pazienti omosessuali in eterosessuali attraverso il “condizionamento”
pavloviano. Incredibilmente l’attrezzatura viene proposta anche per
l’uso domestico e per l’auto-somministrazione al di fuori del diretto
controllo medico.
Traduzione con Google Translate dell'articolo
Segnalazione del Collettivo Artaud
Traduzione con Google Translate dell'articolo
Segnalazione del Collettivo Artaud
domenica 15 marzo 2020
Thomas Szasz “La mia follia mi ha salvato”
fonte:http://kalashnikov-collective.blogspot.com
Thomas
Szasz “La mia follia mi ha salvato”. La follia e il matrimonio di
Virginia Woolf (2006) - Die Irren Offensive. Il testamento psichiatrico.
[Pep]
Thomas Szasz è uno dei massimi maestri del pensiero libertario
contemporaneo. Liberale libertario, anti-proibizionista, anti-
psichiatrico, assertore del diritto al suicidio (ma contrario alle sue
forme medicalizzate, quali eutanasia e suicidio assistito), pioniere
della lotta contro lo Stato Terapeutico, Thomas Szasz è noto soprattutto
per la sua polemica epistemologica contro l'impianto
(pseudo)scientifico della psichiatria.
Nato nel 1920 a Budapest (da cui fuggì per sottrarsi alle perscuzioni anti-semite di Hitler) e docente di psichiatria nel 1956 a New York, già negli anni Cinquanta aveva formulato le prime corrosive critiche alle basi scientifiche e giuridiche della psichiatria, culminate nel 1961 con la prima edizione del classico “Il mito della malattia mentale”, oggetto di vani tentativi censori da parte degli apparati medico-legali: a Szasz va il merito di aver individuato e disaminato con chiarezza il nesso derivativo tra l'odierna società e quelle teocratiche. Secondo Szasz è proprio l'odierno Stato Terapeutico ad aver sostituito quello teocratico: fondandosi su di un'abusiva valorizzazione etica della salute, con la correlata svalorizzazione della malattia, e su di un'obiettivazione del loro valore tale da deprivarlo di leggibilità soggettiva. In tal senso proprio la pratica della psichiatria, denunciata da Szasz come attività pseudo-medica, risulta giocare su trattamenti “sanitari” (tipicamente quelli coattivi, radicalmente delegittimati da Szasz) che si fondano sulla recisa disgiunzione tra la percezione soggettiva di malattia del paziente (generalmente ambigua, assente o nettamente rigettata da quest'ultimo) e la sua sussistenza al puro livello dell'oggettività diagnostica posta in essere nosograficamente e giuridicamente dal potere medico. In tal senso la psichiatria rivela il cruciale scopo di evidenziare la malattia come disvalore rilevabile al livello della piena oggettività, sottraendola alla valutabilità e gestibilità soggettiva individuale: esercitando la medesima funzione che nelle società cristiane era assegnata all'Inquisizione, nel suo rapporto con la stregoneria e il satanismo quali disvalori di evidenza oggettiva, come dimostra la modalità stessa delle prassi di indagine inquisitoriali (dall'accusa di stregoneria per sentito dire, all'unilaterale fraintendimento semantico e concettuale delle confessioni, fino alla ricerca del “marchio di Satana” sul corpo della strega: tutte strategie superstiziose passate, camuffandosi, alla psichiatria).
Il volume di Thomas Szasz di cui il Kalashnikov Collective Headquarter presenta alcuni capitoli, è la rilettura della vicenda di Virginia Woolf, scrittrice e pensatrice femminista riconosciuta dal marito e poi diagnosticata “malata di mente”. Szasz mostra come la presunta “malattia mentale” sia in realtà un fatto sociale, da intendersi come assegnazione e assunzione attoriale di un determinato ruolo: in particolare nel caso di Virginia Woolf è il ruolo di genio folle ad esserle stato attribuito, permettendole (anche) di utilizzarlo a proprio vantaggio. E' proprio la disamina critica della mitologia psichiatrica della genialità folle, costituita da due termini ( genio e follia) ugualmente insussistenti e mistificatori, nel presentarsi ingannevolmente come descrizioni, essendo in realtà arbitrarie valutazioni (e ingiunzioni) morali (apologetiche nel caso del genio e denigratorie nel caso della follia). Di qui la ribaltabilità e l'intersecabilità di un termine nell'altro: è proprio a questo livello che Szasz può agevolmente smascherare la radice (non esattamente scientifica!) di questa mitologia psichiatrica, che di fatto pericolosamente suggerisce che la sofferenza, quanto più possibile acuta, sia condizione necessaria per accedere alla creatività. Tale radice è la figura di Gesù Cristo, con la sua corona di spine e la sua implacabile logica autolesionistica (recentemente riportata al plauso delle platee internazionali dal film di Mel Gibson) a dimostrazione del fatto che la psichiatria è riducibile a null'altro che un nuovo ( e, forse, disgraziatamente non ultimo) cristianesimo. Al riguardo ci piace, in conclusione, citare le ironiche parole di Thomas Szasz: «Chi è devoto in senso religioso non dubita che esistano i miracoli e i santi: si chiede soltanto se di un certo evento insolito o di una certa persona insolita si possa dire che si tratta di un miracolo o di un santo. Succede oggi la stessa cosa con chi è devoto in senso psichiatrico: non dubita che esistano le malattie mentali e le persone folli, si chiede soltanto se una certa persona insolita possa considerarsi un caso di malattia mentale o una persona malata di mente. La persona psichiatricamente illuminata sa che esiste la condizione medica chiamata “follia”, così come la persona religiosamente illuminata sa che esiste la condizione spirituale chiamata “santità”.»
Segnaliamo che la nostra selezione (oltre a contenere il primo capitolo del volume e l'appendice seconda su genio e follia, corredati dalla prefazione di Szasz e dall'introduzione della filosofa del linguaggio Susan Petrilli) include un modello commentato del testamento psichiatrico (da N. Manicardi, Italiani da slegare, Koinè Edizioni), messo a punto dal gruppo antipsichiatrico tedesco Die Irren Offensive, ispirandosi ad un'idea dello stesso Szasz: uno strumento di autodifesa legale nei confronti degli interventi psichiatrici coattivi, che può contrastare il totalitarismo terapeutico della psichiatria.
>>> Download Thomas Szasz - "La mia follia mi ha salvato" + ... [ITA] in .pdf (36 mb.)
Nato nel 1920 a Budapest (da cui fuggì per sottrarsi alle perscuzioni anti-semite di Hitler) e docente di psichiatria nel 1956 a New York, già negli anni Cinquanta aveva formulato le prime corrosive critiche alle basi scientifiche e giuridiche della psichiatria, culminate nel 1961 con la prima edizione del classico “Il mito della malattia mentale”, oggetto di vani tentativi censori da parte degli apparati medico-legali: a Szasz va il merito di aver individuato e disaminato con chiarezza il nesso derivativo tra l'odierna società e quelle teocratiche. Secondo Szasz è proprio l'odierno Stato Terapeutico ad aver sostituito quello teocratico: fondandosi su di un'abusiva valorizzazione etica della salute, con la correlata svalorizzazione della malattia, e su di un'obiettivazione del loro valore tale da deprivarlo di leggibilità soggettiva. In tal senso proprio la pratica della psichiatria, denunciata da Szasz come attività pseudo-medica, risulta giocare su trattamenti “sanitari” (tipicamente quelli coattivi, radicalmente delegittimati da Szasz) che si fondano sulla recisa disgiunzione tra la percezione soggettiva di malattia del paziente (generalmente ambigua, assente o nettamente rigettata da quest'ultimo) e la sua sussistenza al puro livello dell'oggettività diagnostica posta in essere nosograficamente e giuridicamente dal potere medico. In tal senso la psichiatria rivela il cruciale scopo di evidenziare la malattia come disvalore rilevabile al livello della piena oggettività, sottraendola alla valutabilità e gestibilità soggettiva individuale: esercitando la medesima funzione che nelle società cristiane era assegnata all'Inquisizione, nel suo rapporto con la stregoneria e il satanismo quali disvalori di evidenza oggettiva, come dimostra la modalità stessa delle prassi di indagine inquisitoriali (dall'accusa di stregoneria per sentito dire, all'unilaterale fraintendimento semantico e concettuale delle confessioni, fino alla ricerca del “marchio di Satana” sul corpo della strega: tutte strategie superstiziose passate, camuffandosi, alla psichiatria).
Il volume di Thomas Szasz di cui il Kalashnikov Collective Headquarter presenta alcuni capitoli, è la rilettura della vicenda di Virginia Woolf, scrittrice e pensatrice femminista riconosciuta dal marito e poi diagnosticata “malata di mente”. Szasz mostra come la presunta “malattia mentale” sia in realtà un fatto sociale, da intendersi come assegnazione e assunzione attoriale di un determinato ruolo: in particolare nel caso di Virginia Woolf è il ruolo di genio folle ad esserle stato attribuito, permettendole (anche) di utilizzarlo a proprio vantaggio. E' proprio la disamina critica della mitologia psichiatrica della genialità folle, costituita da due termini ( genio e follia) ugualmente insussistenti e mistificatori, nel presentarsi ingannevolmente come descrizioni, essendo in realtà arbitrarie valutazioni (e ingiunzioni) morali (apologetiche nel caso del genio e denigratorie nel caso della follia). Di qui la ribaltabilità e l'intersecabilità di un termine nell'altro: è proprio a questo livello che Szasz può agevolmente smascherare la radice (non esattamente scientifica!) di questa mitologia psichiatrica, che di fatto pericolosamente suggerisce che la sofferenza, quanto più possibile acuta, sia condizione necessaria per accedere alla creatività. Tale radice è la figura di Gesù Cristo, con la sua corona di spine e la sua implacabile logica autolesionistica (recentemente riportata al plauso delle platee internazionali dal film di Mel Gibson) a dimostrazione del fatto che la psichiatria è riducibile a null'altro che un nuovo ( e, forse, disgraziatamente non ultimo) cristianesimo. Al riguardo ci piace, in conclusione, citare le ironiche parole di Thomas Szasz: «Chi è devoto in senso religioso non dubita che esistano i miracoli e i santi: si chiede soltanto se di un certo evento insolito o di una certa persona insolita si possa dire che si tratta di un miracolo o di un santo. Succede oggi la stessa cosa con chi è devoto in senso psichiatrico: non dubita che esistano le malattie mentali e le persone folli, si chiede soltanto se una certa persona insolita possa considerarsi un caso di malattia mentale o una persona malata di mente. La persona psichiatricamente illuminata sa che esiste la condizione medica chiamata “follia”, così come la persona religiosamente illuminata sa che esiste la condizione spirituale chiamata “santità”.»
Segnaliamo che la nostra selezione (oltre a contenere il primo capitolo del volume e l'appendice seconda su genio e follia, corredati dalla prefazione di Szasz e dall'introduzione della filosofa del linguaggio Susan Petrilli) include un modello commentato del testamento psichiatrico (da N. Manicardi, Italiani da slegare, Koinè Edizioni), messo a punto dal gruppo antipsichiatrico tedesco Die Irren Offensive, ispirandosi ad un'idea dello stesso Szasz: uno strumento di autodifesa legale nei confronti degli interventi psichiatrici coattivi, che può contrastare il totalitarismo terapeutico della psichiatria.
>>> Download Thomas Szasz - "La mia follia mi ha salvato" + ... [ITA] in .pdf (36 mb.)
venerdì 6 marzo 2020
LAB di ASCOLTO PROFONDO: riprende venerdì 6/03
Riprende il gruppo di ascolto
profondo c/o la sede del collettivo Artaud in via S. Lorenzo 38 a Pisa.
Per info: 338/2251723 (Anna).
Chi è interessato può iscriversi a questo indirizzo: antipsichiatriapisa@inventati.org
Il primo incontro è fissato per venerdì 6 marzo 2020 c/o la sede del collettivo Artaud
L’ascolto profondo è nato nella seconda metà degli anni ottanta dall’esperienza terapeutica
dello psichiatra e psicoterapeuta americano Jerome Liss come espressione del “Self-help” terapeutico a suo tempo da lui sperimentato nelle comunità antipsichiatriche inglesi e si
è diffuso ben presto in ventidue paesi del mondo.
Il metodo” biosistemico” a cui fa riferimento questo tipo di ascolto ci viene delineato così
da J. Liss: “Nel sistema-uomo io posso agire, pensare o pulsare, lasciando indipendenti
questi tre sistemi, ma quando essi si saranno incontrati, io entrerò in una nuova dimensione: un’emozione”. Se aggiungiamo all’attività di pensiero ed esplorazione del significato anche l’aspetto viscerale e muscolare delle emozioni, arriviamo a “pensare con il nostro corpo” come nella pratica Zen. A differenza della psicanalisi che individua nella terapia il momento di recupero individuale o della psichiatria che grazie ai due aspetti psicoterapeutico e psicofarmacologico costruisce il suo anello di Saturno intorno al “paziente”, la Biosistemica pone l’auto-aiuto come metodo non-invasivo di auto-superamento e soluzione dei conflitti, esplorazione profonda di sé ed esternazione di nuove prospettive di cambiamento. Con il gruppo come catalizzatore “attivo” il soggetto protagonista delle proprie emozioni sperimenterà via via nuove capacità relazionali e comunicative utilizzando varie tecniche: la vitalizzazione guidata della curva energetica, la comunicazione ecologica, l’apprendimento attivo, l’utilizzo della parola-chiave, il role-playing, l’identificazione verbale e non-verbale. Le mappe di pensiero e gli input di facilitazione della conduttrice, insieme alla “sospensione del giudizio” nel rispetto reciproco, contribuiranno alla costruzione di una nuova critica costruttiva e conoscitiva della comunicazione di gruppo e intraindividuale.
Chi è interessato può iscriversi a questo indirizzo: antipsichiatriapisa@inventati.org
Il primo incontro è fissato per venerdì 6 marzo 2020 c/o la sede del collettivo Artaud
L’ascolto profondo è nato nella seconda metà degli anni ottanta dall’esperienza terapeutica
dello psichiatra e psicoterapeuta americano Jerome Liss come espressione del “Self-help” terapeutico a suo tempo da lui sperimentato nelle comunità antipsichiatriche inglesi e si
è diffuso ben presto in ventidue paesi del mondo.
Il metodo” biosistemico” a cui fa riferimento questo tipo di ascolto ci viene delineato così
da J. Liss: “Nel sistema-uomo io posso agire, pensare o pulsare, lasciando indipendenti
questi tre sistemi, ma quando essi si saranno incontrati, io entrerò in una nuova dimensione: un’emozione”. Se aggiungiamo all’attività di pensiero ed esplorazione del significato anche l’aspetto viscerale e muscolare delle emozioni, arriviamo a “pensare con il nostro corpo” come nella pratica Zen. A differenza della psicanalisi che individua nella terapia il momento di recupero individuale o della psichiatria che grazie ai due aspetti psicoterapeutico e psicofarmacologico costruisce il suo anello di Saturno intorno al “paziente”, la Biosistemica pone l’auto-aiuto come metodo non-invasivo di auto-superamento e soluzione dei conflitti, esplorazione profonda di sé ed esternazione di nuove prospettive di cambiamento. Con il gruppo come catalizzatore “attivo” il soggetto protagonista delle proprie emozioni sperimenterà via via nuove capacità relazionali e comunicative utilizzando varie tecniche: la vitalizzazione guidata della curva energetica, la comunicazione ecologica, l’apprendimento attivo, l’utilizzo della parola-chiave, il role-playing, l’identificazione verbale e non-verbale. Le mappe di pensiero e gli input di facilitazione della conduttrice, insieme alla “sospensione del giudizio” nel rispetto reciproco, contribuiranno alla costruzione di una nuova critica costruttiva e conoscitiva della comunicazione di gruppo e intraindividuale.
martedì 25 febbraio 2020
Asylums di Erving Goffman
Un altro libro che vorremmo condividere è quello di Erving Goffman ''Asylums'', che pur essendo stato scritto sul finire degli anni 60 è attualissimo per comprendere quelle che sono le dinamiche descritte all'interno delle istituzioni totali, in primis gli Ospedali Psichiatrici. Fatte le dovute distinzioni con l'epoca, vi sono delle forti analogie con le dinamiche attuali; ad esempio, un aspetto che non si può ignorare è quello della persona degente (o internata) che finisce come minimo con l'annullarsi. Importanti e significativi i parallelismi con altre istituzioni totali quali carcere, reparti militari, scuole...Per chi vorrà leggere l'intera opera c'è il link qui sotto.
http://www.ristretti.it/areestudio/cultura/libri/asylums.pdf
Erving Goffman

Erving Goffman è nato in
Canada nel 1922 ed è scomparso nel 1982. Si laureò all’Università di
Toronto, quindi passò a Chicago dove si addottorò in filosofia. Negli
anni ’70, dopo aver assunto il ruolo di osservatore scientifico
all’Istituto Nazionale di salute mentale a Bethesda MD, e aver preso
parte a un Comitato per lo studio sulla detenzione, avviò le ricerche
che lo portarono alla stesura della sua opera uscita con immediato e
notevole impatto nel 1961, con il titolo di Asylum: saggi sulla condizione sociale dei malati di mente e altri pazienti. Il libro è composto da quattro saggi, originariamente scritti separati. Il primo, Sulle caratteristiche delle istituzioni totali, è un’indagine sulla vita degli internati e sui rapporti tra questi e lo staff. Il secondo, La carriera morale del malato mentale, analizza gli effetti dell’istituzionalizzazione sulla vita sociale delle persone soggette a questo fenomeno. Il terzo, La vita sotterranea di un’istituzione pubblica,
analizza il rapporto tra l’internato e l’istituzione e in particolare
su come l’internato cerchi di costruirsi uno spazio autonomo. L’ultimo
saggio, Il modello medico e il ricovero psichiatrico, è incentrato sul ruolo dello staff medico negli ospedali psichiatrici.
Come viene spiegato nella prefazione, nel
1955 Goffman si trasferisce nel manicomio di St. Elizabeth a Washington
con lo scopo di apprendere qualcosa sul mondo dell’internato e su come
il malato mentale viva soggettivamente la propria vita. Qui ci resta
diciotto mesi, in incognito, prende appunti, frequenta ambulatori,
corsie, stanze, aree comuni, scantinati, cucine, magazzini.
L’originalità della ricerca sta innanzitutto nella metodologia di
analisi adottata, basata sull’osservazione attenta, molto vicina con la
partecipazione alla vita dei soggetti osservati. L’autore s’interessa in
particolare della relazione che c’è tra psichiatra e malato nella quale
vede un rapporto di potere come governatore e governato e la prima
causa della demolizione del sé dell’internato che si trova soggetto a
questo potere. Goffman realizza una descrizione impressionante di «ciò
che veramente succede» in un’istituzione totale, al di là delle
retoriche scientifiche, terapeutiche o morali con cui chi detiene il
potere nell’istituzione giustifica le pratiche di degradazione degli
esseri umani. Facendo ciò capiamo come Asylum sia un’opera che
richiama inevitabilmente i movimenti di critica e di riforma delle
istituzioni psichiatriche negli anni Sessanta e Settanta e come l’autore
si collochi dalla parte dei degenti psichiatrici. Goffman quindi
rifiutando di dare per scontate le ragioni dello staff medico, si pone
dal punto di vista degli ospiti di queste istituzioni, scoprendo la
disumanità e l’inutilità della cura.
domenica 23 febbraio 2020
Il pregiudizio psichiatrico - di Giorgio Antonucci
Riproponiamo il testo ''Il Pregiudizio Psichiatrico'' di Giorgio Antonucci pubblicato da Eleuthera, libro tanto illuminante quanto di facile lettura.
https://eleuthera.it/files/materiali/pregiudizio_psichiatrico_Giorgio-Antonucci.pdf
https://eleuthera.it/files/materiali/pregiudizio_psichiatrico_Giorgio-Antonucci.pdf
Per chi cercasse notizie in più sulla vita e le pubblicazioni di Giorgio Antonucci riportiamo sotto un breve specchietto.
Sintesi biografica:
- Laureato in Medicina e chirurgia presso l'Università di Siena nel 1963 ed é divenuto psicanalista in analisi didattica, con Roberto Assagioli, famoso per avere introdotto la psicanalisi in Italia.
- Dopo aver lavorato a Firenze come medico internista ha cominciato a dedicarsi a problemi della psichiatria cercando di evitare i ricoveri, e gli internamenti e di impedire la trasformazione di storie umane in vicende psichiatriche.
- Nel 1968 ha fatto parte del primo reparto dell'Ospedale Civile aperto a Cividale del Friuli, in alternativa agli internamenti in manicomio.
- Nel 1969 ha lavorato con Franco Basaglia a Gorizia.
- Dal 1970 al 1973 a diretto i Centro di Igiene Mentale di Reggio Emilia.
- Dal 1973 al 1996 ha lavorato a Imola in due manicomi, smantellando alcuni reparti e costruendo nuove possibilità residenziali per gli ex internati, restituendo loro completa libertà di ogni scelta personale. Un esempio riuscito, unico in Italia e probabilmente nel mondo.
Pubblicazioni
- I pregiudizi e la Conoscenza - Critica della psichiatria - Edizioni Coperativa Apache, Roma 1986
- Il pregiudizio psichiatrico - Edizioni Elèutera, Milano 1989
- La nave del Paradiso- Edizioni Spirali/Vel, Milano 1990
- Aggressività - composizione in tre tempi, in "Uomini e Lupi" - Edizioni Elèutera, Milano 1990
- Tre saggi sui problemi della psichiatria in Annuari dell'Enciclopedia Atlantica" - Edizioni European Book Milano 1989-1990-1991
- Critica al Giudizio psichiatrico - Edizioni Sensibili alle foglie, Roma 1993
- Contrappunti -Edizioni Sensibili alle foglie, Roma 1993
- Il telefono viola - Edizioni Elèutera, Milano 1995
- Pensieri sul suicidio - Edizioni Elèutera, Milano 1996
- Il pregiudizio psichiatrico - seconda edizione Edizioni Elèutera, Milano 1998
- Le lezioni della mia vita - Edizioni Spirali, Milano 1999
- Oltre a numerosi scritti nel campo della letteratura e della poesia pubblicate con diverse riviste tra cui: "Psicoterapia e scienze umane", "Ombre rosse", "Senza Confine", "Il ponte", "Tempi supplementari", "Liberamente", " Colletivo R" ..
- Grande amico del famoso Psichiatra Thomas Szasz, scomparso nel 2012, noto in tutto il mondo per il suo libro: " Il mito della malattia mentale", con il quale ha condiviso la messa in discussione del sistema di istituzionalizzazione dei pazienti psichiatrici. Thomas Szasz fin dalla sua fondazione ha collaborato con PENSARE oltre come membro del Comitato Scientifico- Culturale.
lunedì 17 febbraio 2020
«Mio marito morì sedato come nei casi di Tso. Meglio se non avessi chiamato l’ambulanza»
Maria Sofia, 55 anni, moglie di Giovanni Fresia, morto in ospedale a Rivoli dopo un banale attacco d’ansia: «Non cerco colpevoli o vendetta, cerco la verità. Ogni giorno penso che se non avessi chiamato l’ambulanza, lui sarebbe ancora qui»
«Non cerco colpevoli o vendetta, cerco la
verità. Ogni giorno penso che se non avessi chiamato l’ambulanza, lui
sarebbe ancora qui». Maria Sofia, 55 anni, non si dà pace. E vuole
sapere perché suo marito, Giovanni Fresia di 60 anni, tre mesi fa è
morto in un letto dell’ospedale di Rivoli dopo un ricovero per un banale
attacco d’ansia.
«Ho visto mio marito per terra»
Giovanni,
dipendente del Comune di Collegno, è in cura ai Servizi di igiene
mentale. La sera del 26 ottobre ha una crisi. «È stato male dopo cena e
mi ha detto di chiamare l’ambulanza — ricorda la moglie —. Sono arrivati
il 118 e una pattuglia dei carabinieri, che io non avevo chiamato».
Giovanni esce di casa e sale sull’ambulanza. È ancora un po’ agitato. A
calmarlo ci pensa la figlia maggiore. «Non scorderò mai quei minuti —
racconta Maria Sofia —. Mi sono avvicinata all’ambulanza e ho visto mio
marito per terra. Ho chiesto spiegazioni, mi hanno risposto che lo
avevano sedato e che potevo raggiungerli in ospedale». Ma è proprio al
nosocomio di Rivoli che la situazione assume contorni che devono ancora
essere chiariti. Al suo arrivo, Maria Sofia scopre che durante il
trasporto il marito aveva avuto un rigurgito e che il vomito lo aveva
soffocato, provocandogli un arresto cardiaco. «Per dieci minuti Giovanni
è rimasto in ipossia e c’era il rischio di danni celebrali». Dodici ore
dopo, è morto.
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