Riceviamo e pubblichiamo il seguente comunicato scritto dal Collettvo Antipsichiatrico di Bergamo
e dal Collettivo Antonin Artaud di Pisa condividendo pienamente il messaggio e la voglia di chiarezza
per quanto accaduto ad Elena Casetto.
CRIMINI di PACE: ELENA 19 ANNI ARSA VIVA IN UN REPARTO PSICHIATRICO
Il 13 agosto, nell’ ospedale papa Giovanni XXIII di Bergamo, divampa un
incendio. A seguito di ciò muore una ragazza di diciannove anni, legata
ad un letto di contenzione. Il suo nome è Elena. La direzione sanitaria
si affretta, attraverso gli organi di stampa, a giustificare la
contenzione come forma di tutela esercitata proprio “a beneficio” della
paziente, rea di aver precedentemente tentato il suicidio.
La morte di Elena, è sicuramente un dramma personale che esige cautela
nell’ affrontarlo. Rispettando soprattutto il dolore di chi l’ha amata.
Tuttavia non si può neppure considerare un episodio isolato.
Vorremmo ricordarli tutti e tutte. Nome per nome. Ma la lista di quanti e
quante hanno perso la vita in reparto in circostanze, per certi versi
analoghe, è interminabile. Le morti in spdc (Servizi psichiatrici
diagnosi e cura) esprimono realisticamente lo stato dell’ arte della
democratica psichiatria post manicomiale a più di 40 anni dall’ entrata
in vigore della legge 180. La mesta continuità con cui si verificano
evidenzia la contraddizione di una presa in carico giustificata dalla
cura del paziente, che passa attraverso la coercizione, la
disumanizzazione, il panottismo.
Come mai una pratica, che la legge contempla come eccezione e rispetto
alla quale ha elaborato protocolli d’ applicazione, viene esercitata con
sistematicità e in modo assolutamente “discrezionale” ? I reparti
ospedalieri restano non luoghi di rimozione della coscienza collettiva.
Universi concentrazionari dove si consuma ferocemente la separazione
fisica e concettuale tra sani e malati. La segregazione a cui i/le
pazienti sono sottoposti/e registra quanto ancora sia in voga il
paradigma manicomiale. Quanto la psichiatria declini il proprio
intervento in chiave custodialistica. Quasi a voler ancora salvaguardare
le relazioni sociali dalla contaminazione con lo stato morboso.
Inoltre, in nome della tanto sbandierata sicurezza, ogni stanza è dotata
di telecamera, collegata ad un pannello situato in un luogo centrale
del reparto. Dietro al monitor si presume esserci un
infermiere/sorvegliante. Viene da chiedersi: come mai la tecnologia a
disposizione del personale si è rivelata inefficace circa lo scopo per
la quale è stata impiegata? Perché non ha messo in sicurezza i pazienti?
In verità dietro alle lenti si rifrange l’occhio clinico, programmato
per registrare quei comportamenti “utili” all’economia delle diagnosi.
Proprio le pratiche che sussistono nei reparti rivelano i motivi
economico politici a suffragio dei neo manicomi. Non luoghi deputati a
dar visibilità alla malattia mentale. A dargli un nome che rientri nella
tassonomia diagnostica. Il tema della sicurezza è una scusa per
aggirare la normativa sulla privacy. Un alibi utile ad accreditare l’
associazione tra comportamento deviante e valutazione clinica.
Ciò che viene comunemente percepito come una misura di tutela, si rivela
così un buon strumento per definire con più enfasi, il profilo
patologico del paziente. D’altronde, quest’ ultimo potrà impugnare le
riprese video a crimine già avvenuto, quando è ormai vittima conclamata
di un abuso. La storia di Mastrogiovanni dice forse qualcosa?
La 180 è una rivoluzione tradita. Oggi dei suoi principi ispiratori non
resta che la retorica. Eppure, dalla lettura del presente, emergono le
stesse contraddizioni di sempre!
La triste vicenda di Elena non può esser archiviata come un incidente o
un episodio di malasanità. Fermare le morti in spdc vuol fare i conti
con i diritti negati, con lo stato d’ abbandono che vivono i/le
pazienti. Una deprivazione che si esprime ad un livello fisico,
affettivo, quanto giuridico.
“…E dunque, non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te” .
La morte di Elena è un fatto che riguarda tutti. Per questo viene
spontaneo scandire, anche con rabbia, due parole: verità e giustizia.
La morte di Elena è un ulteriore crepa, nel muro di menzogne e
complicità, che la psichiatria clinica erige intorno alle proprie
pratiche e alla propria cultura.
BASTA MORTI NEI REPARTI PSICHIATRICI!!
Alcune persone di Bergamo – il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa
giovedì 12 settembre 2019
domenica 8 settembre 2019
FIRENZE VENERDI’ 20 SETTEMBRE alle ore 18
All’interno della 9° edizione della Vetrina Anarchica e Libertaria
c/o Tuscany hall
(ex Obihall) via Fabrizio De Andrè angolo Lungarno Aldo Moro
La Biblioteca Franco Serantini Edizioni e il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud presentano:“DIVIETO D’INFANZIA. Psichiatria, controllo, profitto.”
(ex Obihall) via Fabrizio De Andrè angolo Lungarno Aldo Moro
La Biblioteca Franco Serantini Edizioni e il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud presentano:“DIVIETO D’INFANZIA. Psichiatria, controllo, profitto.”
a cura di Chiara Gazzola e
Sebastiano Ortu, edizioni BFS
Saranno presenti gli autori.
per info e programma completo della Vetrina:
https://www.autistici.org/ateneolibertariofiorentino/vetrina.htm
mercoledì 4 settembre 2019
Ricordando Elena Casetto
Simona Vinci ricorda Elena Casetto
Una vicenda ancora da chiarire. Ma senza dubbio drammatica, angosciante. La morte della giovane Elena Casetto, nemmeno ventenne, bruciata mentre era legata al letto d’ospedale, ha scosso moltissime persone, compresa la scrittrice Simona Vinci (autrice, tra gli altri, del romanzo Dei bambini non si sa niente, vincitore del Premio Elsa Morante e tradotto in dodici paesi) che dopo aver letto la notizia ha pubblicato un post sulla sua pagina Facebook che vi proponiamo integralmente.
IL POST DELLA SCRITTRICE
“Elena Casetto. Osio di Sopra. Senza nessuna vergogna o freno inibitorio, tale era il bisogno di saperne di più, l’ho cercata sui social e ho fatto una ricerca google ma in rete, le uniche tracce eloquenti riguardo questa ragazza che avrebbe compiuto vent’anni a ottobre – lo riporta un comunicato redatto da qualcuno che evidentemente qualcosa in più lo sa – sono la data e le circostanze della sua morte: 13 agosto 2019, ore 10, torre 7 piano III del reparto di psichiatria – anzi: “servizio del territorio” – dell’ospedale GIovanni XXIII di Bergamo, morta carbonizzata senza che nessuno facesse in tempo a salvarla nonostante i numerosi tentativi.
Le fiamme pare siano divampate proprio dalla stanza nella quale la ragazza, sedata, era legata – negli articoli si legge “bloccata” – a un letto di contenzione per uno “stato di grave agitazione” e da più parti si legge che “pare” sia stata proprio lei – sedata e legata! – ad appiccare l’incendio, ma non sia ancora come. Sherlock Holmes vorrebbe resuscitare per esaminare il caso e risolvere l’enigma.
Da qualche altra parte ho letto un macabro dettaglio: che i resti del suo corpo sono stati ritrovati a terra, una gamba ancora legata con una cinghia al letto. È la fantasia a briglia sciolta del cronista? È la terribile realtà? Come si può morire in questo modo? Come si può aver vissuto, in quel modo, mi chiedo io. Diciannove anni. Chi era questa ragazza, che sofferenze deve aver patito, quali danni subito e quale destino le è toccato, mentre era letteralmente nelle mani di chi avrebbe dovuto sor-VEGLIARLA, accudirla, aiutarla. È possibile che nel 2019 dopo tutte le battaglie fatte in nome della libertà e della dignità di ogni singolo individuo – soprattutto se sofferente – e anche se “pericoloso per sé e per gli altri” – si possa morire bruciati e legati a un letto di contenzione?
Le indagini sono in corso, ne sapremo di più, per ora quello che sappiamo è che se la pratica della contenzione meccanica è normata per legge in maniera molto restrittiva e deve essere utilizzata solo come extrema ratio, in realtà in molti “reparti” psichiatrici degli ospedali italiani si pratica eccome. C’è un profilo senza volto e senza informazioni su Fb che risponde al nome di Elena Casetto. Il buio, il nulla, il vuoto. Se davvero questo è il nome della ragazza e se è lei ad essersi registrata, sarebbe stato molto meno angoscioso e atroce trovarci dei fiori su quella home, dei gattini, una frase, i versi di una canzone, un selfie, piuttosto che quell’identità pencolante, allusiva ma muta. Una specie di monito: ci sono ma non esisto. È questo che grida la sua morte”.
da qui
Una vicenda ancora da chiarire. Ma senza dubbio drammatica, angosciante. La morte della giovane Elena Casetto, nemmeno ventenne, bruciata mentre era legata al letto d’ospedale, ha scosso moltissime persone, compresa la scrittrice Simona Vinci (autrice, tra gli altri, del romanzo Dei bambini non si sa niente, vincitore del Premio Elsa Morante e tradotto in dodici paesi) che dopo aver letto la notizia ha pubblicato un post sulla sua pagina Facebook che vi proponiamo integralmente.
IL POST DELLA SCRITTRICE
“Elena Casetto. Osio di Sopra. Senza nessuna vergogna o freno inibitorio, tale era il bisogno di saperne di più, l’ho cercata sui social e ho fatto una ricerca google ma in rete, le uniche tracce eloquenti riguardo questa ragazza che avrebbe compiuto vent’anni a ottobre – lo riporta un comunicato redatto da qualcuno che evidentemente qualcosa in più lo sa – sono la data e le circostanze della sua morte: 13 agosto 2019, ore 10, torre 7 piano III del reparto di psichiatria – anzi: “servizio del territorio” – dell’ospedale GIovanni XXIII di Bergamo, morta carbonizzata senza che nessuno facesse in tempo a salvarla nonostante i numerosi tentativi.
Le fiamme pare siano divampate proprio dalla stanza nella quale la ragazza, sedata, era legata – negli articoli si legge “bloccata” – a un letto di contenzione per uno “stato di grave agitazione” e da più parti si legge che “pare” sia stata proprio lei – sedata e legata! – ad appiccare l’incendio, ma non sia ancora come. Sherlock Holmes vorrebbe resuscitare per esaminare il caso e risolvere l’enigma.
Da qualche altra parte ho letto un macabro dettaglio: che i resti del suo corpo sono stati ritrovati a terra, una gamba ancora legata con una cinghia al letto. È la fantasia a briglia sciolta del cronista? È la terribile realtà? Come si può morire in questo modo? Come si può aver vissuto, in quel modo, mi chiedo io. Diciannove anni. Chi era questa ragazza, che sofferenze deve aver patito, quali danni subito e quale destino le è toccato, mentre era letteralmente nelle mani di chi avrebbe dovuto sor-VEGLIARLA, accudirla, aiutarla. È possibile che nel 2019 dopo tutte le battaglie fatte in nome della libertà e della dignità di ogni singolo individuo – soprattutto se sofferente – e anche se “pericoloso per sé e per gli altri” – si possa morire bruciati e legati a un letto di contenzione?
Le indagini sono in corso, ne sapremo di più, per ora quello che sappiamo è che se la pratica della contenzione meccanica è normata per legge in maniera molto restrittiva e deve essere utilizzata solo come extrema ratio, in realtà in molti “reparti” psichiatrici degli ospedali italiani si pratica eccome. C’è un profilo senza volto e senza informazioni su Fb che risponde al nome di Elena Casetto. Il buio, il nulla, il vuoto. Se davvero questo è il nome della ragazza e se è lei ad essersi registrata, sarebbe stato molto meno angoscioso e atroce trovarci dei fiori su quella home, dei gattini, una frase, i versi di una canzone, un selfie, piuttosto che quell’identità pencolante, allusiva ma muta. Una specie di monito: ci sono ma non esisto. È questo che grida la sua morte”.
da qui
Elena “la poetessa” morta bruciata in ospedale – Manuela D’Alessandro
“Le nostre strada sono sconnesse/ i nostri figli ridotti in schiavitù
/ I nostri cuori senza amore/ Ho paura di restare”. Nei versi della
poesia intitolata ‘Terra de bandidos’ con cui vinse un premio, Elena
Casetto, morta carbonizzata a 19 anni in un letto del reparto di
psichiatria dell’ospedale ‘Papa Giovanni’ di Bergamo, esprimeva la paura
di restare in Brasile, il paese di origine della madre. La sua fine
invece è arrivata il 13 agosto in Italia, dove aveva raggiunto la madre
India, 47 anni, in circostanze ancora tutta da chiarire. E’ in corso
un’indagine della Procura di Bergamo per omicidio colposo a carico di
ignoti e, nei giorni scorsi, sia il ‘Garante nazionale delle persone
detenute o private della libertà personale’, che si è costituito parte
offesa nel procedimento, sia la Regione Lombardia, attraverso una
commissione di verifica, hanno chiesto di accertare la verità. “Elena
sognava di studiare filosofia ad Amsterdam o a Londra e dedicarsi alla
poesia e alla musica – racconta all’AGI Gege Silva, amico brasiliano
della ragazza e della mamma, che non lascia un attimo in questi giorni
di dolore – Ha vissuto per sette anni a Salvador de Bahia da sola,
studiava ed era autonoma. Suo padre, italo-svizzero, è morto nel 2012.
Non ha mai tentato di suicidarsi quando era lì, come è stato scritto dai
giornali, anche se offriva di ansia in modo molto forte”. Nei mesi
scorsi, la madre l’aveva convinta a raggiungerla in Italia e avevano
affittato un appartamento a Osio Sopra, vicino a Bergamo. L’8 agosto
Elena ha tentato il suicidio. “Voleva buttarsi giù da un ponte ma è
stata fermata dai carabinieri. Ricoverata prima a Brescia, è stata poi
portata nell’ospedale di Bergamo. Quando la mamma è andata a trovarla,
l’ha trovato in sedia a rotelle e imbottita di farmaci e ha chiesto ai
medici di portarla via da lì. Per spiegare com’era Elena, un giorno ha
domandato alla madre di portarle da casa i trucchi perché voleva
‘sistemare’ le altre pazienti. L’11 agosto, Elena aveva implorato la
madre di essere portata a casa dicendole di non essere pazza e che si
sentiva trattata male’. Questo messaggio si trova nel cellulare di Elena
che è stato sequestrato”. La mattina del 13 agosto, Elena prova di
nuovo a togliersi la vita, stavolta stringendosi un lenzuolo al collo.
Viene salvata da due infermieri che decidono di sedarla e contenerla. In
queste situazioni, il protocollo prevede che ogni 15 minuti il paziente
venga sorvegliato visivamente e ogni 30 minuti per controllare i
parametri vitali. Da fonti ospedaliere si è appreso che l’allarme
anti-incendio è scattato intorno alle 10. Elena è stata trovata dai
Vigili del Fuoco bruciata nel suo letto. “Aveva un braccio e una gamba
ancora legati, mi è stato detto – racconta Gege – tanto che io non me la
sono sentita di fare il riconoscimento del corpo che mi era stato
chiesto. L’incombenza è toccata all’avvocato”. Dall’autopsia è emerso
che la ragazza aveva sul corpo un accendino bruciato, col quale potrebbe
avere appiccato le fiamme, anche se è da capire come sia stato
possibile che l’abbia fatto da legata. Va tenuto anche conto che i
materiali erano ignifughi. Nei reparti di psichiatria, è possibile
fumare ma sotto sorveglianza. E’ possibile che la ragazza abbia nascosto
l’accendino nelle parti intime. L’indagine condotta dal pm Letizia
Ruggeri, che ha sequestrato per qualche giorno il reparto di
psichiatria, dovrà chiarire se ci siano stati deficit di sorveglianza da
parte del personale sanitario o se qualcosa non abbia funzionato nella
prevenzione e nella gestione dell’incendio a livello di organizzazione.
“La morte di una giovane donna ci addolora profondamente – hanno fatto
sapere dall’ospedale dopo la morte di Elena – abbiamo espresso alla
famiglia tutta la nostra vicinanza e continueremo a stare vicini a chi
ha vissuto questo dramma. Attendiamo l’esito degli accertamenti in
corso”. Molte persone si sono rivolte ai familiari per rivolgere
solidarietà e pagare le spese del funerale di Elena. La sua morte ha
riattivato i dibattito sulle contenzione dei malati e sulla sorveglianza
negli ospedali. I promotori della campagna nazionale ‘E tu slegalo subito’
hanno scritto una lettera alle autorità regionali e governative
chiamate a vigilare sulla salute in cui riconoscono “le difficoltà nelle
quali versano gli operatori dei servizi, che lavorano spesso in
condizioni di carenza di organico” ma sottolineano che “se la giovane
Elena non fosse stata legata non avrebbe trovato quell’orribile morte”.
“Ci ricorderemo di te felice, piena di gioia e con la certezza che
l’amore per il prossimo, la natura, la musica, la poesia, possa farci
vivere nella speranza di un mondo migliore”, ha scritto la madre sul
suo profilo Facebook, restituendo il volto sorridente alla figlia che
sul social era iscritta ma non aveva mai messo una sua fotografia.
fonte: http://www.labottegadelbarbieri.org
fonte: http://www.labottegadelbarbieri.org
Fabrizio e Lucia liberi ora!
Riceviamo dal Collettivo Artaud e condividiamo:
Il dott. Fabrizio Cinquini e sua moglie Lucia Pescaglini sono entrambi stati privati della libertà personale: lui è detenuto nel carcere “lager” medioevale di san Giorgio di Lucca (di cui continueremo a chiedere la chiusura per l’indegnità della struttura per tutti e tutte i reclusi e le recluse), lei agli arresti domiciliari.
Cinquini e la moglie sono accusati di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, in particolare cannabis.
Conosciamo bene il dottor Cinquini, spesso abbiamo collaborato insieme e ci siamo informati sull’accaduto. Il risultato è paradossale perché questa pare essere, a nostro avviso, una vera e propria persecuzione. La caserma dei carabinieri di Marina di Pietrasanta ha (volutamente?) “confuso” per cannabis illegale, della canapa regolarmente denunciata e già inventariata nel precedente provvedimento penale di giugno sempre nei loro confronti. A questo si aggiunge il sequestro di denaro, di cui era in possesso perché gli era appena stato dissequestrato nell’ambito del precedente provvedimento.
I militari dell’Arma si sono introdotti in casa del dottor Cinquini come se entrassero in casa di un criminale e non di un uomo che esercita la professione medica con una coerenza ed una abnegazione decisamente superiori alla media.
Cinquini si trova in carcere per burocrazia e proibizionismo e l’indagine che nuovamente lo coinvolge toglie risorse a tutti noi, arricchisce le mafie e tiene un uomo dietro le sbarre per oltre 40 giorni, in attesa di un’analisi che, siamo certi, confermerà trattarsi di cannabis light perfettamente in regola con l’attuale normativa.
Cinquini in questi anni ha aiutato migliaia di pazienti a reperire cannabis terapeutica a basso costo, autodenunciandosi, e pagando per questo, per mostrare a tutti l’assurdità della precedente legge Fini-Giovanardi sulle droghe (cancellata per incostituzionalità nel 2016).
Cinquini è uno dei massimi esperti di cannabis terapeutica al mondo, in un’Italia che invece di valorizzare e finanziare il suo lavoro lo arresta a causa dell’incapacità e dell’arroganza dell’apparato repressivo, che ritiene questo medico un delinquente perché si ostina a produrre alcune (poche) piante destinate alla madre malata di Alzheimer e di amici gravemente ammalati. Quelle che aveva erano peraltro in stadio vegetativo e quindi prive di THC.
Cinquini è soltanto un medico che ha fatto un giuramento, conosce le potenzialità dei principi attivi della cannabis e quindi sente il dovere morale di aiutare chi sta male.
L’Osservatorio antiproibizionista-Canapisa crew e il collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa, sostengono con forza le attività del dottor Cinquini e chiedono che possa attendere il processo (assurdo) al di fuori del carcere lager di san Giorgio. Non avendo commesso alcun reato ci dovremo far carico tutti noi del risarcimento a carico dello Stato per l’ennesima e ingiusta detenzione ad opera di giudici che non conoscono neppure le leggi che dovrebbero far applicare (in questo caso la 242/16).
Tutta questa confusione, quest’accanimento giudiziario, non a caso si esprime su un medico che si oppone da sempre alla lobby del mercato farmaceutico ed ha un approccio medico decisamente contrario all’uso di psicofarmaci, qualora non sussista un pericolo concreto: un medico che offre prima di tutto il suo tempo, il suo ottimismo, il suo sorriso, per motivare le persone a diventare medici di sé stessi e curarsi attraverso lo stile di vita sano.
Cinquini e la moglie sono il contrario di persone socialmente pericolose: sono 2 intellettuali che hanno aiutato migliaia di persone gratuitamente e senza pretendere nulla in cambio.
Come Osservatorio antiproibizionista-Canapisa crew e come collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud, siamo molto preoccupati per la lunga detenzione di una persona che ha già raccontato in un libro (Dottor cannabis. La storia di un medico antiproibizionista - Ediz. Dissensi 2016), gli abusi subiti in quella struttura carceraria.
Come Osservatorio antiproibizionista-Canapisa crew e come collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud, troviamo inaccettabile che in attesa della fine delle ferie dei laboratori forensi si debba accettare che un uomo per bene e sua moglie siano privati della libertà personale. Il loro caso dimostra ancora una volta in modo esemplare la stupidità del proibizionismo.
Come Osservatorio antiproibizionista-Canapisa crew e come collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud, chiediamo alle forze dell’ordine di occuparsi di quei profili criminali che davvero provocano danni e hanno un costo per l’intera collettività e di lasciare in pace la famiglia Cinquini che per l’ennesima volta si trova ristretta senza aver fatto del male a nessuno.
Fabrizio e Lucia liberi ora!
Osservatorio antiproibizionista-Canapisa crew
www.osservatorioantipro.org
Collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud
artaudpisa.blogspot.com _______________________________
Il dott. Fabrizio Cinquini e sua moglie Lucia Pescaglini sono entrambi stati privati della libertà personale: lui è detenuto nel carcere “lager” medioevale di san Giorgio di Lucca (di cui continueremo a chiedere la chiusura per l’indegnità della struttura per tutti e tutte i reclusi e le recluse), lei agli arresti domiciliari.
Cinquini e la moglie sono accusati di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, in particolare cannabis.
Conosciamo bene il dottor Cinquini, spesso abbiamo collaborato insieme e ci siamo informati sull’accaduto. Il risultato è paradossale perché questa pare essere, a nostro avviso, una vera e propria persecuzione. La caserma dei carabinieri di Marina di Pietrasanta ha (volutamente?) “confuso” per cannabis illegale, della canapa regolarmente denunciata e già inventariata nel precedente provvedimento penale di giugno sempre nei loro confronti. A questo si aggiunge il sequestro di denaro, di cui era in possesso perché gli era appena stato dissequestrato nell’ambito del precedente provvedimento.
I militari dell’Arma si sono introdotti in casa del dottor Cinquini come se entrassero in casa di un criminale e non di un uomo che esercita la professione medica con una coerenza ed una abnegazione decisamente superiori alla media.
Cinquini si trova in carcere per burocrazia e proibizionismo e l’indagine che nuovamente lo coinvolge toglie risorse a tutti noi, arricchisce le mafie e tiene un uomo dietro le sbarre per oltre 40 giorni, in attesa di un’analisi che, siamo certi, confermerà trattarsi di cannabis light perfettamente in regola con l’attuale normativa.
Cinquini in questi anni ha aiutato migliaia di pazienti a reperire cannabis terapeutica a basso costo, autodenunciandosi, e pagando per questo, per mostrare a tutti l’assurdità della precedente legge Fini-Giovanardi sulle droghe (cancellata per incostituzionalità nel 2016).
Cinquini è uno dei massimi esperti di cannabis terapeutica al mondo, in un’Italia che invece di valorizzare e finanziare il suo lavoro lo arresta a causa dell’incapacità e dell’arroganza dell’apparato repressivo, che ritiene questo medico un delinquente perché si ostina a produrre alcune (poche) piante destinate alla madre malata di Alzheimer e di amici gravemente ammalati. Quelle che aveva erano peraltro in stadio vegetativo e quindi prive di THC.
Cinquini è soltanto un medico che ha fatto un giuramento, conosce le potenzialità dei principi attivi della cannabis e quindi sente il dovere morale di aiutare chi sta male.
L’Osservatorio antiproibizionista-Canapisa crew e il collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa, sostengono con forza le attività del dottor Cinquini e chiedono che possa attendere il processo (assurdo) al di fuori del carcere lager di san Giorgio. Non avendo commesso alcun reato ci dovremo far carico tutti noi del risarcimento a carico dello Stato per l’ennesima e ingiusta detenzione ad opera di giudici che non conoscono neppure le leggi che dovrebbero far applicare (in questo caso la 242/16).
Tutta questa confusione, quest’accanimento giudiziario, non a caso si esprime su un medico che si oppone da sempre alla lobby del mercato farmaceutico ed ha un approccio medico decisamente contrario all’uso di psicofarmaci, qualora non sussista un pericolo concreto: un medico che offre prima di tutto il suo tempo, il suo ottimismo, il suo sorriso, per motivare le persone a diventare medici di sé stessi e curarsi attraverso lo stile di vita sano.
Cinquini e la moglie sono il contrario di persone socialmente pericolose: sono 2 intellettuali che hanno aiutato migliaia di persone gratuitamente e senza pretendere nulla in cambio.
Come Osservatorio antiproibizionista-Canapisa crew e come collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud, siamo molto preoccupati per la lunga detenzione di una persona che ha già raccontato in un libro (Dottor cannabis. La storia di un medico antiproibizionista - Ediz. Dissensi 2016), gli abusi subiti in quella struttura carceraria.
Come Osservatorio antiproibizionista-Canapisa crew e come collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud, troviamo inaccettabile che in attesa della fine delle ferie dei laboratori forensi si debba accettare che un uomo per bene e sua moglie siano privati della libertà personale. Il loro caso dimostra ancora una volta in modo esemplare la stupidità del proibizionismo.
Come Osservatorio antiproibizionista-Canapisa crew e come collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud, chiediamo alle forze dell’ordine di occuparsi di quei profili criminali che davvero provocano danni e hanno un costo per l’intera collettività e di lasciare in pace la famiglia Cinquini che per l’ennesima volta si trova ristretta senza aver fatto del male a nessuno.
Fabrizio e Lucia liberi ora!
Osservatorio antiproibizionista-Canapisa crew
www.osservatorioantipro.org
Collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud
artaudpisa.blogspot.com _______________________________
domenica 1 settembre 2019
Intervista Collettivo SenzaNumero
Intervista con il Collettivo SenzaNumero su Radio Onda Rossa per la presentazione del giornale a-periodico antipsichiatrico.
Clicca sul link sotto e buon ascolto.
Intervista Collettivo Senzanumero
link Radio Onda Rossa: https://www.ondarossa.info/
Clicca sul link sotto e buon ascolto.
Intervista Collettivo Senzanumero
link Radio Onda Rossa: https://www.ondarossa.info/
mercoledì 14 agosto 2019
Morire a 20 anni per un incendio in ospedale ('bloccata' in Psichiatria?!?)
Riceviamo e pubblichiamo:
La morte di una giovanissima paziente nel
corso di un incendio nel reparto di psichiatria dell’Ospedale Papa
Giovanni XXIII di Bergamo è una tragedia terribile su cui va fatta piena
luce. In primo luogo per chiarire se la paziente, una ragazza di soli
20 anni, fosse in stato di contenzione meccanica al momento
dell’incendio. Si legge infatti nel comunicato diramato dall’ Ospedale
di Bergamo “La paziente deceduta era stata bloccata pochi istanti prima dell’incendio a causa di un forte stato di agitazione dall’equipe del reparto”.
Fermo restando che spetta alla magistratura chiarire la dinamica dei
fatti, se fosse confermato che la giovane era legata al letto al momento
dell’incendio, ci troveremmo di fronte ad un altro inaccettabile caso
in cui una persona muore in stato di contenzione; una pratica purtroppo
assai diffusa, lesiva dei diritti e della dignità delle persone che la
subiscono, e umiliante per gli stessi operatori, che deve e può essere
superata.
Ribadiamo la nostra vicinanza ai familiari
della giovane donna morta, agli altri pazienti e ai loro familiari, e
siamo disponibili ad affiancare gli operatori nel difficile ma
necessario processo di analisi e valutazione di quanto è accaduto e che
chiama in causa non solo gli operatori del SPDC del Giovanni XXIII ma
l’intero DSM e al fondo tutti noi, che dobbiamo con più forza
impegnarci a sradicare la contenzione e ogni pratica e cultura che
offenda i diritti e la dignità delle persone.
domenica 11 agosto 2019
Mattinata (FG): turista tedesco fa il bagno nudo in spiaggia: disposto il Tso
05/08/19
Disposto il «tso», trattamento sanitario obbligatorio con ricovero in un presidio psichiatrico, per un turista tedesco che si era denudato in spiaggia a Mattinata per farsi il bagno, nonostante la presenza di bambini e famiglie che hanno chiesto l’intervento delle forze dell’ordine. I carabinieri sono intervenuti presso un lido balneare del centro garganico sulle scorta di una serie di segnalazioni di bagnanti infastiditi dalla presenza di un uomo che faceva il bagno nudo.
Quando la pattuglia dell’Arma è giunta sul posto ed ha identificato l’uomo - un turista tedesco di una sessantina di anni - ha deciso di chiedere l’intervento del personale sanitario del «118» che ha fatto salire l’uomo sull’ambulanza ritenendo opportuna una visita psichiatrica presso il nosocomio sipontino. Il paziente poco dopo però è riuscito ad allontanarsi: nella serata di sabato il turista è stato nuovamente rintracciato e questa volta è stato disposto il trattamento sanitario obbligatorio con ricovero in ospedale per tenerlo in osservazione.
fonte: la gazzetta del mezzogiorno
Disposto il «tso», trattamento sanitario obbligatorio con ricovero in un presidio psichiatrico, per un turista tedesco che si era denudato in spiaggia a Mattinata per farsi il bagno, nonostante la presenza di bambini e famiglie che hanno chiesto l’intervento delle forze dell’ordine. I carabinieri sono intervenuti presso un lido balneare del centro garganico sulle scorta di una serie di segnalazioni di bagnanti infastiditi dalla presenza di un uomo che faceva il bagno nudo.
Quando la pattuglia dell’Arma è giunta sul posto ed ha identificato l’uomo - un turista tedesco di una sessantina di anni - ha deciso di chiedere l’intervento del personale sanitario del «118» che ha fatto salire l’uomo sull’ambulanza ritenendo opportuna una visita psichiatrica presso il nosocomio sipontino. Il paziente poco dopo però è riuscito ad allontanarsi: nella serata di sabato il turista è stato nuovamente rintracciato e questa volta è stato disposto il trattamento sanitario obbligatorio con ricovero in ospedale per tenerlo in osservazione.
fonte: la gazzetta del mezzogiorno
domenica 4 agosto 2019
Dieci anni fa veniva ucciso Mastrogiovanni con un TSO
Dieci anni fa il 31 luglio 2009, veniva arrestato per un nonnulla
Francesco Mastrogiovanni, aveva 58 anni e faceva l’insegnante della
scuola elementare.
Con un vasto spiegamento di forze dell’ordine, nemmeno fosse un pericoloso killer, è stato catturato nelle acque della costiera del Cilento (Salerno) e portato al centro di salute mentale dell’ospedale San Luca, a Vallo della Lucania, per un trattamento sanitario obbligatorio, Tso.
Concretamente è stato legato mani e piedi a un letto di contenzione per 82 ore, senza un attimo di libertà, ha potuto mangiare una sola volta all’atto del ricovero, ha assorbito poco più di un litro di liquidi da una flebo. La sua dieta per tre giorni e mezzo sono stati i medicinali (En, Valium, Farganesse, Triniton, Entumin) che dovevano sedarlo. Sedarlo da cosa non è dato sapere, Francesco non aveva manifestato alcuna forma di aggressività, né di atti sconsiderati prima del ricovero.
La sua colpa, colpa per questo sistema autoritario, era di essere un anarchico e di aver cantato alcune canzoni anarchiche mentre le guardie cercavano di arrestarlo per nulla che aveva fatto.
Moriva il 4 agosto 2009, legato al letto di contenzione dopo 82 ore.
Con un vasto spiegamento di forze dell’ordine, nemmeno fosse un pericoloso killer, è stato catturato nelle acque della costiera del Cilento (Salerno) e portato al centro di salute mentale dell’ospedale San Luca, a Vallo della Lucania, per un trattamento sanitario obbligatorio, Tso.
Concretamente è stato legato mani e piedi a un letto di contenzione per 82 ore, senza un attimo di libertà, ha potuto mangiare una sola volta all’atto del ricovero, ha assorbito poco più di un litro di liquidi da una flebo. La sua dieta per tre giorni e mezzo sono stati i medicinali (En, Valium, Farganesse, Triniton, Entumin) che dovevano sedarlo. Sedarlo da cosa non è dato sapere, Francesco non aveva manifestato alcuna forma di aggressività, né di atti sconsiderati prima del ricovero.
La sua colpa, colpa per questo sistema autoritario, era di essere un anarchico e di aver cantato alcune canzoni anarchiche mentre le guardie cercavano di arrestarlo per nulla che aveva fatto.
Moriva il 4 agosto 2009, legato al letto di contenzione dopo 82 ore.
[21 giugno 2018] Il processo per la vicenda della morte di Francesco Mastrogiovanni è durata 9 anni. Ora arriva la sentenza della Cassazione che riduce la condanna per 6 medici e 12 infermieri coinvolti nel caso. La Corte ha ritenuto responsabili i medici e gli infermieri del reparto psichiatrico del “San Luca” di Vallo della Lucania per il sequestro di persona, mentre ha annullato la sentenza d’appello per il reato di omicidio.
La sua storia si può leggere nel precedente post
fonte: https://contromaelstrom.com
Iscriviti a:
Post (Atom)