martedì 25 agosto 2026

Fakir

Riceviamo e pubblichiamo il pensiero su Fakir di Artaud:

È passato un mese da quando il 19 luglio scorso a Bologna è stato ucciso Abderrahim Fakir, 42 anni, schiacciato a terra e soffocato dalla polizia durante un fermo.

Fakir viveva in Italia da quando aveva sette anni ed era titolare di una ditta di trasporti e facchinaggio. Negli ultimi mesi alla sua avvocata aveva manifestato timori legati all'entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione. Aveva paura di essere espulso dall’Italia nonostante avesse i documenti in regola.

 

La sua terribile storia è sparita dai giornali. Non se ne parla già più.

Sembra che non rimanga altro da fare che aspettare i risultati dell’autopsia. Anche se non ne abbiamo bisogno per sapere come è morto.

 

Da quando il 3 marzo 2014 Riccardo Magherini è morto schiacciato a terra a Firenze, contenuto e soffocato dai carabinieri, non abbiamo fatto un passo avanti. Siamo rimasti sempre e ancora lì.

 

Riccardo chiedeva aiuto. Come Fakir.

 

Sembra ormai una pratica ordinaria, normale, accettabile quella di rispondere all’inquietudine, allo smarrimento, all’evidente sofferenza, all’intimo turbamento in maniera repressiva e violenta, anche con lo schiacciamento a terra, il ginocchio sulla schiena, le manette, la contenzione, il soffocamento.

 

Le cronache sono piene di storie simili a quella di Fakir o di Riccardo Magherini. Chi vuole, (noi come Collettivo ci siamo cimentati in questa impresa) si prenda la briga di cercarle, studiarle, divulgarle... Tantissime sono le persone decedute in seguito all’esecuzione di un fermo di polizia con annesso Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO), all’azione congiunta di divise e camici bianchi, di gazzelle della polizia e ambulanze del 118 o della Croce Rossa.

Riccardo e Fakir sono morti come tanti altri. Luigi Marinelli, schiacciato da un ginocchio sulla schiena durante l’intervento della polizia nella sua abitazione a Roma il 5 settembre 2011. Giacomo Zotti, morto a Urago d’Oglio in provincia di Brescia durante un TSO, a causa di due iniezioni di sedativo mentre era bloccato dai carabinieri il 26 ottobre 2011. Vincenzo Sapia, soffocato a terra da un carabiniere a Mirto Crosio in provincia di Cosenza il 24 maggio 2014. Andrea Soldi, immobilizzato con una presa al collo, ammanettato e soffocato durante un TSO (non voleva recarsi al CSM a farsi somministrare la dose di psicofarmaci) da tre vigili urbani e uno psichiatra il 5 agosto 2015 a Torino. Arafet Arfaoui, morto a Empoli il 17 gennaio 2019 dopo un’iniezione di sedativo mentre era ammanettato e schiacciato a terra dai carabinieri, con i piedi legati da un cordino di plastica. Igor Squeo, morto a 33 anni in circostanze ancora non chiarite la notte tra l'11 e il 12 giugno 2022 a Milano in seguito a un intervento di polizia e sanitari nel suo appartamento, ammanettato, schiacciato a terra in posizione prona e potentemente sedato. M.M, soffocata a 39 anni all’interno di una chiesa di Vigevano dopo essere stata ammanettata, contenuta e bloccata a pancia in giù da due vigili urbani il 3 novembre 2023.

E chissà quante altri.

Tante, troppi hanno perso la vita nel corso di un intervento delle forze dell’ordine durante l’esecuzione di un Trattamento Sanitario Obbligatorio. Il TSO a tutt’oggi continua a essere l’unica pratica considerata “medica” che impone una “cura” indesiderata e involontaria attraverso l’intervento della forza pubblica. A migliaia ne vengono praticati ogni anno in Italia, decine ogni giorno. E troppo spesso finiscono così, con la morte “accidentale” di chi li subisce.

 

Come società e come individui facciamo fatica a empatizzare con chi esprime una sofferenza latente, evitiamo di considerare il dolore interiore e nascosto. Siamo capaci di percepire solamente la minaccia. L’unica risposta a chi si trova in un momento di difficoltà, chiede aiuto ed esige cura, ascolto, vicinanza e accoglienza sono le forze dell’ordine e dosi massicce di neurolettici e sedativi. L’incontro ravvicinato con una persona in forte crisi ha come conseguenza quasi meccanica l’appello a chi ha il monopolio della forza. Farsi carico, prendersi personalmente cura di una persona che esprime difficoltà sembra appartenere a spazi, tempi e dimensioni lontane. Nel nostro tempo, nel nostro spazio, nella nostra dimensione ciò non è più possibile. Si salta a piè pari qualsiasi rapporto umano. Chi urla per strada è potenzialmente pericoloso per sé e per gli altri, e al cittadino che non vuole guai non rimane che una soluzione, chiamare le forze dell’ordine o l’ambulanza per il ricovero coatto in psichiatria. Spesso quando le divise operano insieme ai camici bianchi, le parole si trasformano in armi, le relazioni sono surrogate da bombardamenti di psicofarmaci, contenzione e segregazione in reparti psichiatrici. Fakir è morto perché bravi cittadine alla finestra desiderosi di tranquillità, cellulare alla mano in modalità ripresa video, lo hanno consegnato a uomini in divisa. I quali, ben lungi dal preservare l’incolumità delle persone, hanno messo in atto il loro compito primario: controllare, contenere e reprimere.

 

Le persone sofferenti sono spesso circondate da uno stigma: una modalità collettiva, costruita nei secoli, di osservare la realtà che ci circonda e di rapportarsi alle persone, che trasforma la vulnerabilità in vergogna o pericolo. Dei matti si ride o se ne sta alla larga. Lo stigma psichiatrico va anche oltre: previene e annulla qualsiasi responsabilità personale anche se si mettono in atto trattamenti violenti e contenitivi prolungati. Alle persone considerate matte, pazze, deliranti difficilmente si crede, anche quando denunciano un danno o un abuso. Così agisce lo stigma. Ci si sente più liberi di agire impuniti. Chi è in crisi non è credibile e non è attendibile come testimone.

Fakir è stato colpito anche da questo stigma. Dopo la sua morte è stata orchestrata dai media e dal dibattito politico di infimo livello a cui siamo abituati una campagna stampa tesa a screditarlo come persona. Si è detto che forse aveva delle patologie pregresse, che assumeva stupefacenti. È stata perquisita la sua abitazione ed è comparsa la sua cartella clinica di un ricovero risalente a un mese prima della morte, quando era andato al pronto soccorso dell’ospedale Maggiore di Bologna per un taglio al polso, durante il quale aveva chiesto un aiuto psicologico. Il fine era chiaro: dimostrare che lui stesso fosse la causa del suo omicidio.

 

La famiglia di Fakir chiede verità e giustizia. La procura di Bologna ha già mostrato da che parte sta lo Stato: il fascicolo sui due poliziotti e i quattro operatori del 118 intervenuti al Pilastro non è stato aperto nel registro ordinario degli indagati, ma nel cosiddetto modello 45 bis, il registro “scudo” introdotto dall’articolo 12 del decreto sicurezza, riservato ai casi in cui si presume sin da subito una causa di giustificazione per chi porta una divisa, in adempimento del dovere. Chi vi finisce iscritto non è formalmente indagato e gli accertamenti procedono su un binario separato e più rapido rispetto a quello ordinario. Per la morte di una persona disarmata, bloccata a terra e ammanettata, il punto di partenza dell’inchiesta è la presunzione che agenti di polizia e i volontari della Croce Rossa abbiano agito legittimamente. Si tratta della prima applicazione in assoluto di questa norma in Italia.

Siamo con le famiglie di chi subisce abusi di questo tipo, spesso destinate a un doppio lutto, a una doppia perdita: strappate per sempre alla presenza dei propri cari, private della consolazione di una verità processuale plausibile e accettabile. Pochissimi sono i processi che giungono a una conclusione effettiva. Il che aggiunge un ulteriore inquietante elemento alla violenza che famiglie, parenti, amici della persona deceduta a causa dell’abuso sono costretti a sopportare: la privazione anche di una spiegazione, di una successione plausibile dei fatti e delle cause che hanno portato alla morte delle persone a loro più care.

 

Quello che è successo a Fakir e a tutti gli altri è il risultato della perdita di qualsiasi contatto umano. È la conseguenza della delega di azioni, pensieri e rapporti solidali a istituzioni prive per statuto di capacità relazionale, di reale interesse verso le sensazioni altrui e nei confronti di stati d’animo non rispondenti a uno standard conforme.

Un vero cambiamento non può passare che dalla consapevolezza diffusa della necessità di un ritorno alla disponibilità alla cura, quella vera, fatta di ascolto, capacità di relazione, vicinanza. Tutte caratteristiche che, inesorabilmente, stiamo, forse per sempre, perdendo in questi anni infami.

Ci rifiutiamo di pensare che questa deriva rappresenti la nostra nuova normalità.

 

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud

 

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud

via San Lorenzo 38, 56100 Pisa

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www.artaudpisa.noblogs.org

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domenica 14 giugno 2026

Morire in chiesa, ammanettata e contenuta

 

di Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud (da https://www.osservatoriorepressione.info)

Quando la sofferenza viene trattata come ordine pubblico: il caso di Vigevano e la violenza normalizzata della contenzione psichiatrica.

Novembre 2023. Vigevano, Pavia. Chiesa della Madonna Pellegrina. I giornali raccontano che è in corso un funerale. Una donna, già in carico ai servizi psichiatrici, entra, si inginocchia, va in crisi, alza la voce. «Non aveva la percezione del luogo in cui si trovava. Abbiamo quindi pensato di chiedere un intervento di natura sanitaria e di pubblica sicurezza», racconta il parroco alla stampa.

Sembrerebbe dunque un TSO in piena regola, ma i resoconti cronachistici sono reticenti e contraddittori. Di certo si capisce che c’è stato l’intervento di due agenti della polizia locale, che avrebbero in qualche modo fermato e contenuto la donna. «La donna era a pancia in giù: uno le teneva la testa bloccata per impedirle di picchiarla contro il pavimento mentre i colleghi le aveva bloccato le gambe», secondo un altro quotidiano. La donna muore durante il fermo.

C’è un processo attualmente in corso. I due agenti devono difendersi dall’accusa di omicidio colposo. «I poliziotti, infatti, avrebbero immobilizzato e ammanettato la donna […] la quale subito dopo sarebbe morta.

La Procura dovrà chiarire se il decesso sia stato causato dalle modalità con cui la 39enne è stata fermata o se sia morta per cause naturali», riferisce ancora la stampa. Fin qui i resoconti cronachistici. Malgrado le nostre ricerche non c’è stato possibile avere ulteriori informazioni sugli sviluppi del procedimento in corso.

Da quello che risulta, e da quello che siamo riusciti a sapere direttamente, la vittima non era una persona aggressiva, né in quel momento stava commettendo violenza contro altre persone. Esprimeva sicuramente a suo modo uno stato di profonda sofferenza interiore, di difficoltà personale. Sarebbe stato necessario prendersi carico, attuare modalità di protezione, ascolto e cura.

Invece sembra ormai una pratica ordinaria, normale, accettabile quella di rispondere all’inquietudine, allo smarrimento, all’evidente sofferenza, all’intimo turbamento in maniera repressiva e violenta, anche con lo schiacciamento a terra, le manette, la contenzione, il soffocamento.

Con i mezzi tipici del trattamento sanitario obbligatorio, l’unica pratica “medica” che si mette in atto con l’intervento della forza pubblica, con l’imposizione della “cura”. A migliaia ne vengono praticati ogni anno in Italia, decine ogni giorno. E troppo spesso finiscono così, con la morte “accidentale” di chi li subisce.

martedì 6 gennaio 2026

MORIRE DI PSICHIATRIA A LIVORNO


ennesima vittima è la terza dal 2017

Apprendiamo che una donna di quarantuno anni, di cui non conosciamo l'identità, si sarebbe suicidata nel bagno del reparto di Psichiatria dell’ospedale di Livorno il 27 dicembre scorso.

È successo ancora. Un'altra volta, sempre nello stesso posto. Sempre nell' SPDC (Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura) padiglione 10° degli Ospedali Riuniti di Livorno.

L'ASL Toscana Centro, intervenuta a posteriori con una nota diramata ai giornali, parla di un "caso sentinella": un evento cioè grave, imprevedibile, inaspettato.

Imprevedibile?
Per quello che ci è dato sapere in pochi anni si sono verificati almeno altri due casi di persone decedute dopo essere state ricoverate all'interno di quello stesso reparto.
La mattina del 14 marzo 2017 una ragazza di ventiquattro anni scappa dal reparto di psichiatria di Livorno dove era ricoverata e si toglie la vita gettandosi sotto un treno. Di  lei non si conosce neanche il nome.
A comunicare la notizia della morte di Guglielmo Antonio Grassi all'inizio di aprile del 2021 è stato invece l’ex-primario in pensione di quello stesso reparto, attraverso una indignata e circostanziata lettera di denuncia alla stampa locale. Dal suo racconto si evinceva lo stato di generale decadenza del reparto di Psichiatria dell'ospedale di Livorno (sbarre alle finestre, porte chiuse, sfratto dell'Associazione degli utenti, aumento della contenzione meccanica). Grassi muore di polmonite dopo essere stato legato al letto di contenzione per più di sette giorni.

La donna deceduta nel pieno delle recenti feste natalizie era uscita dal carcere due settimane prima di morire. Dalla ricostruzione dei giornali risulta che non si sentiva bene e che dopo una visita al pronto soccorso, era stato disposto il suo ricovero (volontario) in Psichiatria nel pomeriggio del 26 dicembre. Qui, all'interno del bagno, secondo i giornali, si sarebbe soffocata. È risultato inutile qualsiasi tentativo di rianimarla da parte del personale sanitario.
La figlia il giorno precedente aveva chiamato in reparto chiedendo inutilmente di parlare con la madre. Ha poi ricevuto la notizia all’una di notte: «Sua madre è morta, si è suicidata». Insieme ad altri familiari si è immediatamente diretta al padiglione 10, chiedendo di poter entrare. Adducendo motivi di sicurezza e procedurali il personale sanitario ha impedito loro di entrare e ha poi chiesto l'intervento di una pattuglia di carabinieri per placare la rabbia dei familiari.

La figlia e il marito della donna hanno sporto denuncia. La procura ha avviato un'indagine su quanto accaduto, allo scopo di appurare eventuali responsabilità penali. È stata acquisita la cartella clinica per indagare sulla terapia somministrata, e sono stati ascoltati alcuni dei sanitari che l’hanno presa in carico. La dottoressa di guardia quella notte è stata indagata con l'imputazione provvisoria di omicidio colposo. La salma resta sotto sequestro: è stata disposta l’autopsia, di cui si attendono i risultati.

L’Asl Toscana Nord-Ovest ha comunque difeso l'operato del personale, e ha attivato un audit interno per capire cosa sia accaduto con esattezza. Un sindacato di categoria ha puntato il dito contro la carenza di personale.

A Livorno prevalgono gli stessi dispositivi custodialistici e post-manicomiali utilizzati nella stragrande maggioranza dei reparti psichiatrici in Italia.
Livorno non fa parte dei 24 reparti psichiatrici no-restraint (su 329 totali), gli unici dove non si legano le persone. E a Livorno si muore legati a un letto di contenzione.
A Livorno nel 10° padiglione le visite esterne sono regolamentate a discrezione del personale sanitario. Troppo spesso questa limitazione comporta sofferenze ulteriori per pazienti e familiari, oltre a una mancanza di controllo su inadempienze e abusi.
Possiamo supporre, inoltre, che una persona appena uscita da una reclusione carceraria abbia bisogno di un sostegno e di una risposta adeguata ai propri bisogni. Fra le altre cose, nelle carceri italiane si vive in una condizione al limite della sopportazione e della stessa dignità umana, dove la somministrazione incontrollata e smisurata di psicofarmaci è nota e costante, a scopo sedatorio e di controllo. Quale trauma ha riportato la donna dopo l'esperienza carceraria? Perché il pronto soccorso ha stabilito di inviarla in Psichiatria?

Manca infine una seria elaborazione statistica dei dati riguardanti i suicidi all’interno dei reparti psichiatrici italiani, come avviene invece per i suicidi in carcere. Come per le carceri, i suicidi in psichiatria non sono eventi episodici ma strutturali. I suicidi avvenuti all’interno delle istituzioni psichiatriche rappresentano in tutto e per tutto, come per chi si toglie la vita in carcere, delle morti di Stato. Il suicidio svela il cortocircuito che si verifica all’interno dell’istituzione psichiatrica: istituzione teoricamente finalizzata alla cura e che, invece, insinua e finisce per innescare essa stessa i fenomeni suicidari.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud